Secessionisti e populisti. Asse anti-Ue

Just-BelieveNon vi è un unico anti-europeismo. Ma questo non vuol dire che i vari fronti non possano saldarsi, e mettere definitivamente in crisi l’Unione europea. L’indipendentismo scozzese, che nel voto di ieri ha mostrato tutta la sua consistenza, sgorga da una storia plurisecolare. Ma ciò non toglie che sfoci nel pelago in cui nuota oggi, con sempre maggiore difficoltà, l’esperimento politico europeo. I populismi e i nazionalismi che punteggiano la mappa dell’Europa hanno segni distintivi propri, specifici, peculiari, e però il messaggio che trasmettono a Bruxelles ha almeno un denominatore comune: vuoi perché lontana, vuoi perché tecnocratica, l’Europa non ce la fa ancora a rappresentare la collettività di cui ciascuno può sentirsi parte. E nella crisi economica e sociale in cui da troppi anni si dibatte, le piccole patrie riprendono spessore, proprio come si rinfocolano gli umori populisti . Non importa che vi possa essere contraddizione fra le une e gli altri, e ad esempio (per restare oltre Manica) che il leader indipendentista dell’Ukip, l’euroscettico Nigel Farage, trionfatore nel voto europeo di maggio, si sia apertamente schierato contro la secessione scozzese; importa che, nell’effetto, tanto le spinte populiste quanto gli impeti nazionalisti suonino come acuti campanelli d’allarmi per le istituzioni europee.

La cui storia – la storia della costruzione dello spazio politico continentale nella seconda metà del Novecento – presenta un tratto singolare, che sarebbe importante ricordare: fondata anzitutto sulla cooperazione fra gli Stati nazionali, la comunità europea ha progressivamente modificato i suoi assetti di governance, per investire di sempre maggiori responsabilità le autorità regionali e locali. La logica che vedeva nella partecipazione alla vita comunitaria solo un ramo della politica estera è stata da tempo accantonata. Questo processo ha però avuto corso in due opposte direzioni: verso il più alto livello delle degli organismi e delle istituzioni sovranazionali sono state sospinte molte decisioni fondamentali, mentre verso il livello più basso dei poteri locali si sono ritratti i motivi identitari, cioè quelli su cui si fonda il senso della comunità e, anche, buona parte della legittimità politica. Questi fenomeni sono a fatica inseguiti, quasi mai preceduti dalle formule giuridiche con cui si provano ad articolare i programmi regionali, le politiche di coesione,i federalismi, gli autonomismi e i regionalismi più o meno avanzati che modificano gli assetti politici nazionali. Di fatto, però, il risultato sembra essere piuttosto, in alto, un deficit di democrazia, e in basso un surplus di risentimento, di animosità e di astio antieuropeo.

Invero le identità locali, proprio come i caratteri regionali, sono anch’essi frutto di una costruzione sociale e culturale, sebbene di lungo periodo. Peraltro, è stato in molti casi proprio l’insorgere degli Stati nazionali, nel corso della storia moderna, a produrre di rimbalzo più marcate appartenenze regionali o municipali. Che queste identità siano costruzioni storiche non toglie nulla, naturalmente, né alla loro forza né alla loro incidenza politica e sociale, ma permette di considerarle almeno in termini dinamici: non come dati inamovibili, acquisiti una volta per sempre, ma come grandezze passibili di modificazioni. Il guaio è che le dinamiche oggi innestatesi in Europa vanno in ben altra direzione, e corroborano, non indeboliscono costruzioni identitarie fondate su chiusure e contrapposizioni, piuttosto che sulla cooperazione e l’integrazione.

Il grande scrittore ebreo, il premio Nobel Isaac Bashevis Singer, riflettendo sui drammi e le tragedie del Novecento europeo ebbe una volta a scrivere: «Quando tutte le nazioni si renderanno conto che sono in esilio, l’esilio cesserà di essere». Qualcosa del genere – il sentirsi in esilio in Europa: non però da soli, ma insieme a tutti gli altri popoli europei convenuti insieme – non ha potuto ancora realizzarsi. Né forse potrà realizzarsi mai. Forse è semplicemente un’utopia, qualcosa che non può reggere agli urti della storia, e che shock economici profondi o crisi come quella ucraina possono mettere impietosamente a nudo, smascherando l’inconsistenza politica europea. Eppure, dopo il voto ad Aberdeen, Edimburgo e Glasgow possiamo forse ancora credere che l’ultimo brandello del sogno europeo non sia già volato via.

(Il Mattino, 19 settembre 2014)

Festival e Forum, Modena vince e Napoli affonda

ImmagineSi apre oggi la quattordicesima edizione del Festivalfilosofia di Modena Carpi e Sassuolo. È una notizia? Certo che è una notizia, soprattutto se si guardano i numeri e se, dopo aver guardato i numeri, si istituisce un paragone – impietoso, crudo, necessario – con il programma del Forum universale delle Culture di Napoli e della Campania, in corso di svolgimento.

Il Festival si svolge ogni anno dal 2001. L’ultima edizione ha raccolto più di duecentomila presenze in tre giorni: si era partiti, nella prima edizione, con poco più di trentamila. Alle lezioni magistrali, che costituiscono il cuore culturale dell’evento, hanno partecipato in media, lo scorso anno, più di duemila persone alla volta. Che se ne stanno in silenzio, sedute o in piedi, ad ascoltare filosofi, scrittori, intellettuali impartire severi la lezione dei classici, o declinare con qualche licenza in più il tema scelto per l’edizione in corso (quest’anno si parla della gloria). Tutto questo ben di dio di persone che per tre giorni occupano le sale, le chiese, le piazze, le mostre – persone che leggono (e comprano), che discutono (e rianimano) i luoghi della città – tutta questa roba costa, in tutto, poco più di ottocentomila euro. Fa quasi tenerezza leggere l’onere che grava sul bilancio del Comune di Modena per la partecipazione nel Consorzio che gestisce il Festival: cinquantacinquemila euro. Indagini di mercato dimostrano poi che tra acquisto di libri, consumazione di menu filosofici (ci sono anche quelli) e merchandising – cioè magliette, borse, penne, oggettistica in genere, distribuita in una miriade di punti vendita – l’impatto economico del festival è da stimarsi intorno ai 3 milioni di euro. Hanno insomma moltiplicato per tre volte e mezzo i soldi investiti.

Ora, da quelle parti sono bravi. Indubbiamente. Hanno capacità organizzativa, fanno sistema, riescono a coinvolgere le energie vive delle città interessate e a innestare un’amplissima trama culturale in un’occasione di crescita civile. Hanno fatto di un festival un’istituzione. Ma sia chiaro: partono dallo gnocco fritto e dall’aceto balsamico, non dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici o dall’Istituto Croce. Certo, a Modena sorgono l’università e il Collegio San Carlo, e lì vicino è nato Pico della Mirandola; ma qui abbiamo l’ateneo federiciano e ci è nato, solo per dirne uno, Giambattista Vico. E comunque: non è certo sulle spalle del poliedrico umanista mirandoliano che poggia il festival, non è lui che dà il là all’iniziativa, ma un consorzio efficiente, partecipato da istituzioni pubbliche e private, capace di gestire, di promuovere, di comunicare.

E il Forum, invece? Come l’araba fenice: che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. A meno che qualcuno non se ne sia accorto. E finirà, l’altisonante Forum, come tutte le cose umane finiscono. A differenza però del festival modenese, non lascerà alla città alcun segno concreto, visibile, appariscente. Non un marchio vincente, non una traccia duratura, non un fattore di sviluppo. Eppure, per produrre questo nulla, avrà comunque impiegato non ottocentomila euro o un milione, ma la bellezza di undici milioni di euro. Undici. Riversati su iniziative le più diverse, senza una vera programmazione, senza un filo conduttore autentico, senza una capacità reale di promozione della città e della Regione. Come l’hanno fatto, il Forum? Hanno preso più o meno quello che c’è, gli hanno stampigliato sopra il bollino della Fondazione, hanno versato i quattrini, hanno messo in cartellone l’evento. E stop: nulla viene cucito insieme, tutto rimane slegato, mentre la città rimane completamente indifferente. Capacità di incidere sulle dinamiche cittadine, di trasformare e coinvolgere i luoghi, la memoria, le persone: zero. Sempre a fronte, però, di undici milioni di euro. Certo, è giusto aspettare di vedere i resoconti – voce per voce, capitolo per capitolo, per capire come si possano sperperare tanti milioni di euro spalmandoli su una molteplicità sconclusionata di eventi – ma non c’è bisogno di attendere la fine dell’anno per accorgersi che dal Forum non è venuto fuori un marchio, un’idea, un logo, qualcosa che faccia davvero da volano allo sviluppo della città.

A leggere sul sito, il meritorio intento era quello «creare occasioni di riflessioni sui temi del Forum». Stiamo riflettendo, ma non v’è dubbio che l’occasione maggiore di riflessione è offerta, purtroppo, dal Forum stesso: su come è andata, sta andando, e se ne andrà.

(Il Mattino, 12 settembre 2014)

La sinistra tra vecchie cordate e nuovi tweet

Acquisizione a schermo intero 10092014 133251.bmpL’introduzione delle primarie in Italia si deve al partito democratico. E tuttavia il partito democratico non ha ancora deciso che cosa le primarie siano: se una regola che il partito segue, e in quali circostanze, o invece uno strumento di lotta politica, e un modo per regolare i conti fra gruppi dirigenti del partito. Se infatti fossero una regola non potrebbero venire ogni volta in discussione, e invece puntualmente accade che la discussione si accenda furiosa, in particolare quando si abbandona il palcoscenico nazionale e si entra nella selva selvaggia ed aspra e forte delle primarie per i comuni, le province, le regioni. Le regionali 2015 in Campania non fanno eccezione: il Pd ignora ancora il se ed il quando. Il che però non toglie che alla decisione su come e se tenerle si cerchi di giungere da una parte o dall’altra attraverso comunicati, colpi di mano, iniziative più o meno estemporanee, dichiarazioni, posizionamenti, fughe di notizie: nulla del vasto repertorio della tattica politica ci viene risparmiato. Ma la situazione, dopo tutto, è abbastanza semplice. Il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, vuole fortissimamente le primarie, e fino a qualche tempo fa lasciava intendere che se non si facessero sarebbero pronto a candidarsi ugualmente: che è un modo ben strano per stare in un partito e attendere le decisioni dei suoi organi collegiali. Ma si sa: il personaggio è irruento. Una larga fetta del Pd, però, De Luca proprio non lo vuole, e lavora a opporgli l’europarlamentare Pina Picierno. La quale, dal canto suo, un po’ si schermisce e un po’ no, ma in realtà è pronta a scendere in campo, anzi in fonderia, a patto però che cali un’esplicita investitura dall’alto (cioè da Renzi). Ma al momento l’investitura non c’è, il che rende possibile immaginare altri nomi. Quello di Andrea Cozzolino, per esempio, che dovrebbe rompere gli indugi prima della kermesse di fine settembre convocata dai renziani, e sparigliare i giochi. O nomi che dovrebbe fare direttamente Roma: nomi autorevoli, indiscutibili, di quelli che costringono a rimettere le primarie (le regole?) nel cassetto. Per evitare che invece degli indugi si rompa per l’ennesima volta il Pd.

Tiriamo allora il fiato e ricominciamo. Però da un’altra parte. In tutto questo bailamme, infatti, non si riesce ancora a vedere quello che dovrebbe costruire il cuore della battaglia politica: una proposta, una visione, due o tre cose decisive sulle quali puntare, e le alleanze sociali e politiche da costruire per realizzarle. Il metodo e i tavoli, le commissioni e i tweet sono al centro del dibattito, ma di tutto il resto poco o nulla. Ad esempio, questo giornale ha denunciato in questi giorni che cosa significa oggi partorire a Napoli: non avere a disposizione strutture affidabili, che rispondano ai requisiti di legge e garantiscano nei reparti le condizioni operative che consentono di affrontare parti difficili, situazioni di emergenza. Che le cose vadano bene per le giovani mamme è quasi una scommessa: ce ne sarebbe, dunque, per parlare di sanità, della condizione della donna, delle diseguaglianze del paese. E per smuovere interessi consolidati che si incrostano sulla pelle dei cittadini. Ma niente: tutto tace.

Ancora: succede che si muoia accidentalmente, assurdamente, per paura o imperizia, e che un quartiere intero di una città sempre più divisa a pezzi metta in piazza tutto il proprio disagio, la propria disperazione, il senso di una condizione irredenta e irredimibile, senza alcuna speranza di riscatto sociale, solo rabbia e rassegnazione. Ma anche in questo caso nessuno riesce a metter su qualcosa che somigli a una proposta seria, effettiva, concreta. Qualcosa che assegni ancora alla politica un’interlocuzione reale con i cittadini. Niente: tutto tace.

E si potrebbe continuare: con Bagnoli, con i fondi europei, con le politiche di sviluppo. Ma a che serve fare l’elenco? Il fatto è che la politica nel Mezzogiorno non prova più a costruire. Quel che al massimo riesce a costruire sono cordate politico-clientelari, somme di micronotabili – come giustamente li ha chiamati Mauro Calise – che non fanno altro che contendersi il fiero pasto. E se non micronotabili, una sventagliata di micro-dichiarazioni via twitter. Che per l’amor di Dio: vanno benissimo, ci passi il pomeriggio rimbalzando da una battuta all’altra e da un link all’altro. Quel che però non riesce a passare, è la sensazione che tutto questo non faccia avanzare la politica campana di un solo passo.

(Il Mattino, 10 settembre 2014)

Il primato del civile

magritte-voix1Di cosa è sinonimo la società civile? Bella domanda, a patto di spiegarla. Ma la spiegazione è necessaria, dopo aver ascoltato le parole rivolte da Raffaele Cantone al consesso riunito annualmente dallo Studio Ambrosetti a Cernobbio. Cantone ha detto un paio di cose che sarebbe bene scolpire nella mente. Da presidente dell’Autorità nazionale anti-corruzione, ha rivolto innanzitutto agli industriali l’invito a tenere nei confronti della corruzione lo stesso atteggiamento che meritoriamente si propongono di tenere nei confronti di imprese e imprenditori in odor di mafia: isolarli, tenerli fuori, cacciarli dagli organismi associativi. Quel che si fa con i mafiosi va fatto con i corrotti. In secondo luogo, ha rimarcato che se passasse l’idea che il contrasto alla corruzione non è soltanto un dovere morale, ma anche l’interesse bene inteso del Paese e dello stesso sistema produttivo, allora la scommessa contro la corruzione potrebbe essere finalmente vinta. Una vera e propria «battaglia culturale». Ma le battaglie culturali, si sa, sono faccende serie, lunghe, onerose, che non si vincono dalla sera alla mattina. Perciò non si trovano molti che siano disposti a farle. Eppure sono battaglie essenziali, perché una società civile e un Paese bene ordinato poggiano sui comportamenti dei cittadini, non solo sulle leggi. Parafrasando Kant: i comportamenti senza le leggi sono ciechi, ma le leggi senza i comportamenti sono vuoti. Non c’è insomma norma senza una normalità soggiacente, e se la prima si può produrre con un atto legislativo, la seconda purtroppo no, e richiede un lavoro di ben più lunga lena.

Tutte e due le cose dette da Cantone sono giuste e sacrosante, e per una volta spostano l’attenzione dalle leggi che si attendono dal Parlamento ai comportamenti che è lecito aspettarsi dalla cosiddetta società civile. La quale è «cosiddetta» non perché non esista o sia incivile, ma perché la definizione rigorosa del suo concetto è complicata assai. Ma Cantone ad essa si è rivolto, e così torna la domanda iniziale: di che è sinonimo, cosa intendiamo con essa? Nell’essenziale, tre cose. La prima: società civile è la somma degli interessi privati che si organizzano al di fuori della dimensione dello Stato e dei poteri pubblici. La seconda: società civile è il complesso di rapporti familiari, sociali, ideali, per i quali una comunità può dirsi tale. In questo secondo caso, il concetto di società civile non è imperniato esclusivamente sugli individui, ma su una condizione condivisa di appartenenza (di clan, di gruppo, di nazione), che genera identità. Entrambe queste idee presentano però dei problemi. Uno in particolare, ci riguarda qui. Entrambe procedono da una separazione netta delle due sfere, pubblico e privato (anche se connotano diversamente la sfera privata), che spesso si traduce in una secca contrapposizione. Per cui si reagisce sempre alla stessa maniera: il privato che funziona se la prende col pubblico – e in Italia è il ritornello di gran lunga dominante –, e il pubblico che funziona (o cerca di funzionare) se la prende col privato, che nicchia e fa orecchie di mercante, come ieri suggeriva Cantone.

Noi però abbiamo un bisogno assoluto di uscire dall’impasse. E di far emergere una terza sfera che si interseca con le prime due, e disegna una più ricca fisionomia della società civile. Una sfera che non è vincolante, coercitiva come quella pubblica, dello Stato e della legge – perciò quello di Cantone era un «invito» –, ma che sa assumersi responsabilità collettive, più grandi del solo interesse particolare, immediato, esclusivo – e perciò l’invito di Cantone riguardava la cura di una condizione generale, valida per tutti e legato all’impegno di tutti. Questa sfera esiste ed è la sfera della «civicness», la sfera civica in cui i cittadini non sono semplici individui privati, né solo clienti, utenti o consumatori, ma attori sociali impegnati alla costruzione di un qualche bene comune.

Quanta ne abbiamo, in Italia, di questa civica virtù? Non abbastanza. Ma se non proviamo a farla emergere, se tra pubblico e privato continuerà invece il gioco dello scaricabarile, allora purtroppo l’invito – e non solo l’invito, anche il nostro malandato Paese – cadrà nel vuoto.

(Il Mattino, 8 settembre 2014)

Uomini e lupi

Acquisizione a schermo intero 03092014 212302.bmpIn guerra muoiono molti uomini. E donne, e bambini. Militari e civili. In ogni tipo di guerra: nelle guerre dichiarate e in quelle non dichiarate. Nelle guerre sporche e in quelle che sporche non vorrebbero essere. Nelle guerre giuste e in quelle che non provano nemmeno a dirsi giuste. E ancora nelle guerre condotte per offesa o per difesa, per conquista o usurpazione, per cieca sete di potere o per profonde ragioni strategiche. Per realismo, infine, o per (malinteso) idealismo. Ma nella decapitazione di un uomo – di un uomo solo, in ginocchio, la barba mal rasata, lo sguardo impaurito, il volto pallido e provato dalla prigionia – nell’uccisione di un prigioniero inerme, e non di un soldato ma di un giornalista, e non di un nemico ma di un testimone: in una morte così barbara, inumana, crudele c’è qualcosa di più del gesto violento, della ferocia dell’assassino. Nella sua esibizione, nella sua dimostrazione, nella sua sfida c’è la precisa volontà di dichiararsi, più duri, inesorabili e spietati del nemico. Come se la spietatezza fosse la prova da superare. Come se vincere il nemico in efferatezza significasse vincere tout court.

Steven Sotloff, 31 anni, reporter, finito nelle mani dei miliziani islamici dell’Isis con James Foley, è morto ieri. Per mano di quello stesso aguzzino con accento inglese che due settimane fa giustiziò il collega Foley. Come allora, così questa volta è stato diffuso un filmato dell’esecuzione. Come allora, così questa volta ad essere chiamato in causa è direttamente Obama, la politica estera americana, l’intervento militare per fermare l’avanzata jihadista nel nord dell’Iraq. Come allora, così oggi l’orrore è più grande di qualunque altra considerazione. Più grande anche della sua rappresentazione: più reale. Per quante dotte disquisizioni si vogliano condurre sul profluvio di immagini nella società contemporanea, nell’epoca della Rete e degli schermi in ogni casa, su ogni cellulare, resta infatti l’impossibilità di guardare quel filmato senza inorridire. Resta l’orrore: quel che vediamo ci fa orrore. L’orrore che il boia non ha provato, alzando il coltello contro Steven Rotloff, lo proviamo noi, in nome della nostra, comune umanità. Proviamo così a noi stessi di non essere affatto anestetizzati dalle immagini di morte, dalla spettacolarizzazione della morte, dal suo uso mediatico: almeno una piccola porzione del nostro essere rimane attaccata a una certa idea di umanità, a un certo senso di sé al quale non può rinunciare e che anzi impone di rifiutare con tutte le forze lo sperpero immane di una violenza eccessiva, inutile , traboccante.

Per questo la prepotenza incontenibile usata ieri nei confronti di un giovane uomo, nostro simile, nostro fratello, non segna affatto una nostra sconfitta , e contiene anzi la rivelazione di una irrinunciabile verità: non è la violenza che ci fa uomini e che tiene insieme la società, la civiltà. È al contrario il suo rifiuto, la necessità di tenerla lontana dalle nostre vite. Il boia del deserto, che ammazza uomini inermi, suscita in noi il più grande orrore e la più grande collera. Ma proprio così ci ricorda che siamo uomini, che da questa parte del mondo mettiamo la nostra umanità nel rifiuto della violenza e della morte, non nella furiosa signoria sopra di essa.

C’è una storiella ebraica raccolta da Martin Buber, la quale narra del Rabbi di Kozk che chiese una volta a un chassid: «Hai visto un lupo?». «Sì», rispose quello. «E hai avuto timore?» «Sì», rispose ancora. E il maestro: «Ma in quel momento hai pensato che avevi timore?». «No», fu la risposta. «Ho soltanto avuto timore».  «Così – concluse il Rabbi, «si deve fare con il timore di Dio». E così si deve fare in ogni autentica risposta dinanzi al male: non perché manchino le ragioni, e le spiegazioni e i pensieri, ma perché prima di essi, molto prima di essi, in un fondo più fondamentale del nostro essere, viene l’uomo, il nostro senso di essere uomini, e non lupi. Non ha riportato alcun vittoria, il boia di Steven Rotloff, e non la riporterà, perché non ha cancellato ma al contrario ha scritto indelebilmente nella nostra esperienza storica – e anche nella politica che vogliamo – da cosa dobbiamo veramente guardarci, se e in quanto siamo uomini: non dall’aver paura o disgusto, ma dal non averne più.

(Il Mattino, 3 settembre 2014)

È un segno di progresso. No, è una doppia trappola

Massimo Adinolfi, Alessandro Barbanogdimage

Caro Direttore,
Leggo che, per decisione del Tribunale di Roma, da oggi anche in Italia è possibile l’adozione da parte di una coppia gay. Si tratta senza dubbio di una decisione importante, che cambia molte cose rispetto al passato: nei rapporti tra figli e genitori e nel riconoscimento di una pluralità di modelli familiari presenti nella nostra società. Tale decisione, non dobbiamo dimenticarlo, muove però, innanzitutto, dal riconoscimento di una situazione data, che è peraltro sempre più frequente. La bambina adottata vive già con la coppia che l’ha sin qui cresciuta. Il dato infatti è che una delle due donne é andata all’estero, e grazie alla fecondazione eterologa ha avuto una bambina. In seguito, la madre non biologica ha chiesto che venisse riconosciuto il legame genitoriale stabilitosi nel tempo. E il tribunale, «nel supremo interesse del minore» ha riconosciuto che per la bambina fosse miglior cosa avere entrambe le figure genitoriali. Di qui l’adozione. Forse non è il tribunale, non è la decisione di un giudice, la via per la quale debba passare un così profondo cambiamento: sarebbe meglio che una legge dello Stato desse ordine alla materia e indicasse con chiarezza quali interessi e quali principi lo Stato intende tutelare e promuovere. Ma voglio usare una parola che troppi hanno ormai quasi dismesso: io vedo nell’adozione gay un progresso. Non voglio scomodare «la negazione del dato naturale» di  filosofica memoria, dico però che la capacità dell’uomo di risignificare storicamente, socialmente e simbolicamente il dato naturale è ciò che ne contraddistingue, per l’appunto, l’umanità. E infine, non vedo a chi tutto ciò possa far male.

Caro Professore,
se, come lei dice, la sentenza sana una genitorialità di fatto preesistente nell’esclusivo interesse del minore, non mi pare che da essa possa dedursi la legittimazione di un diritto all’adozione per tutte le coppie gay. E meno male, mi viene da dire, per almeno due motivi. Il primo riguarda il metodo e la titolarità di chi può assumere una decisione così importante. In tutti i paesi dove l’adozione è permessa agli omosessuali, ciò è avvenuto per una deliberazione politica dei Parlamenti, cioè dei rappresentanti eletti dai cittadini, non per la supplenza di un giudice che s’arroga la facoltà di riscrivere, in nome e per conto di tutti, leggi che riguardano diritti personalissimi, tutelati dalla stessa Costituzione nella forma più rigorosa.
Quanto al merito, e vengo al secondo motivo, mi pare che lei cada in buona fede in due trappole culturali figlie dei tempi. La prima è di considerare giusto e bene tutto ciò che è progresso. Che cosa intende per progresso? È progresso, anzi è giusto progresso una fecondazione eterologa fatta all’estero da un single, eludendo le leggi del proprio Paese che impongono, a tutela del minore, quantomeno la stabilità di una coppia e una responsabilità condivisa? La seconda trappola riguarda lo scambiare per «umanità» ciò che lei definisce «la capacità dell’uomo di risignificare storicamente, socialmente e simbolicamente il dato naturale», come se quest’ultimo fosse di per sé cattivo nella sua essenza di limite biologico. Mi chiedo piuttosto se dietro quella capacità che lei attribuisce all’autonomia dell’uomo non si nasconda un cedimento alle prestazioni della tecnica, che finisce per farle considerare giusto tutto ciò che è semplicemente possibile. C’è più libertà nello sfondare il limite della natura o nella coscienza dell’umana finitezza?

Caro Direttore,
sono d’accordo con lei quanto alle responsabilità che il Parlamento nazionale deve assumersi in una materia, in cui non sono ammissibili atteggiamenti pilateschi. Non mi basta un giudice, e anche se mi felicito di cuore con la coppia ricorrente per la decisione del tribunale, non mi piace affatto che ancora una volta la legge segua il provvedimento giudiziale, invece di precederlo.
Nel merito, però, le sue osservazioni toccano, mi rendo conto, punti essenziali. Distinguo intanto il caso particolare, in cui mi sembra che il giudice abbia tenuto conto, nella sua decisione, proprio della stabilità della coppia che lei richiede, e della sua capacità di assicurare il miglior ambiente per la crescita del minore. Ma vengo alle due fallacie che mi attribuisce. Anzitutto all’idea del progresso: lei crede che si possa rinunciare ad essa? Nella sua forma minimale, con progresso indichiamo semplicemente una transizione, nel tempo, da una situazione peggiore ad una migliore. A questa forma vorrei attenermi, rinunciando a designare orizzonti complessivi, o totalizzanti filosofie della storia. Orbene, è meglio, per me, se cadono differenze di trattamento che non siano giustificate da beni o valori più alti da tutelare. Ed è migliore un’uguaglianza in più e una diseguaglianza in meno, quando essa non mortifichi, ma anzi promuova la libertà di ciascuno e di tutti. Come vede, cerco di tenermi lontano dalla tirannia del possibile che, in quanto può, deve anche essere realizzabile e realizzato. Lei però dice che la differenza «in re», ossia il dato naturale, il limite biologico, giustifica e fonda la differenza di trattamento. Io non lo credo. Nessun dato ha valore se non è «significato». Non dico però che non siano differenti le diverse figure di coppie o le diverse formazioni familiari. Dico che questa differenza non contiene, in quanto tale, un bene evidente da tutelare. Non dico neppure che non contenga un bene: tradizioni, usi, costumi, possono essere ad esempio un bene. Ma è bene più grande, ed è un progresso, la più ampia uguaglianza che la nuova situazione garantirebbe a uomini e donne.

Caro Professore,
non è il dato naturale a giustificare, di per sé, un trattamento diverso tra coppie gay ed eterosessuali, quanto al diritto di adottare un bambino. Se ho dato l’impressione di sostenerlo, me ne scuso. Intendevo piuttosto criticare un tic culturale per cui è bene tutto ciò che è progresso, ed è progresso tutto ciò che ridefinisce il limite naturale delle cose con una pretesa razionalità che troppo somiglia a un’ideologia. Quest’idea, piuttosto diffusa, mi pare espressione di un pericoloso liberismo dei diritti civili che, per ironia della storia, cresce sulle ceneri di un pensiero collettivista. Perché qui si parla appunto di diritti e doveri, non di tradizioni e costumi. Che cos’è la genitorialità? È forse un diritto individuale insopprimibile dell’individuo come espressione della sua autodeterminazione, o è anche e soprattutto una grande responsabilità sociale, cioè una funzione civile a cui è connessa l’educazione della prole e lo sviluppo della civiltà? Se conviene che questa seconda prospettiva è più vicina all’idea di uguaglianza che lei pone come obiettivo della ragione e delle sue azioni, converrà anche che la discussione non può esaurirsi in un confronto tra le prerogative delle coppie gay e di quelle etero. Poiché c’è un terzo soggetto che è l’unico titolare di diritti insopprimibili. Questo è il minore per la legge, il bambino per la famiglia e la società. Qualunque decisione va assunta nel suo prioritario interesse. È compreso nell’interesse di un minore, che non nasce per sua volontà, il diritto di pensare e dire «mamma e papà»? Noi crediamo ancora di sì, pur riconoscendo, rispettando e tutelando le libertà sessuali e le scelte di vita di chiunque, al pari delle nostre. Poiché tra i tanti «relativi» con cui di questi tempi costruiamo fragili certezze, è il diritto dei figli all’uguaglianza ciò che ci fa sentire, simbolicamente, umani.

Caro Direttore,
Credo che sia utile a entrambi, ma anche – mi auguro – ai lettori, mettere in evidenza un suo punto che può non solo vederci d’accordo, ma offrire una base di discussione pubblica più ampia. Si tratta di quel principio del «terzo», dinanzi al quale devono essere portati non solo gli argomenti di ciascuno, ma le stesse rivendicazioni di diritti soggettivi. Vale nel caso del minore e vale in generale, per il vivere in società. Su questo non ho dubbi e comprendo quindi la sua preoccupazione: io non credo che il lessico dei diritti individuali sia una base sufficiente per la costruzione della «civitas homini». Non su di esso ho costruito il mio primo intervento. Ma voglio estendere il nostro accordo a un secondo punto: lei ha ragione di prendere le distanze dal «tic culturale per cui è bene tutto ciò che è progresso». Non credo di esserne affetto, ma la sua espressione ha richiamato alla mia memoria la vecchia tirata di un bravo critico letterario, Alfonso Berardinelli, contro il ridicolo «tic progressistico» di un certo ceto emergente formato da intellettuali piccolo-borghesi ossessionati dal timore di non essere al passo coi tempi, di perdere il treno, di cui il critico tracciava un profilo assai pungente. Si era negli anni Ottanta, ma quel tic, forse addirittura una smorfia, c’è ancora. Rimane però, alla fine, la sua domanda più importante: «è compreso nell’interesse di un minore il diritto di pensare e dire “mamma e papà”?». Invece di rispondere, formulo un auspicio: che non si pretenda di dedurre la risposta da alcun sistema di concetti precostituito, ma di lasciarla al più ampio contributo delle scienze umane: della psicologia dell’età evolutiva, della psicanalisi, della sociologia della famiglia. Senza pregiudizi: davvero è compromesso qualcosa, oggi, quando un bambino fosse adottato da una coppia gay? Cosa ne sappiamo? Cosa ne vogliamo veramente sapere? Cosa ci dicono le esperienze già maturate? Possiamo arricchire quel luogo terzo che è lo spazio pubblico, di ragioni, inchieste, testimonianze, e spingere almeno il Paese a una presa di coscienza informata? Me lo auguro, e la ringrazio per lo spazio che ha voluto dedicare alla questione e la discussione che ha voluto stimolare.

(Il Mattino, 30 agosto 2014)

Il PD è le regionali

sol-lewitt-MOStraordinario. È il piano che ci vuole in Campania. Perché mancano le risorse, perché mancano gli asili nido, e soprattutto perché nel lessico del sindaco Vincenzo De Luca la parola «straordinario» proprio non può mancare. Quando tiene discorsi e quando manda lettere ai giornali. Quando declama le proprie (a volte purtroppo incompiute) opere, e quando ne progetta di nuove, ancor più straordinarie. Così, anche quando lascia perdere il monumentale Crescent (il grande complesso edilizio, «di valore mondiale», che deve sorgere sul lungomare salernitano e che per ora è sotto sequestro), non dismette né la logica, né gli argomenti né le parole che usa per descrivere la città sulla quale regna da tempo immemorabile, da prima ancora che Berlusconi scendesse in campo: un’altra era geologica. È tutto così straordinario, che perfino l’impepata di cozze o i toponi del lungomare salernitano sono definiti straordinari: non da De Luca, per la verità, ma dal pupazzo di Casa Vincenzo che imperversa su Youtube. Ma il muppet somiglia così tanto al personaggio che imita, che è difficile trovare la differenza.

De Luca stesso, del resto, non è solito farne: almeno, tra la città e la regione. Anzi, se potesse, farebbe della Campania una grande Salerno. E sarebbe, non c’è dubbio, straordinario. Accingendosi perciò a candidarsi una seconda volta per la guida della regione Campania, conferma di non avere molti altri argomenti. È come se De Luca non vedesse che la Campania non è l’entroterra salernitano. Che non basta contare quanti asili ci sono in città per rovesciare la logica dei costi standard che penalizza il Mezzogiorno. E soprattutto che un progetto politico non è l’incaponimento di un uomo solo.

Quando però De Luca suona le sue trombe, a sinistra risponde sempre uno squillo. Perché il Pd non lo vuole e, «faute de mieux», prova con Pina Picierno. Che ha scelto nel 2013 per rappresentare le ragioni del mezzogiorno nella segreteria nazionale. Che ha scelto di nuovo, nel 2014, come capolista della circoscrizione meridionale alle elezioni europee. E che prova ora a candidare per le elezioni regionali del 2015. Come se insomma non ce ne fosse per nessun altro. Orbene, delle due l’una: o Pina Picierno è un leader carismatico di cui il Pd non può più fare a meno, una specie di Bassolino in gonnella, oppure è il partito democratico che sta facendo a meno dell’unico compito che un partito dovrebbe darsi, fin tanto almeno che è un partito e non un comitato elettorale. E cioè formare e selezionare una classe dirigente vera, ampia, rappresentativa, intorno a un programma e dentro una visione d’insieme della società e del Paese.

Per aiutarci a risolvere il dilemma, anche Pina Picierno prova a dire la sua sui giornali. Il tema prescelto non sono gli asili nido di De Luca, ma i migranti, l’operazione Mare Nostrum e le responsabilità dell’Europa. Tema spinoso, spinosissimo. Non però perché non si sappia quel che se ne deve dire: che non si possono lasciare morire in mare i migranti, che l’accoglienza è un nostro dovere, che l’Italia farà la sua parte ma che l’Europa non può lasciarci soli. Il tema è spinoso perché, una volta che si sarà detto tutto questo, non si sarà detto ancora nulla. E però null’altro dice la Picierno sul tema. Così, a lettura terminata, se ne sa quanto se ne sapeva all’inizio. Sembra di trovarsi nel racconto di Isaac Asimov (o in un corsivo di Fortebraccio): dopo l’incontro con gli emissari di un’altra galassia, i servizi segreti sottopongono a traduzione e analisi febbrile i loro discorsi e scoprono, con grande sorpresa, che non hanno detto assolutamente nulla.

Tirando le somme: non sapendo come cavarsela con l’ingombrante ed erratica presenza di De Luca, con i suoi strappi e le sua voce grossa, ed essendo il partito napoletano decisamente più indietro di dove si trova oggi il Pd nazionale, si pensa, in mancanza di meglio (o semplicemente in mancanza d’altro) a Pina Picierno.

Ma Renzi deve sapere che il deficit di rappresentanza del suo partito nel Mezzogiorno  non potrà valergli come scusante, in caso di risultato negativo, perché il tempo per costruire un progetto politico credibile, che parli a Napoli e alla Regione, e non sia la riproposizione di vecchi cacicchi, o un semplice prodotto di risulta, c’è ancora.

Renzi ha le sue gatte da pelare: come capo del governo, lo attende un anno da vivere pericolosamente, in Italia e non solo. Ma, essendo anche il segretario del Pd, proprio non può evitare di assumersi anche la responsabilità delle scelte che verrà compiendo nella partita a scacchi della elezioni regionali. E non si illuda: al momento, sulla scacchiera campana, non ha un re, nemmeno incanutito, e non ha una regina, per quanto ella sia giovane.

(Il Mattino, 27 agosto 2014)