Papi stranieri

La prima volta che accadde i partiti non c’erano ancora. C’erano però, divisi e meno solidi degli omologhi europei, gli stati regionali. I quali, incapaci di trovare un punto di equilibrio, pensarono che la cosa migliore sarebbe stata di affidarsi a un sovrano straniero. Nella persona di Carlo VIII. Che un po’ combattendo, più spesso mercanteggiando, attraversò col suo esercito la penisola, spingendosi fino a Napoli. Non ottenne gran che, anzi batté presto in ritirata, ma la sua impresa aprì un ciclo cinquantennale di guerre, dal quale l’Italia ha impiegato secoli per riprendersi.

Non siamo però così pessimisti e non esageriamo con le metafore. Se oggi si invocano i papi stranieri (con la minuscola: quello con la maiuscola pare abbia concluso le sue gaie scorribande) non è però da temere che ce ne possano venire secoli di sventure e di guerre  orrende, come diceva amaramente quel gran politico di Niccolò Machiavelli. Ma serpeggia, anzi si manifesta apertamente un’analoga sfiducia nelle risorse del sistema politico nazionale. E cioè, in primo luogo, dei partiti. E come allora, così ora, c’è chi pensa di cercare il punto di equilibrio fuori dal sistema dei partiti, magari non spalancando le porte delle città, come allora, ma sbriciolando quel che resta di formazioni politiche le quali, bene o male, sono ancora la via costituzionalmente indicata per la determinazione della politica nazionale. Perché questo è il punto: chi determina la politica nazionale? O c’è qualcuno che pensa per davvero che le soluzioni sono sempre tecniche, mentre a creare problemi sono sempre i politici? Sta volgendo al termine la più sconquassata delle stagioni che l’Italia repubblicana abbia attraversato, che è stata anche quella di maggiore debolezza dei partiti politici. Come non vedere il rapporto diretto che sussiste fra l’uno e l’altro fattore? E come pensare allora di costruire la soluzione per il 2013 sulle macerie dei partiti, per fare largo al papa straniero, o al mite condottiero di turno? Non abbiamo già sperimentato abbondantemente, coi risultati che sappiamo, l’idea che la politica sia il campo in cui qualcuno, venuto da un’altra parte e dunque (solo apparentemente) non compromesso con il teatrino della politica, scenda tra ali di folla per salvare l’Italia dalla crisi, dallo sfascio o dai comunisti? Prima ancora che venisse giù il muro di Berlino e la prima repubblica, l’opinione pubblica aveva già cominciato a baloccarsi con il «partito che non c’è», quello fatto dagli uomini migliori del paese. Quando poi i partiti non ci sono stati per davvero, s’è visto chi c’è stato al posto loro. E non è stato un bel vedere

Certo, una differenza con il Papi con la maiuscola c’è, e non è una differenza di colore. Non si tratta cioè della diversa posizione nella classifica degli uomini più ricchi del paese, e neppure di una differenza di stile, come se Berlusconi avesse perso credibilità in Europa per qualche battuta di troppo sulla Merkel. È che l’uomo di Arcore si è dovuto accontentare di un ingresso laterale, da destra, nella vita politica italiana, mentre  al prossimo papa straniero si vuole offrire la possibilità di entrare dal più largo portone centrale. L’intuizione di Berlusconi – che era tutta nel nome originario del suo partito, Forza Italia – quanto meglio funzionerebbe, qualcuno starà pensando, da questa nuova, più agevole posizione!

Ora, è difficile dire se dal conclave uscirà il nome di Monti, oppure quella di Passera, o ancora quello di Montezemolo (che è un pochino calato nel borsino dei papabili, ma siccome è notoriamente un uomo fortunato non ce la sentiamo di escluderlo del tutto). Quel che purtroppo è facile intravedere è il tentativo à la Carlo VIII: la croce addosso ai partiti, dipinti come gli staterelli di allora, rissosi e inconcludenti. L’impasse, le pressioni degli Stati europei e infine l’uomo che viene da fuori e scompagina i giochi. Che poi qualcuno disponibile a mercanteggiare, in città, purtroppo, lo si trova sempre. Quel che invece bisognerebbe trovare, è il modo di evitare, dopo vent’anni, di replicare ancora lo schema di Papi.

L’Unità, 22 febbraio 2012

Strauss-Kahn in cella, la solitudine di un satiro

«Tutta l’infelicità dell’uomo – diceva quel gran moralista di Blaise Pascal – deriva dalla sua incapacità di starsene da solo in una stanza». Se poi la stanza è una stanza d’albergo, la cosa si fa più difficile. E se quell’uomo è Dominique Strauss Kahn, essa diventa, a quanto pare, impossibile. C’è bisogno di qualche allegra compagnia. Così, dopo la disavventura newyorkese, nella quale l’allora direttore del Fondo Monetario Internazionale fu coinvolto dalle denunce di una cameriera del Sofitel, che lo accusò di averla stuprata, è ora la volta di un’altra stanza e di un altro albergo, il Carlton di Lille, dove pare si organizzassero serate allietate dalla compagnia di prostitute di alto bordo. Come nello scandalo americano, così in questo nuovo episodio in patria il profilo penale della vicenda è tutt’altro che chiaro. Ma colpisce la frequenza con cui quest’uomo di una certa età e di molto potere si trova coinvolto in sordide vicende a sfondo sessuale.

Nel leggere queste cronache e nel domandarsi che cosa possa spingere un uomo così influente a mettersi nelle mani di (e a mettere le mani su) donne a pagamento, rovinando la reputazione e la carriera, all’opinione pubblica francese non può non venire in mente l’opuscolo scritto, negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione, dal divin Marchese. Il cui titolo recita: «Francesi, ancora uno sforzo se volete essere repubblicani». Luigi XVI lo avete ghigliottinato, ragionava con cinismo il Marchese de Sade, ma per essere veramente democratici c’è altro da fare. C’è da garantire per legge ad ogni cittadino il diritto di vedere soddisfatte le proprie voglie. Per questo il Marchese apparecchiava un discorso del genere: le autorità provvedano ad intimare alle donne, specie quelle oneste, di prostituirsi e, se occorre, le consegnino agli uomini e le mettano nella loro assoluta disponibilità, in modo che possano soddisfare, con altrettanta umiltà che sottomissione, tutti i capricci che agli uomini piace di togliersi.

Quel che né la legge repubblicana né alcun altra legge dopo di allora ha mai imposto, può comunque essere ottenuto. Col denaro. E non sono poche le circostanze in cui gli uomini mostrano di trovare non semplicemente compagnia, ma un piacere tutto particolare nei favori di una prostituta. La spiegazione sta in quell’innegabile fenomeno, che consiste nel cercare il piacere nella sottomissione. È chiaro infatti che col denaro, speso non per corrompere le virtù altrui ma solo per godere dei servigi di una professionista del sesso, l’uomo non desidera la donna per quel che essa è, ma per la forma di dominio che esercita su di lei.

Si dimostra così la stretta parentela fra sesso e potere. E l’imprecisione del detto che «comandare è meglio che fottere», il quale trascura il fatto che fottere può essere e spesso vuole essere una forma di comando, oppure l’esercizio del comando con altri mezzi. Una forma di comando schietta, assoluta, sbrigativa, del tutto priva di senso o di parole.

Proprio quello che in regime democratico né Strauss Kahn né nessun altro può più vantare. Perché in democrazia, dove ai re per diritto divino è stata tagliata la testa, il potere deve essere legittimato tramite il lento esercizio della parola. Non a caso i parlamenti si chiamano così: perché lì i nostri rappresentanti parlamentano, cioè si parlano, e solo dopo possono assumere la decisione ed esercitare il loro potere. La forma pura di potere, il piacere malvagio di disporre assolutamente del corpo altrui, è quindi negata per principio, ed è per questo che l’uomo ha finito col cercarlo in altre forme, in grado di compensare la perdita di un potere secolare, smarritosi nelle faticose lungaggini parlamentari, che stanno alla decisione politica un po’ come i preliminari stanno all’atto sessuale.

Dominique Strauss-Kahn, dunque, non lo sa, ma al di là delle sue inclinazioni personali, delle sue debolezze senili (o di misteriosi complotti a suo danno: non si sa mai), quel che sta vivendo, nella solitudine di un satiro a cui la fortuna presenta il conto, è, in una prospettiva non esistenziale ma storico-politica, lo sforzo secolare della democrazia (evidentemente non ancora compiuto) di mettere uomini e donne gli uni di fronte agli altri in un dialogo tra pari, quello da cui a volte gli uomini rifuggono cercando facili compagnie in una camera d’albergo.

Il Mattino,22 febbraio 2012

Il predicatore che caccia i devoti dal tempio della tv

Due sono le caratteristiche fondamentali della retorica populista, l’anti-intellettualimo e la personalizzazione, e Adriano Celentano, buon per lui, le incarna tutte e due. Hegel diceva che ogni cosa è un sillogismo, ed ecco infatti il sillogismo dell’altra sera: Adriano Celentano è la televisione, la televisione è anti-intellettualistica e personalizzante. Adriano Celentano è il campione dell’anti-intellettualismo e della personalizzazione. Appunto.

In conferenza stampa, il direttore artistico del Festival ha dichiarato che la performance del re degli ignoranti è stata “il massimo che potesse aspettarsi”: Celentano ha saputo riassumere l’intero suo percorso artistico (riassumere mica tanto: c’è voluta una buona oretta); ha saputo dire qualcosa che fa discutere (l’importante è infatti discutere, non importa di cosa), e lo ha fatto in un discorso articolato. L’articolazione, non stupitevi, è consistita nel contraddittorio messo in scena con Pupo. Visto il botto dei dati auditel, c’è poco da obiettare. Piuttosto, citiamo ancora Hegel – con grande faciloneria, si capisce, come conviene fare quando è Pupo a impersonare la voce critica: ciò che è reale è razionale, ciò che è razionale è reale. Ovvero: chi vince ha sempre ragione. Mazzi e Morandi vincono, Celentano vince: c’è dunque una logica in questa vittoria, ed è quella del sillogismo di prima, la logica della ragione populista. Che in salsa televisiva consiste sempre, ha spiegato Taguieff, “nel fare eco al desiderio di rompere con il sistema politico costituito, le élite politiche tradizionali o il gioco classico dei partiti”, solo che di nuovo ha il fatto che “trae l’essenziale della sua efficacia simbolica dalla risorse proprie dello spazio mediatico e dalla capacità telegenica del leader”. La descrizione si attaglia benissimo al vecchietto della via Gluck: mettete la Chiesa di Roma al posto del sistema politico, la “casta” dei preti al posto delle élite politiche e, invece dei partiti sporchi e cattivi, stampa e associazionismo cattolico: il gioco è fatto. D’altra parte, non è mica la prima volta che si scopre questa perfetta omologia fra politica e televisione. (E d’altra parte ancora: non è mica sicuro che l’antidoto al populismo sia la recente sobrietà tecnocratica: questa anzi sembra il rovescio speculare di quella, e forse terrà il campo almeno finché quella non sarà riassorbita).

A questo punto, però, Pupo, o chi per lui, potrebbe avere qualcosa da obiettare. E cioè: ma l’insofferenza verso classi dirigenti ed élite non l’aveva pure un certo Gesù? Non era lui che se la prendeva con scribi e farisei? Che dire della beata semplicità, del lasciate che i bambini vengano a me, della fede che è scandalo e stoltezza per pagani e giudei? Celentano queste cose volete che non le sappia? Fanno parte della sua personale Imitatio Christi, dal tempo del film «Joan lui» ad oggi. E se a Gesù andò male, è certo che anche Celentano saprà accettare le critiche come la croce che gli tocca di portare.

Poi però uno si ricorda la madre di tutte le scene populiste (si fa per dire): Gesù che caccia i mercanti dal tempio. E pensa: ma come è potuto accadere questo singolare rovesciamento, per cui prima si cacciavano dalla casa del Signore coloro i quali ne facevano mercato, mentre adesso, tutt’al contrario, si invoca la cacciata dei preti o la chiusura di Avvenire e Famiglia cristiana dal tempio della canzonetta, cioè dal cuore del mercato discografico e televisivo? Eh, già: perché il populismo ha un’altra caratteristica ancora: a parlare contro il potere è sempre uno che il potere ce l’ha. Politico, finanziario o televisivo poco importa, ma state sicuri che ce l’ha. E non lo molla facilmente.

L’Unità, 16 febbraio 2012

Il padrone dei media

Il titolo completo recita: “Il Sessantotto realizzato da Mediaset ovvero il conflitto di disinteresse e inoltre la Grande Rimozione della Vittima in un Dialogo agli Inferi fra Machiavelli e il Tenerissimo”. Il testo di Valerio Magrelli, di cui presentiamo un estratto – l’inizio dell’Atto terzo – ha la forma di un «dialogo con i morti»: genere letterario minore ma, come spiega l’autore, ricorrente nella cultura europea. E si capisce perché: quando la realtà compie una capriola, e si presenta quasi rovesciata, occorre procurarsi un punto di vista ben distante, per osservare il rovesciamento e non rimanerne catturati. Si guarda la vita dagli inferi, quando la vita assume connotazioni quasi infernali. Un tempo di questi meccanismi si occupava la dialettica: ma chi osa più servirsi di un simile ferro vecchio? Hegel aveva addirittura coniato l’espressione: die verkehrte Welt, il mondo rovesciato, e dopo di lui si sono susseguiti numerosi tentativi di rimettere il mondo sui suoi piedi, a testa in su. Con esiti, è vero, quasi sempre disastrosi. Anche di questi funesti rovesciamenti abbiamo uno specchio letterario: il geniale rivoluzionario Sigalev, nei Demoni, autore di un piano di emancipazione universale, che si conclude, ahilui, con il dispotismo illimitato.

Il fatto però che piani come quelli dell’ideologo Sigalev finiscano in malora non deve impedirci di vedere tutte le storture del nostro tempo. Un’opera di fantasia – così definisce Magrelli il suo dialoghetto, nella breve avvertenza premessa al testo – non è meno un’opera di verità. E non affronta con minore serietà, nonostante il tono leggero, il problema di cui non ci si è potuti a lungo capacitare: com’è possibile, leggiamo a un certo punto, che in un paese in declino una maggioranza di italiani progressivamente impoveritasi abbia dato convintamente il proprio voto all’uomo più ricco e più potente del paese, «il padrone dei media»? La parte del testo che pubblichiamo contiene qualche elemento di una possibile risposta. Ma uno di essi si trova già nel lungo titolo sopra riportato: non c’è stato in Italia solo un gigantesco conflitto di interesse, mai regolato o mal regolato, c’è stato anche – e in parte c’è ancora – un altrettanto grande conflitto di disinteresse. La domanda, diviene allora, per noi: com’è possibile ricostruire un interesse, si direbbe quasi una nuova sensibilità, per la cosa pubblica, per i beni comuni, per il diritto e per i diritti di tutti?

Questo fascicolo di Tamtàm intende favorire, in tutti i suoi contributi, l’opera di ricostruzione civile del Paese che il partito democratico giudica oggi necessaria. È un’opera che passa anche per un (non facile) scioglimento del disinteresse che circonda lo stato della cultura – e in particolare dell’istruzione e della formazione. Ed è per questo motivo che pubblichiamo il testo di uno dei nostri maggiori scrittori su questi anni. Non scomodiamo la parola «impegno», per non riaprire in forme trite e stucchevoli la questione del rapporto degli intellettuali con la realtà, ma possiamo provare a dire (con le parole di un intellettuale del nostro ‘900, che vi ha riflettuto a lungo) che ci sono stati certo tempi in cui la politicità saturava l’arte o la letteratura, fino a soffocarla, ma vengono pure tempi in cui un’insufficienza di politicità rende la letteratura vacua e oziosa. E forse è da questi ultimi tempi che dobbiamo allontanarci. Magrelli lo fa. Nella direzione di Kant, più che di Hegel:  dalla parte del «legno storto dell’umanità» che invano i Sigalev proveranno a raddrizzare, ma anche con tratti di intransigenza morale e l’invito, rivolto alla sinistra italiana, a reinventarsi «realistica, oggettiva, pragmatica», senza fuggire dinanzi ai problemi o accontentarsi di mere enunciazioni di principio.

Nel libro, l’autore si congeda dal lettore ricordando una pagina di Filippo De Pisis sulle solfatare di Pozzuoli. De Pisis vi descriveva lo spettacolo (ad uso dei turisti) del cane che, avendo respirato le esalazioni della fangaia, dapprima danza in stato di ebbrezza, poi stramazza esausto al suolo. Una metafora del rapporto fra lo scrittore e la società: «nella figura di chi si occupa di letteratura, io non riesco a scorgere né una sentinella, né un soldato d’avanguardia, né un antesignano, né un diagnosta, ma semplicemente una cavia: il cane che cade per primo». Ma perché non pensare anche al primo che si rialza, e a come rialzare il Paese?

Il dialogo è stato completato nel giugno 2011, ma pubblicato solo a novembre. Magrelli ha fatto a tempo a inserire un Post scriptum, steso quindi a ridosso del cambio di governo e dell’uscita di scena di Berlusconi, in cui formula l’augurio che «queste pagine risultino tanto meno urgenti per il presente, quanto più istruttive per il futuro».  Ecco: perché siano istruttive, bisogna pensare che l’ebbrezza passi, e che il cane e il paese si rimettano per davvero in piedi.

(Questo testo introduce lo stralcio del libro di Valerio Magrelli, Il ’68 realizzato da Mediaset, Einaudi 2011, pubblicato dalla rivista del Partito Democratico) Tamtàm

Perché alla fine vince Vendola

Io organizzo, tu vinci: da quale modello politico il partito democratico abbia importato questa generosa formula non è dato sapere, ma dopo la Puglia di Vendola, la Napoli di De Magistris, la Milano di Pisapia, la Cagliari di Zedda, è ora la volta di Genova. Alle primarie il Pd schierava un dirigente nazionale, Roberta Pinotti, e il sindaco uscente, Marta Vincenzi. È già singolare che il sindaco si sia dovuta sottoporre alle forche caudine delle primarie: di solito al secondo mandato ci si arriva in carrozza. Ma a stranezza si è aggiunta stranezza, perché a vincere è stato il candidato indipendente, Marco Doria, che la sveltezza e la disinvoltura retorica di Vendola ha consentito di ascrivere a tambur battente a Sinistra e Libertà. Cavallerescamente (ma non troppo), i dirigenti del Pd si affrettano ora a dichiarare che il risultato ci sta tutto, è nello spirito della competizione, quando è veramente autentica; ma allora è il partito democratico che rischia di apparire, agli occhi del suo stesso elettorato, in debito di autenticità.
Di certo, la vicenda ha riaperto la discussione, anche perché Bersani ha già assicurato, con un filo di imprudenza, che se non si cambia il Porcellum il Pd ricorrerà alle primarie per la scelta dei suoi candidati al Parlamento. Che è come dare ai propri avversari, interni ed esterni, un ottimo motivo per gufare contro un accordo in materia elettorale.
Mettersi però a discutere dello strumento delle primarie significa scambiare il dito con la luna, e la luna è nientepopodimeno che l’orizzonte politico-culturale del Pd. Dove va, infatti, il Pd?  Quando scende per strada e manifesta nelle piazze, allestisce i gazebo e sente la base, pencola a sinistra: vincono i candidati più vicini alle battaglie sui diritti, sui beni comuni, sui nuovi bisogni e le nuove sofferenze sociali – candidati movimentisti, financo populisti, non sempre in sintonia coi gruppi dirigenti del partito.  Quando invece il Pd varca il portone di Palazzo Chigi e affronta la severa agenda del governo Monti, vira piuttosto verso i più tranquilli lidi del centro, e nel discorso pubblico fioriscono parole come serietà, sobrietà, responsabilità: l’anima tecnocratica prende il sopravvento, e un occhio di attenzione viene dato, prima che ai ceti popolari, ai severi corsi del mercato.
Intendiamoci: non siamo certo alla schizofrenia del partito di lotta e di governo e soprattutto, particolare non trascurabile, da qualche mese i consensi nel Pd crescono, a giudicare almeno dai sondaggi. E tuttavia la formula che Bersani non si stanca di usare: questo non è il nostro governo, non dice ancora chiaro e tondo come sarebbe, il suo governo. In buona logica, infatti, non si definisce mai nulla in termini solo  negativi. Dire di una certa cosa che non è né questo né quello, non è ancora dire che razza di cosa sia. Affermare che il Pd è un partito di centrosinistra, e spiegarsi dicendo che non è né di centro né di sinistra, non è esempio di fulgida chiarezza.
La situazione finisce con l’essere la seguente: c’è un grande partito, forse l’ultimo che possa essere così definito, forte abbastanza da poter contrattare col governo gli elementi del suo programma, ma in cui spezzoni di idee non trovano ancora un linguaggio condiviso.  La vicenda dell’articolo 18, intoccabile e riformabilissimo nello stesso tempo a seconda del dirigente che si intervista, è abbastanza indicativa. E così il Pd può essere di sinistra sì, ma non troppo, moderato ma anche no, riformista ma con juicio, e così via aggettivando. L’ancoraggio europeo nel Pse ci sarebbe, ma chi li sente i cattolici; la responsabilità nazionale funzionerebbe, ma rischia di accaparrarsela Monti; e poi c’è sempre, sornione, Casini. Semplicemente democratici, sbotta infine qualcuno, ma più per tagliar corto che per dare a vedere, finalmente, di cosa si tratta.
Intendiamoci: stiamo parlando del primo partito italiano, stando almeno ai sondaggi. Ma a sinistra ancora se la ricordano, la volta che erano il primo partito, quando, un po’ come adesso, non avevano saputo ben delineare un orizzonte politico chiaro oltre la battaglia elettorale. Niente orizzonte, niente vittoria: qualcun altro decise di scendere in campo, circondato, lui sì, da cieli azzurrini, e la vittoria, alla fine, andò a lui.

Il Mattino, 14.02.2012

L’antica polemica crociana sul governo di onesti e competenti

A cosa sono serviti questi vent’anni? Quando la prima Repubblica cominciò a venir giù, tornò agli onori della cronaca una pagina di Benedetto Croce, dei primi del ‘900. La citò in un’intervista anche Cossiga, ridendo della grossa. Era un piacere, infatti, poter ricorrere all’autorevolezza del filosofo per dare dell’imbecille a chi si illudeva che le cose della politica potessero essere rette da “una sorta di areopago, composto da onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese”. Al cronista che gli faceva da spalla, Cossiga leggeva le parole di don Benedetto: “Senta qua: un’altra manifestazione della volgare intelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa dell’onestà nella vita politica”.  Ci voleva un bel coraggio a sventolare la frase di Croce come una bandiera, o forse un vero amore per le provocazioni: dall’arresto di Mario Chiesa in poi, con le televisioni in diretta dal tribunale di Milano, petulante o no che fosse non c’era altra richiesta che si levasse dall’opinione pubblica. Ma Cossiga si era chiamato fuori: un paio d’anni di picconate per tirar giù, dopo quello di Berlino, i muri della politica italiana, e poi le dimissioni. Alla Presidenza della Repubblica c’era ormai Scalfaro, e al governo Amato: l’uno e l’altro chiamati a fronteggiare una devastante crisi di legittimazione dei partiti, e un’altrettanto devastante crisi finanziaria.

Cossiga, però, leggeva Croce. Il quale, dopo aver spiegato che quando uno sta male l’ultima cosa che fa è chiedere un medico onesto: quel che cerca anzitutto è uno bravo, invitava a giudicare l’onestà politica esclusivamente in termini di capacità politica. Non era una patente di assoluzione per ogni genere di malefatta, come a volte si intende con disinvoltura, ma un invito alla distinzione, e insieme un esercizio di diffidenza verso le varie forme di supplenza della politica esercitate da poteri di altra natura. La vorrei proprio vedere all’opera, continuava Croce, questa accolita di onesti uomini tecnici, animata da personale disinteresse e competente nei vari rami dell’attività umana, ma politicamente inetta: come potrebbe mai reggere le sorti di uno Stato?

Fosse vissuto ai nostri tempi, l’avrebbe vista. In realtà, la nostra storia nazionale è stata sempre percorsa, nei passaggi più difficili, da tentazioni tecnocratiche e istanze moralizzatrici. Così è stato con Tangentopoli, e così, dopo vent’anni, sta capitando di nuovo. E, in verità, come nessuno darebbe oggi un giudizio liquidatorio sul primo governo ‘tecnico’ della repubblica, quello di Ciampi, così oggi gli italiani guardano con fiducia a Monti.

Però la pagina di Croce è ricomparsa, nel mese di novembre, con l’insediamento del nuovo governo. L’hanno rispolverata, citandola a piene mani, Il Foglio, Il Giornale, Il Corriere. Di nuovo torna infatti l’illusione di un governo degli onesti e dei competenti, che avrebbe la sua principale virtù nella distanza dai partiti e dalla politica politicienne. A farne le spese, per ora, è stato il vincitore di vent’anni fa, cioè Berlusconi, ma è ancora da vedere come finirà: non è mica escluso che la vittoria sfugga al centrosinistra un’altra volta. In ogni caso, come allora così anche oggi la politica si trova sul banco degli imputati.

Torna così il saggetto crociano. Che però almeno questa volta andrebbe letto tutto. Perché a un certo punto il filosofo si faceva da solo l’obiezione: ma cosa accade – chiedeva – quando la disonestà fuoriesce dalla sfera privata, e tracima fino a corrompere l’opera dell’uomo politico? Bella domanda. Meno bella ed efficace la risposta. Croce si limitava infatti a dire che no, non può essere: «un uomo dotato di genio o capacità politica si lascia corrompere in ogni altra cosa, ma non in quella, perché in quella è la sua passione, il suo amore, la sua gloria». Più prosaicamente, Croce stava dicendo: non può accadere che un politico, se davvero è tale, si lascia distogliere dai suoi interessi privati in conflitto.

Non può accadere, però accade: è accaduto, eccome se è accaduto. Fosse vissuto ai nostri tempi, Croce avrebbe visto anche questo, e non ne sarebbe rimasto entusiasta. Forse non avrebbe riscritto il suo saggio, ma avrebbe esercitato anche in altre direzioni distinzioni e diffidenze.

Facciamo allora così. Non nascondiamoci dietro le parole del filosofo. Promettiamo di lasciare nel cassetto la pagina di Croce e i suoi usi interessati, però chiediamo in cambio che si chiuda presto questa fase di transizione e che una nuova Repubblica raggiunga il suo stabile assetto politico senza scorciatoie moralistiche e supponenze tecnocratiche. Se così fosse, vent’anni non sarebbero passati invano, nessuno accamperebbe filosofiche scuse dietro cui lasciar penetrare interessi privati nella cosa pubblica e la politica potrebbe forse tornare a dimostrare tutta la sua capacità. E onestà.

(L’Unità, 12 febbraio 2012. In rete si può scaricare l’intero inserto, qui

Che bello quando litigavamo su Sanremo

Aleandro Baldi: chi era costui? Ma il vincitore del Festival di Sanremo edizione 1992, di cui quest’anno si celebra (si fa per dire) il ventennale. Correva nella sezione nuove proposte in coppia con l’indimenticata, ma in fondo dimenticata, Francesca Alotta, e vinse con Non amarmi, di Baldi-Bigazzi-Falagiani.

E chi era Francesco Oliverio? Questa è più difficile. Per rispondere, ci vuole l’Enciclopedia di Sanremo, che fa la storia del Festival dalla A alla Z. Dunque: Oliverio era un giovane musicista casertano, autore di Se finisce qui, che a Baldi intentò causa, accusandolo di plagio.

Ma non è di loro due che vi volevo parlare, bensì del grande Morricone, che chiamato in veste di perito a dirimere la questione sentenziò: la canzone di Aleandro Baldi, vincitrice del Festival, non reca traccia sia pur minima di un’idea originale. Il guaio è che per Morricone mancava completamente di originalità anche la canzone di Oliverio. Entrambi i brani, scriveva sul finire della prima Repubblica, ricordano non questa o quella canzone, ma “decine, centinaia, migliaia di brani del passato e di oggi”. Per Oliverio, purtroppo, nessuna speranza: rivendicare paternità, in questa condizione, è cadere nel ridicolo. Ma nessuna pietà nemmeno per la musica leggera. E per Sanremo, che pure quest’anno torna, immarcescibile, per la sessantaduesima volta.

Si dice: il mondo è cambiato, il Festival, lui, però non cambia. È cambiata l’industria discografica, passata dai 78 giri agli mp3, dalla radio ai videoclip, lasciandosi alle spalle il vinile e il dvd per approdare (con serie difficoltà) nel caotico mondo del file sharing; il Festival, invece, è lì, sempre uguale: serata più, serata meno. È cambiata la musica italiana, passata da Nilla Pizzi e Achille Togliani a Domenico Modugno e Adriano Celentano, dai cantautori impegnati alle più recenti contaminazioni con il gusto internazionale: il Festival, lui, non sempre se ne è accorto ma ha tenuto botta lo stesso. Non ha avuto Mina o De André, ma Dalla e Battisti sì, e può dire di aver tenuto a battesimo stelle nazionali e internazionali. È cambiata pure la televisione: dal bianco e nero al satellite e al digitale, con i reality show che ormai selezionano partecipanti (e vincitori) del Festival, ma Sanremo è Sanremo e non perde smalto. E qualcuno dice persino che, grazie alla crisi, gli italiani se ne staranno di più a casa, con conseguente beneficio per gli ascolti. Cambiato, infine, è il mondo: perfino Andreotti non è più al governo né nei suoi paraggi, e pare che debba venir fuori, prima o poi, una terza Repubblica; ma si può star certi che anche quella troverà in Sanremo lo specchio del paese.

La parola definitiva sul funzionamento di questo specchio non sempre fedele la disse però Beniamino Placido, un bel po’ di anni fa. Da allora,  le cose non sono cambiate di molto. Placido ce l’aveva con un articolo apparso in prima pagina proprio sull’Unità – siamo nel 1986, c’era ancora il PCI –, a firma di Gianni Borgna. Il titolo diceva tutto: «Apologia del Festival di Sanremo». E cioè, grosso modo: smettiamola di fare le bucce a questo grande spettacolo nazional-popolare; non illudiamoci che popolare sia sempre sinonimo di impegnato o di progressista, e non crediamo neppure che popolare voglia dire per forza brutto o volgare. Seguiamolo, anche perché nella sua storia ha proposto fior di canzoni e fior di artisti. A parte il giudizio di merito, era il tentativo di scardinare gli ormai invecchiati codici della cultura comunista, gli anatemi francofortesi contro l’industria culturale e gli spettacoli di massa, e non da ultimo anche gli echi tardivi della liturgia berlingueriana dell’austerità.

Un atteggiamento più condiscendente nei confronti dei luoghi comuni, in effetti, ci sta. Certo, un compositore come Morricone non troverà un briciolo di originalità nei motivetti sanremesi, ma, dopo tutto, il compito del Festival non è quello di allevare un nuovo Bach o un novello Beethoven. Nell’86 il Festival era soprattutto una vetrina discografica; oggi è innanzitutto uno spettacolo televisivo: in entrambi i casi, è chiaro che non si tratta di un antico Conservatorio musicale o dell’Accademia di Santa Cecilia. Ma c’è  che la cultura di un paese è qualcosa di condiviso, e la condivisione non si realizza se non in un luogo medio, alla portata di tutti. Ciò è vero anche oggi, ed è una verità che va persino difesa, contro l’idea che un patrimonio culturale comune possa formarsi a partire, come si dice oggi, dai consumi di nicchia. Circola infatti questa opinione, parecchio liberale – e chi non è liberale, di questi tempi? – che siccome ognuno si può fare la propria playing list, secondo i propri individualissimi gusti, la cultura di un popolo o di una nazione non può che essere la semplice risultante di tutte queste microculture di nicchia. Ma le cose non vanno così: appartenenze o identità non si creano per il fatto che ognuno prende da uno stesso guardaroba gli abiti che vuole, ma dal fatto che ogni tanto ci si mette tutti negli stessi panni.

La parola definitiva di Placido, in quel lontano articolo su Sanremo e dintorni, sta comunque qui. Provo a dirla così: vada per la cultura popolare di massa e vada pure per Sanremo specchio del paese. Qualche canzone non è malaccio e anche se gli antichi fasti non torneranno qualcosa di buono ci capiterà ancora di ascoltare. Però Sanremo funziona da specchio non per quel che vediamo, ma per come lo vediamo. E oggi, concludeva Placido con un punta di amarezza, non può funzionare solo così, che ci si deve tutti insieme ritrovare, per settimane e settimane, a parlare di Sanremo e alimentare il mito, al punto che persino sull’Unità non si trovano più i vecchi fustigatori di una volta. Un po’ di nostalgia per il tempo in cui, in un paese “felicemente diviso”, quello che sembrava un comunista veniva indicato a dito, è lecito averla. Un po’ di differenza e di diffidenza, insomma, nel modo in cui guardiamo le stesse cose, ci vuole. Senza scomodare l’altro mito, quello della diversità dei comunisti – dopo tutto, anche i comunisti ascoltavano Gino Latilla e Sergio Endrigo –, ma senza neppure rinunciare alla critica: non solo o non tanto di Sanremo, ma anche dell’idea che non ci si possa dividere mai e in nessun caso. E a pensarci: il paese che si divideva fra comunisti e democristiani, Coppi e Bartali, cresceva; questo, in cui tutti insieme amiamo appassionatamente Mario Monti e Sanremo, ancora no. Ma aspettiamo, con fiducia, di vedere il Festival. Buona visione a tutti.

L’Unità, 5 febbraio 2012

La beneficenza show del Molleggiato

L’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù, diceva La Rochefoucauld, con il sorriso del moralista disincantato. Ma forse, per prendere col dovuto distacco la notizia che Adriano Celentano sarà a Sanremo e devolverà in beneficenza il suo compenso – la bellezza di 350.000 euro a serata – non basta neppure servirsi della massima dell’uomo di mondo. Perché di simili omaggi ne stiamo vedendo un po’ troppi, ultimamente, e il bello è che vanno sempre alla stessa maniera. Fase uno: la Rai, o chi per Lei, cerca il personaggio di successo, il big che faccia parlare di sé e dell’evento prima, durante e dopo lo spettacolo. Fase due: si avvia la trattativa tra la parte pubblica, che mette i soldi, e la parte privata, che pratica prezzi di mercato, ossia: cifre a parecchi zeri. Fase tre: imbarazzo generale, articoli di giornale sull’opportunità della spesa, mugugni. La protesta cresce e si passa così alla fase quattro: il personaggio di successo mostra improvvisamente tutta la sua generosità, e devolve l’onorario a favore di famiglie bisognose, o di meritori istituti di ricerca, di enti assistenziali o di organizzazioni del volontariato.

Tutto bene quel che finisce bene, si dirà: però perché comincia male, e si raddrizza solo in corso d’opera? Forse in tutte e quattro le fasi, almeno stavolta, qualcosa che non va c’è. In primo luogo, non è entusiasmante la prospettiva di star lì a interrogarsi per una settimana sul significato dei monologhi di Celentano, che nell’ultimo disco ha mostrato di aver a cuore il destino del pianeta più di quanto abbia a cuore quello delle sette note. Per carità: Celentano è il Festival, un grande artista, la storia della musica italiana: non è però la storia della filosofia, e neppure la coscienza del paese. Sarà pure un segno dei tempi, ma forse non è ancora inevitabile che ci si tolga il cappello dinanzi all’interprete musicale che si atteggia a intellettuale pensoso, o al comico che si veste da profeta, o al cantautore che veste i panni del manager (salvo dimettersi quando monta il malcontento). Certo, se le università fanno a gara a concedere la laurea honoris causa a motociclisti e rocker, non ci si può sbalordire che il dubbio amletico dei nostri tempi sia se questo o quello è rock oppure lento. E però un po’ di stucco si rimane ugualmente.

In secondo luogo, non si capisce come mai alla decisione di dare tutto in beneficenza si arrivi non per uno spontaneo moto dell’animo, non per uno slancio improvviso del cuore, ma solo dopo che si è levato un chiassoso coro di disapprovazione: forse i vip diventano più buoni solo quando si accorgono che il pubblico se li vuole immaginare così. C’è un omaggio alla virtù da rendere, e coincide quasi sempre con la cura della propria immagine pubblica: è la moderna civiltà delle buone maniere, che si misura dalla disponibilità a devolvere il cachet (se fa troppo rumore).

In terzo luogo, non si capisce come vadano queste singolari trattative. Prima si accetta il principio del mercato: anche i cantanti sono professionisti. Poi, di colpo, si scopre che i valori di mercato, ottenuti grazie alla tigna di avvocati e manager, sono profondamente immorali. Mai che a qualche dirigente venga in mente che non si tratta solo di valori di mercato, ma anche di missione del servizio pubblico, che non dovrebbe accendersi o spegnersi a intermittenza, a seconda delle opportunità o degli umori della pubblica opinione.

Infine, non si capisce nemmeno come funzioni la generosità del Molleggiato. A caval donato non si guarda in bocca, d’accordo; però non si comprende perché la Rai, i cui conti non sono floridissimi, non la meriti proprio per niente. Alla Rai si spilla tutto, fino all’ultimo euro. Ma proprio perché la Rai e Sanremo sono il paese – si dice così, per spiegare l’importanza dell’evento, e della partecipazione del «Re degli ignoranti» – perché non si trova mai un cantante o un calciatore che invece di fare il bel gesto di elargire in beneficenza rinuncia alla parcella per amore del servizio pubblico? Perché la Rai non merita atti di liberalità? Certo, la gente capisce meglio che è beneficenza quella di donare a un ospedale o a una famiglia povera, ma che peccato: invece di accodarsi ai tanti che han fatto come lui, che prima han chiesto soldi e poi sono tornati sui propri passi quando han rischiato di apparire esosi, Celentano avrebbe potuto essere davvero originale: dare più valore al servizio pubblico che al suo gesto privato, ed esibirsi gratis. Di sicuro noi avremmo applaudito più convintamente. E comunque lo faremo volentieri, se ci regalerà qualche canzone in più, e qualche omelia in meno.

Il Mattino, 1° febbraio 2012

Negazionismo demolito dai quattro scatti di Alex

“Urgente. Inviate il più rapidamente possibile due rullini di pellicola in metallo per macchina fotografica 6×9. Possiamo fare foto”: possiamo fotografare l’orrore, possiamo inviare scatti da Birkenau. Possiamo, perché lo abbiamo fatto: Alex, un ebreo greco membro dei Sonderkommando – le squadre speciali che gasavano i detenuti del campo di sterminio – nascosto proprio dentro le camere a gas appena svuotate, è riuscito a fotografare le fosse di incinerazione e i suoi compagni di lavoro mentre si muovono macabri fra i cadaveri. Il biglietto della resistenza polacca e i quattro scatti di Alex sono giunti fino a noi, infilati in un tubetto di pasta dentifricia. Noi, perciò, lo sappiamo: le camere a gas sono esistite, lo sterminio di massa è stato compiuto. E in verità esiste ormai una documentazione imponente: non solo i quattro pezzi di pellicola strappati all’inferno, come li ha definiti Didi-Huberman, ma documenti, testimonianze, ritrovamenti. Non solo non c’è spazio alcuno per il dubbio, ma non c’è modo di considerare una semplice opinione quella di chi, nonostante tutto, nega la Shoah.

Contro il negazionismo Donatella Di Cesare ha  scritto il suo ultimo libro, teso e fermo, Se Auschwitz è nulla, per richiamare l’attenzione su un fenomeno che non ha nulla di intellettualmente presentabile, nulla di storicamente valido, nulla di politicamente accettabile, e che tuttavia non cessa di presentarsi in forme che non offendono solo la memoria delle vittime, ma minacciano l’identità stessa dell’Europa democratica: ricostituitasi, come dice Di Cesare, “sulla cenere, su un luogo, fragile e friabile, come le pagine dei libri dati ai roghi”.

Ma come fanno a negare coloro che negano? Jean Francois Lyotard lo ha spiegato esponendo l’ignobile sofisma del negazionista Faurisson, il quale aveva scritto: “Ho cercato, invano, un solo ex deportato capace di provare che aveva realmente visto, con i suoi occhi, una camera a gas”. Ecco come fa, il buon Faurisson: per avere visto e provare che le camere davano la morte, occorre essere morti. Se si è morti, si può testimoniare che quelle che si sono viste sono effettivamente camere a gas, che è Ziklon B il gas che vi viene iniettato, che sono forni crematori quelli in cui le vittime vengono bruciate. La testimonianza del sopravvissuto, in quanto è un sopravvissuto, non è probante e non basta; la sua memoria non vale.

E invece vale. Vale ed è la cosa più preziosa. Vale anzitutto per smascherare quelli come Faurisson, o come David Irving, gente che sotto una lacca di rispettabilità scientifica non si limita a instillare dubbi, ma finisce con l’assecondare di fatto il progetto genocidiario di uno spazio judenrein, depurato dagli ebrei.

Cosa infatti negano coloro che negano, se non che vi siano tracce dei crimini commessi? Essi negano cioè proprio quello che i nazisti volevano cancellare. Nessuno avrebbe mai dovuto sapere. Nel negare l’accaduto, i negazionisti – accusa Di Cesare – proseguono l’opera: “sorvolano i lager per accertarsi che la terra si sia chiusa definitivamente e il fumo si sia disperso”. Ogni domanda sulla memoria della Shoah deve dunque partire dal fatto che, serbandola, si impedisce che svanisca anche la cenere di coloro che passarono per i camini. Per questo, abbiamo la risposta alla domanda di Adorno se sia possibile poesia dopo Auschwitz. E sappiamo anche se davvero Auschwitz sia stato un orrore così grande da essere indicibile. “La lotta contro i negazionisti sarebbe già persa, se si concedesse l’indicibilità di Auschwitz”, scrive infatti Di Cesare. E dire Auschwitz, spiegare, comprendere, non vuol dire né giustificare né banalizzare o relativizzare, ma ricordare e vigilare.

La vigilanza deve però essere affidata alla memoria collettiva, e non semplicemente al ricordo individuale. Perché la memoria non è solo la registrazione obiettiva dei fatti, ma anche il debito di giustizia nei confronti di coloro che sono morti, e che purtroppo, come diceva Benjamin, neppure da morti possono sentirsi al riparo dall’affronto dell’oblio.

Perché negano, infatti, coloro che negano? Non certo per stabilire come davvero andarono le cose, ma per farle andare ancora oggi in una certa maniera. Il negazionismo non è un incomprensibile rigurgito del passato; è anche un pericolo nel presente. Cosa ha spinto difatti Ahmadinejad a organizzare una conferenza sull’Olocausto, se non l’intenzione di togliere a Israele la religione della memoria, e minarne così la legittimità? Ma noi sappiamo: Auschwitz è esistita, Birkenau è esistita. E lo sterminio di ebrei (di zingari, di omosessuali, handicappati, nemici politici) chiama non Israele ma l’Europa intera, tutti noi, l’umanità stessa, a ricordare e tramandare per poter ancora vivere con dignità. Noi lo sappiamo: ci sono le foto, e ci siamo noi.

L’Unità, 27 gennaio 2011

L’Italia-Panda di Marchionne

La Fiat riparte da uno spot. Per il lancio della nuova Panda,
l’azienda torinese confeziona novanta secondi sull’Italia che piace,
scatta la sua fotografia del paese e sovraimprime ad essa la nuova
utilitaria «squircle»: un po’ tonda un po’ quadrata, come se a
Marchionne fosse riuscito finalmente di quadrare il cerchio. E siccome
lui è uomo del fare, impacchetta il tutto con parole che più
pragmatiche, anzi pragmatiste, non si può: «le cose che costruiamo ci
rendono ciò che siamo». Tanto di cappello: a Torino, il pragmatismo lo
conoscono. Da lì veniva il primo filosofo pragmatista italiano,
Giovanni Vailati, che nel 1899 – proprio l’anno della nascita della
Fabbrica italiana di Automobili – lascia l’università e si trasfersce
al sud, dove prova a gettare il seme di una proposta filosofica
inedita in Italia, ma già diffusa in America. Il seme non attecchirà:
un po’ perché Vailati morirà prematuramente, un po’ perché il paese
prenderà di lì a poco ben altra piega (alla quale Agnelli, fatto
senatore, aderirà). Ma poco più di un secolo dopo, grazie alla
fabbrica torinese – oggi un po’ meno di Torino e dell’Italia, un po’
più di Detroit e dell’America – quel seme viene piantato nuovamente al
sud: negli stabilimenti di Pomigliano, dove si produce la nuova Panda.
E siccome dal punto di vista pragmatista la verità è negli effetti che
produce, vediamo pure, in omaggio a Vailati e allo slogan, lo spot che
effetto fa.
Si comincia con rumori di fabbrica e operai al lavoro. Una voce
paterna e rassicurante, un filo autoritaria ma comunque benevola,
domanda quante Italia conosciamo. Presenta quelle di maniera, l’Italia
dei talenti e dell’inventiva, dell’intramontabile genio italico, ma
poi arriva al dunque: è il momento di decidere, di rimboccarci le
maniche, ci vogliono grandi imprese industriali per tirarci fuori dai
luoghi comuni e darci ancora un futuro. Ci vuole una nuova Panda tutta
rossa, insomma, e la voce conclude: «questa è l’Italia che piace».
Ora, la domanda di schietto tono pragmatista non può non essere: che
piace a chi, di grazia? A chi deve piacere l’Italia? Nei pragmatici
anni Ottanta andava molto lo slogan «piace alla gente che piace», che
aveva almeno il pregio di dire a chi si doveva piacere. Qui, è da
presumere, non lo si può dire a chiare lettere, con la stessa forza
stereotipata dei Pulcinella, del Vesuvio e delle caffettiere che nello
spot scorrono a rappresentare il passato, perché altrimenti si sarebbe
dovuto dire: ai padroni. O almeno ai committenti. Meglio, dunque,
glissare, così che si possa intendere: ai mercati, agli investitori,
all’America. Come se per far bene le cose ed entrare nel futuro
l’Italia dovesse mollare la zavorra di un passato irredimibile, tutto
maschere e folclore e pause caffè.
Insomma: la posizione di Vailati nella cultura filosofica del ‘900 è
ancora discussa, ma la posizione che l’Italia ha nell’ideologia
pubblicitaria targata Fiat non dà adito a dubbi. La voce fuori campo
sa essere morbida e suadente, ma il pragmatismo veicolato
dell’americano Marchionne suona invece molto poco filosofico e molto,
decisamente molto, spiccio.

L’Unità, 23 gennaio 2012

Gli astrologi sconfitti dai creduloni

(questo articolo è apparso sul Mattino il 4 gennaio 2012)

Fare pronostici per l’anno che verrà potrebbe essere un’operazione inutile, dal momento che la madre di tutte le previsioni, quella ricavata in base a complicati calcoli dalla sapienza astrologica del popolo Maya, dice che, con il 2012, il mondo finirà. Un così fosco presagio renderebbe inutile lo sforzo di risanamento del governo Monti, ma anche quelli del Napoli per entrare in Champions League: non, però, l’obiettivo di andare il più avanti possibile nell’edizione di quest’anno, perché i Maya fissano l’apocalisse a dicembre. Non c’è dunque il rischio che la finale non si giochi per impraticabilità del mondo.
Le previsioni che ci interessano per davvero sono, però, altre. Sono anzitutto quelle che rammodernano le vecchie formule di scongiuro e le risorse così rassicuranti del rito. In mancanza di cerimonie cosmogoniche e altri culti di grande formato, ormai ci accontentiamo di piccole superstizioni tradizionali. Così, se nel cenone di fine anno mangiamo piatti ricchi di lenticchie, è perché portano soldi: non è ben chiaro come facciano, ma ci piace pensarlo. Naturalmente, non c’è nessuno che giurerebbe che i simpatici legumi abbiano questo fantastico potere, ma ciò non diminuisce lo zelo (e il cotechino) con cui le serviamo a tavola. Quel che ci serve, infatti, è ancora e sempre di disporre di qualche mossa ben eseguita per mettere sotto controllo il caso. Ed è un bisogno così fondamentale che anche quando si è perso completamente il nesso con il successo dell’operazione, noi ripetiamo gli stessi gesti apotropaici o augurali, che ci crediamo o meno. La funesta previsione Maya serviva probabilmente allo stesso scopo: non a fasciarsi il capo prima di esserselo rotto, ma a togliere incertezza sulla maniera di regolarsi nei casi della vita. Come quando c’è un morto in casa: tutti sanno cosa c’e da fare e come comportarsi, tutti si muovono nel modo giusto e ben ordinato.
Le previsioni che si portano oggi sono però di ben altra fattura: non perché siano meglio fondate, ma perché si agganciano alle nostre azioni in un’altra maniera, sconosciuta agli antichi. Il genere di previsione in cui infatti abbondiamo è quello delle cosiddette profezie autoavverantesi: quel genere di prognosi sul futuro che, se ci crediamo, il futuro ci fa la cortesia di disporsi nel senso delle nostre credenze. Sembra bello! Credere che domani non piova a tal punto, che non piove davvero! Un passo avanti rispetto alla magia stregonesca, a cui non bastava la credenza, ma occorreva anche la parola magica.
In realtà, con la pioggia la nostra credenza ha ben poco da fare. Ma il numero di fatti che sono influenzati dall’andamento delle opinioni è considerevolmente aumentato, e disporre quindi di previsioni che orientano le opinioni è un modo sicuro per intervenire sui fatti. A volte può non bastare, e infatti tutto l’ottimismo di Berlusconi non è bastato a raddrizzare il bilancio pubblico, e neppure a modificare le propensioni al consumo degli italiani: dopo tutto, quando i soldi non ci sono, non ci sono.
Quel che però è degno di nota, è proprio il retrocedere dei fatti naturali dal novero delle cose che ci interessano e da cui ci facciamo influenzare (almeno fino alla prossima, imprevedibile e prevedibilissima catastrofe), e l’avanzare di strani fattoidi – li chiamano così -, di fatti cioè mescolati alle opinioni, di fatti incistati nelle parole, fatti su cui far previsioni non è affatto contemplare, ma agire.
Cambiata dunque la cerchia dei fatti su cui è interessata ad esprimersi, la modernità ha compiuto un giro completo e, dopo il trionfo galileiano delle previsioni scientifiche certe, ci riconsegna nuovamente a previsioni largamente incerte, per la gioia di tutti gli astrologi da rotocalco, che non si vedono più confutati dalla seriosità dei fisici, ma soltanto affiancati da psicologi allegri ed economisti tristi (questi, di solito, sono gli umori dominanti), non meno incerti di loro circa i casi della vita. A pensarci, Previsioni che, per avverarsi, richiedono il nostro credulo concorso non differiscono di molto da quelle degli antichi stregoni, che si aiutavano piuttosto con formule rituali e gesti scaramantici.
Non resta, dunque, che crederci, indipendentemente dal grado di attendibilità. Con la consapevolezza però che gli esperti in grisaglia che prevedono il corso della borsa o quella dello spread, non sono molto diversi dai maghi di una volta, se non per l’abito più sobrio.

Il pirata di internet è un seguace di Kant

La faccenda è così complicata, che forse è il caso di mettere in pista Kant: Reimarus non basta, anche perché pochi lo conoscono. L’FBI ha infatti oscurato Megaupload e Megavideo, e arrestato Kim Schmitz, l’uomo che grazie al traffico sui due siti, una gran parte del quale riguardante materiale coperto da copyright – aveva messo su una fortuna e se la godeva in Nuova Zelanda, tra donne e motori. Il collettivo hacker Anonymous (quelli con la maschera di Guy Fawkes, resa popolare dal  film «V for Vendetta») l’ha presa malissimo, considerandolo un attacco alla libertà di parola e di stampa, ed anche, in termini più aggiornati, alla libertà di navigare in forma anonima, e per tutta risposta ha messo fuori gioco un bel po’ di siti dell’Amministrazione della giustizia degli Stati Uniti. Siccome però, comunque la si pensi, al fianco del furbastro Schmitz, uno con sentenze passate in giudicato, non si fa certo una bella figura, è forse il caso di mettere la questione sul piano più generale di una riflessione su storia e destino del copyright nell’epoca di internet. Di questo infatti si tratta: da un lato ci sono le case cinematografiche e le major discografiche in lotta contro la pirateria informatica; dall’altra gli utenti, che si vorrebbero prestare i file così come ci si presta i libri o i dischi, e che tendono a considerare l’informazione e la conoscenza un bene comune, e la libertà di accesso alla Rete un diritto fondamentale. In mezzo, una legge decisamente restrittiva, che il Senato americano ha per il momento accantonato, ma che, fosse approvata, costituirebbe il più poderoso tentativo di stringere le maglie della Rete (col rischio che a finirci intrappolati siano anche social network e motori di ricerca).

Quando nacque la legislazione sul diritto d’autore – trecento anni fa, nel Regno Unito – le cose erano semplici: la funzione «taglia e incolla» non era stata ancora inventata né le idee viaggiavano via web. Copiare era operazione lunga e costosa, ma siccome andavano comunque regolati il diritto dell’autore e l’interesse dell’editore, una legge la Regina Anna dovette farla. E decretò, salomonicamente: 14 anni per l’editore, 14 per l’autore; poi via libera, copi chi può. Quando però arrivarono gli illuministi, con la fissa della lotta contro l’ignoranza, le vie avevano cominciato a liberarsi per davvero, grazie alla diffusione sempre più larga di prodotti a stampa, e gli appetiti economici (così come le ambizioni autoriali) si erano fatti decisamente più robusti. Toccò allora a Kant fare il punto della situazione. Prima di lui Reimarus l’aveva fatta facile, prendendo le difese della più larga circolazione delle idee. Kant, che alla domanda “che cos’è l’illuminismo?” aveva risposto con un inequivocabile «sapere aude!», «abbi il coraggio di sapere!», volle sistemare per bene le cose, contemperando l’avanzamento della conoscenza con le esigenze del diritto.

Così sentenziò (più o meno): un conto è il rapporto che un autore intrattiene con il pubblico tramite il suo editore, un altro sono le opere.  Siccome nessuno può parlare a nome di un altro senza autorizzazione, nessuno al di fuori dell’editore (che ne è stato autorizzato) può dare parola all’autore. Ergo: solo l’editore, in base al contratto con l’autore, può stampare l’opera e distribuirla in pubblico. Per non far esultare solo le major, Kant però aggiunse: «Di contro le opere d’arte, come cose, possono essere copiate». Santi numi, l’idea che le opere d’arte siano assimilabili a «cose» è sorprendente, ma Kant voleva dire che non è il possesso fisico dell’opera quello che conta, quanto quello che gli si fa fare o dire. Con un linguaggio un po’ meno legnoso e un po’ più aggiornato è come dire: un conto è lucrare sulle opere dell’ingegno altrui, un altro è la libera riproduzione per uso personale.

L’argomento kantiano aveva però un punto di pregio che va al di là della soluzione giuridica suggerita (che già di suo non sarebbe male). Esso consiste nell’invito a pensare la proprietà intellettuale come un’azione, qualcosa che si fa e non qualcosa che si ha. La domanda diviene allora chi compie cosa e non chi detiene cosa: messa così, forse una soluzione la si trova. E di questi tempi,  che si tratti un po’ meno di detenere e un po’ più di fare (e di inventare) non potrà che fare bene a tutti, autori ed editori compresi.

Il mattino, 21 gennaio 2012

Questioni di antropologia economica: oltre l’utilitarismo

Tra gli effetti della crisi economica e finanziaria che ha investito l’Occidente negli ultimi anni si possono mettere anche le parole con le quali Chris Hann e Keith Hart aprono la loro recente sintesi sullo stato attuale dell’antropologia economica: scrivono infatti che la crisi “ha opportunamente dimostrato che la questione non è soltanto un affare da eruditi antiquari” (prosegue su tamtàm democratico

Quando Marx criticava i censori dell’arricchimento

E se, dopo aver capito che la ricetta reaganiana non poteva funzionare a lungo, e che non è vero affatto che lo Stato rappresenta il problema piuttosto che la soluzione – se non altro perché allo Stato qualcuno ha chiesto di salvare con migliaia di miliardi di dollari il sistema bancario americano – se ora che la crisi ha investito i debiti sovrani degli Stati europei dovessimo chiederci se non occorra essere solo un po’ più radicali, e domandare anche, a proposito del capitalismo, se anch’esso non sia il problema, invece che la soluzione? Troppi «se», qualcuno penserà. Ma davvero sarebbe un bel guaio se così fosse, perché di risorse intellettuali per misurarsi con un simile problema non ce ne sono molte, in circolazione. Non si vorrà mica tirare in ballo un’altra volta Marx? Certo lui qualche parolina l’ha detta, provando per esempio a sostenere che le crisi non sono soltanto eventi più o meno accidentali, ma fasi strutturali del funzionamento dell’economia capitalistica. Come si fa però a riprendere un’analisi del genere, se persino il termine, “capitalismo”, è pressoché scomparso dal dibattito pubblico? In verità, la parola sta di nuovo facendo capolino, e il solo fatto che la si torni ad usare (senza peraltro avere la scostumatezza di Marx, che parlava addirittura di “capitalisti”, incitando così all’odio di classe) indica perlomeno che il problema c’è: la fede nelle virtù taumaturgiche del mercato si è indebolita; indebolita è pure la convinzione che il mercato rappresenti sempre il miglior sistema di allocazione delle risorse; fragilissima è ormai la presunzione che alla politica spetti solo il compito di correggere asimmetrie e distorsioni del mercato.

Certo, non possiamo farne solo un affare di parole. Forse, però, tornare ad usare la parola «capitalismo» aiuta a individuare nodi strutturali, quelli che non vengono meno solo per il fatto che non li si nomina più. Marx era ad esempio convinto che la crisi si manifesta sì sui mercati finanziari, e anzi le bolle speculative la ingigantiscono oltre misura, ma comincia da un’altra parte, nella sfera della produzione: è lì che bisogna andare a guardare. Siccome però il fenomeno della sovrapproduzione, che lui poneva all’origine della crisi, raccoglie le abbondanti ironie degli economisti mainstream, figuriamoci se proponiamo di tornare alle sue descrizioni del ciclo economico (con tanto di inevitabile crollo finale). Però, di grazia, quando Marx spiega che è futile oltre che irresponsabile prendersela con l’avidità dei banchieri e l’egoismo degli speculatori, quando avvisa che non è buttandola sul piano della morale che si individuano le cause e si indicano le vie d’uscita, non sarà il caso di rimpiangere un pensiero critico altrettanto robusto? Così, se il Presidente del Consiglio vola a Londra per riconquistare la fiducia dei mercati, ci si può chiedere se è di economia che stiamo parlando, o non piuttosto di psicologia? Sentite allora Marx, quando ad esempio se la prende con la stampa: «Ora non ci chiederemo se i giornalisti inglesi, che per un decennio hanno diffuso la dottrina secondo cui l’epoca della crisi commerciali si era definitivamente chiusa con l’introduzione del libero commercio, abbiano ora il diritto di trasformarsi improvvisamente da servili panegiristi a censori romani dell’arricchimento moderno». Che dire? A parte il fatto che oggi il problema non ce l’abbiamo solo con i giornalisti inglesi, e che di decenni di panegirici ne abbiamo vissuti più d’uno, ma non avremmo bisogno di penne almeno altrettanto libere e sfrontate? Perché di questo anzitutto si tratta: se il capitalismo crollerà, non ce lo manderà certo a dire, ma intanto si può auspicare un po’ più di libertà intellettuale, di intelligenza critica, di anticonformismo nel dibattito delle idee?

L’unità, 19 gennaio 2012

Il naufragio della coscienza

Che groviglio di contraddizioni è l’uomo. Quando capita però che le contraddizioni si sciolgano e si ripartiscano con chiarezza, e possiamo vedere tutta la miseria dell’uomo da una parte, e tutta la grandezza da un’altra, allora capiamo. La telefonata che nel cuore della notte si scambiano Schettino e De Falco, il capitano che dopo aver mandato la nave Concordia contro gli scogli ha lasciato il suo posto di comando, e il comandante della Capitaneria che lo incalza durante le operazioni di soccorso, ha il potere di sciogliere per un momento le complicate contraddizioni della natura umana. Per Pascal ci voleva il peccato originale per spiegare come stiano insieme, nell’uomo, grandezza e miseria, e invece bastauna voce incerta e spaventata ad un capo del telefono e un’altra ferma e autorevole all’altro capo, per sciogliere l’enigma e permetterci di giudicare.

Noi sappiamo che quel che ha compiuto il capitano è inescusabile: tanto più restiamo basiti di fronte al suo continuo tergiversare, mentire, accampar scuse. Se Schettino è stato sorvegliato a vista, nelle scorse ore, è perché s’è pensato che il peso della vergogna fosse così schiacciante, che c’era il serio timore potesse compiere atti autolesionistici. D’altro canto, vediamo bene nelle parole di De Falco, di là dai meriti personali e dai doveri d’ufficio, quel che, senza essere eroico, deve valere per tutti: un rigore e un’inflessibilità alla quale in troppe circostanze della vita non siamo più abituati. Dal genitore troppo condiscendente, al professore troppo comprensivo, fino al politico troppo cedevole verso gli umori dell’opinione pubblica, vediamo assai di rado qualcuno che agisca senza esitazioni né incertezze: qualcuno che sappia qual è il suo dovere, sappia che è chiamato a farlo e lo fa, senza tante storie. In realtà, non c’è nulla di straordinario nell’intimare al comandante Schettino di salire a bordo e nell’esercitare il proprio potere con ferma determinazione. È anzi una piccola cosa: che però è tutto. Tutto quel che si deve fare, almeno in quei frangenti. E siamo così poco abituati a parole di comando, che di questo fenomeno così tipicamente umano vediamo troppo spesso solo il lato odioso dell’autoritarismo o del sopruso, non anche quello della guida e dell’autorevolezza.

Non bastano perciò le maschere di Alberto Sordi o di Christian De Sica, con addosso i panni di Schettino, a interpretare l’intera vicenda. C’è anche da ricordare la simpatia nutrita per Michel Piccoli, il cardinale che rinuncia al soglio pontificio nell’ultimo film di Moretti, Habemus papam. La fragilità dell’uomo, il suo «non sum dignus» ce lo avvicinava e rendeva umano. Facendoci dimenticare quel che invece la telefonata dell’altra notte ha potuto ricordarci: che l’uomo è chiamato a tenere insieme il sentimento della propria inadeguatezza con lo sforzo di fare sempre del proprio meglio senza sottrarsi alle proprie responsabilità. Non siamo degni perché dobbiamo renderci degni: forse è una contraddizione, ma è anche il posto che non dobbiamo abbandonare.

L’Unità, 18 gennaio 2012