Il germoglio di una domanda

papa178Il vescovo, la diocesi, i sacerdoti. E una condizione di vita che a volte può isterilirsi nella solitudine della «vita celibataria». Papa Francesco ha incontrato la Chiesa di Caserta, nella cappella palatina della Reggia, e mettendo da parte il discorso ufficiale, consegnato nelle mani del vescovo, non ha rinunciato a dialogare con il clero diocesano sui temi più difficili. Nel suo stile: aperto e colloquiale. Poi, nell’omelia ai fedeli, ha esordito così: «Gesù si rivolgeva ai suoi ascoltatori con parole semplici, che tutti potevano capire». E davvero sono parole semplici, le sue: tutti possono leggerle, tutti possono capirle.

Se però le si legge con la dovuta attenzione, si troverà un’osservanza rigorosa dei limiti entro cui corrono le parole di un Papa, le sue esortazioni, il suo insegnamento. A braccio, sì, ma non a ruota libera: Papa Francesco non manca mai di richiamare il testo biblico, i documenti ufficiali, le parole dei suoi predecessori. E tuttavia di aprire insieme nuove strade.

Un Papa che parla a braccio, che conosce il valore della parole, sa infatti che il peggior nemico della parola è la chiacchiera. Invita perciò al dialogo e al parlar franco, ma condanna la chiacchiera malevola. Un conto è parlare, un altro sparlare: la chiacchiera, la diceria, è del diavolo. Se poi la chiacchiera viene dalla solitudine del prete, allora vuol dire che il celibato è vissuto come una privazione: come «sterilità», non come «fecondità» spirituale. Il Papa non sorvola così su uno dei temi più scabrosi della vita della Chiesa: manifesta comprensione, non si spinge oltre ma lascia intravedere una profonda interrogazione sulla condizione sacerdotale. « Un uomo solo finisce amareggiato, non è fecondo e chiacchiera sugli altri. Questa è un’aria che non fa bene». Ora, è presto per dire se verrà aria nuova, per i preti, ma un seme, forse, è gettato. Nel pieno rispetto dei fondamenti gerarchici della comunità ecclesiale: «Il Vescovo potrà forse essere un uomo con cattivo carattere: ma è il tuo Vescovo», si raccomanda con i sacerdoti.

Il Papa ha poi parlato del dialogo col mondo. Che avviene ad alcune condizioni. Prima condizione è l’identità: dialogare non significa rinunciare alla propria identità, o «barattare la propria fede». Seconda condizione è l’empatia, ossia la capacità di ascolto, la disposizione ad accogliere le parole dell’altro, senza condannarle a priori. Terza condizione, per un cristiano la più importante di tutti, è però la preghiera. Prima di dialogare un cristiano prega. Senza la preghiera – spiega il Papa – la Chiesa diventa una ONG, una sorta di associazione filantropica. Il rapporto di fede con Dio resta dunque la radice, anche quando più grande si fa la sollecitudine all’incontro con le altre persone e le altre culture. La Chiesa non può accomodarsi nel più edulcorato dei multiculturalismi.

Si potrebbe dire allora con il Paolo della Prima Lettera ai Corinzi: c’è sì la profezia, la parola rivolta agli altri, al mondo e alla storia. Ma resta il nocciolo più segreto della glossolalia, della parola rivolta al Signore. Nella Chiesa di Francesco, quest’ultima non è però mai fine a se stessa, mai chiusa in un rapporto esclusivo con Dio, ma sempre donata, sempre condivisa, sempre «trascendente»:  è «il cammino che Dio ha indicato agli uomini, al popolo, fin dal primo momento quando disse ad Abramo: “Vattene dalla tua terra”. Uscire da sé. E quando io esco da me, incontro Dio e incontro gli altri».

Alcune parole tracciano per il Pontefice questo cammino: creatività, vicinanza. La vicinanza riformula il tema cristiano del prossimo, che è al centro della pastorale di Papa Francesco. Ma nelle parole di l’altrieri l’enfasi era posta sulla creatività, sul coraggio, sulla «novitas» cristiana, sulla sorpresa. Essere cristiani significa essere nuovi, così come sempre nuovo è lo Spirito. Nei discorsi del Papa si sente meno, insomma, il peso della Tradizione: anche se essa non si presenta mai come un ingombro, l’accento cade tuttavia sulla necessità di vivificare sempre nuovamente la comunità ecclesiale. Il Papa non esita a fare allora due esempi davvero sorprendenti. Il primo è quello di Antonio Rosmini, sacerdote, filosofo, teologo, i cui libri (alcuni anche di dura critica alle «piaghe» della Chiesa) furono messi all’indice, e che la Chiesa ha poi proclamato beato: che questa vicenda sia presa ad esempio da un Papa la dice lunga sulle sue intenzioni riformatrici. Il secondo esempio è invece quello di una donna, avvicinata da un amico sacerdote, la quale era passata al protestantesimo ma che custodiva ancora gelosamente un’immagine della Madonna. Quel racconto è servito al Papa per ricordare infine due cose: non rinunciare ad avvicinare le persone, senza però lo spirito troppo zelante del proselitismo e valorizzare l’importanza e la ricchezza della pietà popolare. Più che la definizione in dottrina, conta quello che si scrive nei cuori.

(E poi, poi com’è finita con quel prete e la donna devota? Questa, ha detto Francesco con un sorriso, «è una domanda che non si deve mai fare». Perché le cose non finiscono, e questo è il senso vero dell’annuncio cristiano).

(Il Mattino, 28 luglio 2014)

La malattia degli estremisti

Acquisizione a schermo intero 26072014 170341.bmpE ora son tutti lì a chiedersi: ma quel Benito lì, quello che nel ’19 fondò i fasci di combattimento, era davvero così pudico come dice Beppe Grillo? Perché il leader del Movimento Cinque Stelle, che fa di tutto perché ci si ricordi la sua prima professione, quella di comico, ha detto ieri che Renzi sta facendo un colpo di Stato (nientemeno!), e che Mussolini, lui almeno, ebbe più pudore. E uno se la immagina, la pudicizia di Mussolini, la ritrosia di Mussolini, e non sa se fosse più timidezza caratteriale o onestà di costumi. Lo si vede, il futuro Duce, dare libertà d’azione alle squadracce fasciste, e organizzare la marcia su Roma, e varare le leggi fascistissime, non perché c’era da buttar giù le vecchie strutture dello Stato liberale, ma solo – come dire? – per un apprezzabile senso di schiettezza, per quel sanguigno parlar franco tipico dei romagnoli. Per mettere le cose in chiaro, insomma, mica per intimidire, costringere, conculcare.

Ora però fate un piccolo esperimento. Andate su google e digitate nella barra di ricerca le seguenti parole: «“colpo di stato” site: beppegrillo.it». Il gigante di Mountain View vi darà il responso: l’espressione ricorre nel sito di Grillo la bellezza di 4500 volte circa. Quattromilacinquecento. È come se la favola della pecora che gridava «al lupo! al lupo!» nessuno l’avesse mai raccontata a Beppe, nemmeno quando era piccolo. Perché se davvero fosse preoccupato della tenuta dell’ordinamento democratico italiano, o anche solo della qualità della nostra democrazia, l’ultima cosa che dovrebbe fare, per sperare di essere minimamente preso sul serio, è ingolfare il blog di strilli altissimi contro il colpo di stato permanente o intermittente, subdolo o all’italiana, politico o finanziario, «pieno» o «vero e proprio» ma anche «sobrio» oppure «silente», in preparazione o già avvenuto, in atto o in potenza. Insomma: ce n’è per tutti i gusti. A febbraio, per esempio, Grillo scriveva: «In Italia è in corso, ora, mentre tu leggi questo articolo, un colpo di Stato, non puoi più far finta di nulla. Non è il primo, potrebbe essere l’ultimo». Si sbagliava: non era l’ultimo! Ma perché pensare allora che questo che si consuma ora, col caldo che fa, è quello buono? E che razza di colpi di Stato si fanno in questo paese, se c’è bisogno di riproporli a distanza di pochi mesi?. Mentre leggi questo articolo, un colpo di Stato è in corso: e ora cosa fai, vai in vacanza? Mah, direi di sì, tanto alla ripresa autunnale se ne riparla.

In termini di analisi, sono forse tre le spiegazioni possibili. La prima chiama in causa lo stile di comunicazione:  per farsi sentire, bisogna urlare. Il che però vuol dire che possiamo dire addio al rapporto tra le parole e le cose: le parole non significano le cose, sono solo esclamazioni; come dire «boom!», così l’altro si volta. Seconda spiegazione: data la natura del movimento, Grillo deve continuamente additare il nemico, per tenere compatti i suoi. La cosa ha una sua plausibilità, non sia mai gli scappi via Di Maio (a proposito: cosa fa un vice Presidente della Camera, mentre è in corso un colpo di Stato? Non parla più con Napolitano, e poi? Basta mettere il muso?). La terza è però la spiegazione più convincente. Se i grillini non toccano palla, non deve essere per colpa loro, ma per colpa degli altri. E allora viene bene l’idea complottarda che senza manganelli o carri armati il colpo di Stato è in atto, e tu non fai nulla non perché hai scelto una strategia politica inconcludente (che è la verità), ma perché non si può più far nulla (che è la scusa). È tutto finito. Game over. Salvo strillarlo un’altra volta, alla prima occasione.

Ma Grillo non è il primo, né il solo. Anche Berlusconi amava contare a mucchi i colpi di Stato a suo danno. Me ne hanno fatti tre, anzi quattro, diceva. Me ne fanno uno dopo l’altro, diceva. Non c’è mai stata volta che Berlusconi se ne sia andato a casa per un insuccesso elettorale, secondo la fisiologia del nostro sistema. No: una volta sono stati i magistrati, un’altra sono i poteri forti, un’altra ancora è stato il Presidente della Repubblica. E quando proprio arrivava il momento del voto, c’era sempre la possibilità di accusare i brogli, il colpo di Stato nelle urne.

Pensando a come la metteva il Cavaliere, viene però in mente un’altra spiegazione ancora: l’infantilismo, quell’impulso irresistibile ad andarsene via col pallone, che ogni bambino conosce. O, per dirla con le categorie politiche di un certo Lenin: la malattia degli estremisti. Pensate, perfino un rivoluzionario come lui – uno che di colpi di Stato doveva intendersene – riusciva a stigmatizzate «la puerilità della ‘negazione’ della partecipazione al parlamento». E chissà, forse prefigurando le future ciance del comico genovese, aggiungeva che, così facendo, «si fugge soltanto la propria ombra, si chiudono soltanto gli occhi di fronte alle difficoltà e si cerca soltanto di disfarsene con le parole». Eh già: ben detto, compagno Vladimir Ilich.

(L’Unità, 26 luglio 2014)

Niente sconti, ma nel rispetto delle garanzie

ImmagineLa nota con la quale Luigi Cesaro, raggiunto da una richiesta di arresto, ha chiesto che la Camera autorizzi «rapidamente» l’esecuzione del provvedimento, sgombra il campo da possibili imbarazzi ed equivoci: la Camera autorizzerà, Luigi Cesaro finirà in carcere (in via cautelare), e coloro che si oppongono a una differenza di trattamento per i parlamentari rispetto ai comuni cittadini ne ricaveranno la loro giusta soddisfazione. Le accuse che vengono rivolte all’onorevole Cesaro, peraltro, sono particolarmente gravi, e non si può non essere grati alla magistratura quando dà mostra di voler compiere il suo lavoro sino in fondo: senza fermarsi di fronte a nessun intoccabile, senza rinunciare a portare allo scoperto le zone d’ombra della politica, cercando anzi di denunciare le compromissioni con la criminalità organizzata, quei legami con la camorra che più di ogni altra cosa inquinano la vita democratica. Non è dunque sul versante delle indagini che occorre compiere in questo momento un supplemento di riflessione, che sarà in ogni caso sollecitato dal corso ulteriore delle risultanze processuali, quanto piuttosto sull’uso della custodia cautelare.  Poiché c’è una richiesta del giudice, sarà ovviamente la Camera a vagliare se sussistano i termini: tutto, dunque, secondo procedura. Ma l’Aula che dovrà votare per l’arresto è la stessa che qualche giorno fa non ha accolto la richiesta di Renato Brunetta di rinviare l’autorizzazione alla custodia in carcere di Giancarlo Galan, per consentirgli di essere almeno presente alla discussione. Richiesta puramente dilatoria? Può darsi, ma l’impressione – ci auguriamo errata – è che il Parlamento non fosse neppure in condizione di prendersi questo tempo ulteriore, senza sollevare ondate di indignazione. E perciò non l’ha preso: non ha voluto sfidare la «vox populi».

Ora, ci sia o no nel Paese e nell’opinione pubblica un simile pregiudizio, sta di fatto che sembra sfidare il buon senso e i buoni costumi far sentire sulla stampa una voce non dirò di dissenso ma perlomeno di dubbio. Se c’è una richiesta di arresto, quella richiesta – si dice – avrà i suoi validi motivi. Quasi per definizione. Chi ne dubita si trova così nella scomoda posizione non di contraddire un giudice, ma di dire di no al bene, alla giustizia, alla morale. E chi se la sente di assumere su di sé un simile onere? Nessuno, meno che mai quando si tratta di magistrati integerrimi contro politici chiacchierati.

Ciononostante, un dubbio rimane, e bisogna pur farlo presente. Il dubbio che la custodia cautelare sia usata più largamente di quanto non sia previsto dalla legge, con una dose supplementare di afflizione, di costrizione e, forse, di intimidazione non prevista dal codice e contraria alla nostra civiltà giuridica. Tanto più quando si allungano smisuratamente i tempi che separano la custodia cautelare dalla condanna, tramutandola inevitabilmente in una pena anticipata. C’è poi un altro dubbio, non meno preoccupante: che il principio fondamentale della tassatività dell’azione penale impallidisca, di fronte ad altre più sentite esigenze. Perché queste esigenze sono sentite, e giustamente, tanto più in un territorio come il nostro, in cui la vita pubblica è costantemente sotto la pressione della criminalità.  Le esigenze – dico – di ripristinare la legalità nei troppi ambiti in cui non se ne avverte quasi più la presenza. Esistono infatti sicuramente commistioni, zone ambigue, promiscuità, pesanti compromissioni fra politica e malaffare. Ma quel principio è fondamentale, e non vi si può rinunciare. Tassatività vuol dire infatti che sono espressamente definite e ben circoscritte le fattispecie alle quali si applica la legge, e che ad esse e solo ad esse si applica (beninteso: con tutto il rigore del caso) l’esercizio dell’azione penale e la repressione dei reati. Le condotte moralmente deplorevoli e politicamente funeste non c’entrano.

Son cose che non si scoprono certo adesso, ma di cui anzi i giuristi discutono da gran tempo nei loro convegni, e che la magistratura ha ovviamente presente; però non arrivano all’orecchio di un’opinione pubblica assai distratta, che evidentemente non è più interessata a sentirle. E che, anzi, sospetta sempre che dietro le discussioni di dottrina e la difesa dei principi ci siano sordidi interessi, convenienze e connivenze. Così facendo, però, non ci si accorge del deterioramento della qualità della nostra democrazia. Che alla lunga finisce per riguardare non i soli Giancarlo Galan o Luigi Cesaro, ma tutti noi. E tutti noi la pagheremmo, anche nell’ipotesi che gli arresti eccellenti fossero strameritati, se non fosse comunque possibile dubitarne liberamente sulle colonne di un giornale.

(Il Mattino, 24 luglio 2014)

Il fumetto del Cavaliere

 

Acquisizione a schermo intero 22072014 102219.bmpParafrasando l’inizio delle tavole del celeberrimo Nick Carter, quello disegnato da Bonvi, si potrebbe descrivere così la fase nuova che si starebbe aprendo nel centrodestra: mentre sulla capitale calavano le prime ombre della sera, non ancora spentasi l’eco della sentenza milanese di assoluzione nel processo Ruby, nuove speranze si accendevano in quello che una volta si chiamava il PdL, il «Popolo della Libertà». E tutti i ragionamenti si concludevano sempre nella medesima maniera: qui ci vuole Silvio Berlusconi!

Non è un fumetto, però: è il centrodestra come lo si racconta in questi giorni, tra una telefonata e un’intervista, una dichiarazione e un comunicato stampa. Alfano e Berlusconi riprendono a dialogare. Alfano parla di «comune volontà» e «spirito nuovo», oltre naturalmente a una «moratoria sugli insulti» che si sono scambiati in questi mesi. Dall’altra parte il Cavaliere si mostra conciliante, telefona e propone. Non ancora dispone. Il fido Toti, dal canto suo, raccoglie e rilancia: bisogna trovare una «piattaforma comune».

Prendiamo però la questione così come la formula il ministro dell’Interno: in primo luogo, il Pdl non c’è più. In secondo luogo, non c’è nemmeno la Forza Italia che veleggiava intorno al 30%. Un peso simile non ce l’ha più nessuno, a destra. In terzo luogo, si tratta di scegliere. O sceglie il Cavaliere una linea moderata, o sceglie di stare ben dentro il partito popolare europeo e le politiche che dalla Merkel in giù arrivano sino a Roma, oppure sceglie una prospettiva estremista, strizza l’occhio alla Lega e alle politiche anti-Euro e allora rinuncia a dialogare con il Nuovo Centrodestra. Tertium non datur. Con immutato affetto, firmato Angelino Alfano.

Che cosa significa però tutto ciò? In breve: che i cocci è complicato rimetterli insieme; e che in ogni caso per Alfano a rimetterli insieme non può essere il Cavaliere. Vi sono almeno tre ragioni (più una) per cui è difficile ipotizzare che a breve la casa dei moderati verrà tirata su quegli stessi che l’han buttata giù. La prima discende banalmente dalle attuali collocazioni politiche: Alfano in maggioranza, anzi al governo; Berlusconi all’opposizione (e però in maggioranza sulle riforme). La seconda è data dai diversi interessi nella cruciale materia elettorale: Alfano deve tutelare una piccola formazione politica e vuole abbassare le soglie di sbarramento; Berlusconi vorrebbe far sparire le piccole formazioni politiche e alzare le soglie. Alfano vuole le preferenze perché il suo partito ha un certo radicamento territoriale; Berlusconi non le vuole perché quel radicamento non ce l’ha. Lui gli eletti li vuole legati al Capo, più che al territorio.

La terza è tuttavia la ragione più grande di tutte. È l’alternativa di cultura, programmi e collocazione internazionale così come la descrive il Nuovo Centrodestra. O di là o di qua: o con Marine Le Pen (è la scelta della Lega) o con la Merkel e il Ppe (è la scelta di Ncd). Ora, ha voglia Toti di chiedere a Salvini di lasciar stare e mettere da parte la questione: è Alfano che gliela torna a mettere sul tavolo. Ma la verità è che questa questione il centrodestra vecchio e nuovo l’ha sempre avuta tra i piedi. Fin dal ’94, fin dall’alleanza asimmetrica fra Bossi e Fini, fra la Lega Nord e Alleanza Nazionale, fra pezzi di ceto politico democristiano e pezzi di ceto politico che di democristiano non avevano nulla, fra i vecchi epigoni della prima repubblica e i nuovi venuti della seconda. E l’ha risolta nell’unico modo in cui poteva risolverla: accantonandola in virtù della forza personale (carismatica, e non solo) di Silvio Berlusconi. Dire dunque a Berlusconi – come fa Alfano – che stavolta deve scegliere significa dire che il centrodestra non può essere più quello che è sempre stato, e soprattutto che Berlusconi non può più essere lui. Insomma: quello che poteva fare una volta non lo può più fare. Significa allora, nella sostanza e non nelle forme o negli affetti (che in politica contano meno di zero), che per Alfano la scomposizione del vecchio assetto politico è un processo irreversibile. Come, d’altronde, l’età anagrafica.

C’è poi un’ultima ragione per cui non sarà Berlusconi a ricomporre il puzzle della destra italiana. Quello stesso leader a cui riusciva di tenere in un’unica alleanza di governo tessere così diverse non riusciva poi a governare. E le tessere, arrivato al governo, li perdeva uno ad uno. Una volta Bossi, un’altra Casini, un’altra ancora Fini (per non parlare di tutti gli altri, più piccoli e anzi minuscoli). Ormai è evidente che neanche con la più benevola ed estesa moratoria sugli insulti Berlusconi può invertire il corso di questa parabola. Che si presenta così come la parabola finale del berlusconismo.

(L’Unità, 22 luglio 2014)

Medio Oriente, i vecchi schemi della sinistra

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La tesi è: la cultura politica internazionale della sinistra italiana ed europea è debole. Debole e vecchia: dopo l’89 tutto nel mondo è cambiato, meno i fondamenti ideologici del giudizio della sinistra italiana ed europea sul conflitto in Medio Oriente. Nei giorni più difficili per il riacutizzarsi del conflitto israelo-palestinese, mentre i morti si contano di nuovo a centinaia, sarebbe forse più giusto sottolineare anzitutto che questa debolezza investe l’intero percorso di pace, che finisce un’altra volta travolto dalle bombe e dai razzi che solcano il cielo mediorientale.

Ma, ciò detto, vi sono almeno due ragioni per strappare quella tesi al dibattito accademico, alle analisi strategiche e ai centri studi, per portarla invece a ridosso della cronaca e metterla così alla prova.

La prima ragione sta nella scelta dell’Alto Rappresentante per gli affari esteri dell’Unione Europea. È stata rinviata a fine agosto, ma si tratta di una scelta importante. Il rinvio in sé non è un dramma, ovviamente, ma drammatica è l’assenza dell’Europa da tutti gli scenari geopolitici più cruciali. Dalla Ucraina alla Siria alla Striscia di Gaza. Nel libro dedicato a «Sinistra e Israele» Fabio Nicolucci avanza un dubbio, che l’europeismo non sia in realtà un’identità vera, ma solo il suo fragile surrogato. Un palliativo. Un pannicello caldo. Dopo l’89, essere occidentali non vuol dire più contrapporsi al blocco comunista. Con l’ascesa della Cina e in un mondo multipolare, essere occidentali non vuol più dire (o vuol dire sempre meno) stare coi padroni del mondo. L’identità occidentale diviene così (o potrebbe divenire), anche per la sinistra, un terreno possibile di costruzione della propria identità: moderna, progressista, laica. Aperta, inclusiva, tollerante. Di qui il dubbio: che nell’incapacità di compiere con chiarezza e in profondità questa scelta si è preferito dirsi europei, senza però riuscire a ritagliare per l’europeismo un significato politico chiaro e, di conseguenza, una presenza internazionale vera, incisiva, riconoscibile. A ogni nuovo scoppio di crisi il dubbio torna, e le responsabilità politiche aumentano, e ogni volta la sinistra rischia di non sapere bene da che parte stare. Né con quali categorie leggere i conflitti in corso. Il filoarabismo, il terzomondismo, l’universalismo  astratto dei diritti non bastano più, non sono più in sintonia col mondo reale, ma nuovi ingredienti non sono disponibili. E così l’Europa, al dunque, non c’è.

La seconda ragione ci porta ancor più vicino ai fatti di questi giorni: all’offensiva terrestre in corso nella Striscia di Gaza. Che ha cause immediate nell’eccidio dei tre soldati israeliani, nella morte del giovane palestinese per mano di estremisti ebrei, nel lancio di razzi di Hamas, nella durissima risposta israeliana. Ma ha cause più lontane nell’esaurirsi del percorso di pace, e nella perdita di credibilità delle leadership mediorientali, isrealiane e palestinesi, che non sembrano più all’altezza di cercare – non dirò trovare – un compromesso possibile. Ora la pressione dei fatti è tale, il coinvolgimento emotivo ed esistenziale è tale che non si riesce più a vedere oltre la cronaca di lutti e di sangue, in direzione di quello che purtuttavia potrebbe ancora accadere. Sembra cioè che non possa accadere nient’altro che quello che accade, in una infinita coazione a ripetere.

Eppure Obama ci aveva provato: ad accantonare la dottrina neocon dello scontro di civiltà e  del nemico morale. Dopo l’11 settembre, la politica estera americana era stata ispirata da un’impostazione profondamente conservatrice, lungamente incubata negli anni precedenti, e dominata da uno schema semplice e efficace: al posto dell’impero del male, dell’Unione sovietica, sta ora la minaccia islamica. Il conflitto israelo-palestinese sta dentro quella contrapposizione, e si salda con l’imperativo della lotta al terrorismo. George Gilder, analista, ex-collaboratore di Henry Kissinger, nel 2009 scriveva: «il percorso della pace non avviene attraverso negoziati, bensì mediante l’invincibile rigetto del terrore». Scomporre questa dottrina, formulare una diversa visione, parlare alle opinioni pubbliche più che ai governi, rinunciare ai muri e costruire ponti, non può non essere l’orizzonte ideale della sinistra italiana ed europea. Ed anche criticare Israele lo si può fare solo a partire da qui, da un nuovo retroterra di ragioni, piuttosto che dai vecchi schemi, dalle vecchie contrapposizioni: il popolo delle pietre contro i guardiani del mondo, le mani nude contro i carri armati, i poveri contro i ricchi, i deboli contro i potenti. Non sono queste, non lo sono mai state, le parti in gioco. Laggiù, tra Gaza e Gerusalemme, bisogna inventare tutto daccapo, e anche la sinistra deve probabilmente provare a reinventare se stessa.

(Il Mattino, 21 luglio 2014)

 

 

 

“Assolto ma…”. Il garantismo non sfonda

Acquisizione a schermo intero 20072014 203231.bmpLe reazioni alla sentenza che ha prosciolto Berlusconi nel processo Ruby sono tutte riconducibili ad uno schema molto semplice: «sì, ma». Di questo schema elementare si sono date almeno tre diverse applicazioni, ma tutte riconducibili alla medesima forma logica. Mi riferisco naturalmente alla reazioni che si sono avute a sinistra, perché a destra si va molto più disinvoltamente (e si capisce) da «giustizia è fatta» a «santo subito!», dalla soddisfazione allo spirito di rivalsa, da «e ora chiedete scusa» a «ce l’abbiamo solo noi!», come nei cori da stadio.

Ma a sinistra no, a sinistra è un bel problema. Cade perciò a fagiolo quella celeberrima pagina de La vita come ricerca, il libro più importante di Ugo Spirito, il filosofo del problematicismo italiano, il quale ebbe a scrivere che «pensare significa obiettare» e che obietta chi dice «ma». Quindi: «sì, d’accordo; le sentenze si rispettano, ma», e poi giù critiche. In accordo dunque con la filosofia del problematicismo, qualcuno potrebbe pensare che stiamo assistendo a manifestazioni di schietto spirito critico. E invece viene il sospetto che di tutt’altre manifestazioni si tratti. Diciamo pure, con pari schiettezza: della difficoltà di adottare un abito di pensiero e di giudizio garantista. E dico abito di pensiero perché non mi riferisco propriamente ad una cultura politica – o di politica della giustizia -, ad aspetti della legislazione o a un insieme di procedure, alla presunzione di innocenza o a principi di civiltà giuridica, ma al seguente esercizio (banale, ma che si fa molta fatica a compiere): dati un certo numero di convinzioni intorno al vero e al giusto, evitare di imbastire o piegare i processi – e il giudizio su di essi – a queste convinzioni. Ogni volta il commento consterà perciò di due membri. Al primo membro si troverà la presa d’atto, la constatazione, l’accettazione obtorto collo; al secondo membro (dopo la virgola, dopo il «ma») starà invece, uguale a prima e sempre uguale a se stessa, la propria immutabile convinzione. Vediamo allora i più fulgidi esempi dello schema del «si, ma».

Primo esempio: sì, Berlusconi è stato assolto. Ma lo è stato solo grazie alla furba modifica del reato di concussione introdotta dalla legge Severino, ben dopo il rinvio a giudizio. A fianco di una foto di Ruby, Il Fatto quotidiano ieri titolava perciò, grande e grosso: «Cambiata la legge, salvato il Caimano». In prima e nelle pagine interne si spiegava poi con dovizia di particolari come sarebbero potuto invece andare le cose, se non fosse intervenuta la legge.

Secondo esempio: sì, sono cadute entrambe le accuse al Cavaliere, tanto la concussione quanto la prostituzione minorile, ma la gravità dei comportamenti pubblici e privati dell’uomo politico rimane tutta, sentenza o non sentenza. E rimangono i dubbi, e rimane la questione politica. Nel suo lungo editoriale su Repubblica, il direttore Ezio Mauro spiegava infatti che, certo, non stanno più in piedi le ipotesi criminali, ma si possono scrivere uguali uguali le cose che si scrivevano prima della sentenza. La sentenza non sposta nulla, le domande che a grappoli di dieci alla volta il giornale era solito proporre restano lì, tali e quali, senza spiegazioni coerenti, attendibili, logiche: se non c’è stata concussione, perché in questura si comportarono così come si comportarono? Se non c’è stata prostituzione minorile, perché quella sera Berlusconi ebbe paura?

Terzo esempio. Anche questa volta sta anzitutto la presa d’atto: sì, secondo la Corte d’Appello milanese Silvio Berlusconi è innocente, ma come si fa a crederlo davvero innocente? Berlusconi innocente: un ossimoro, una contraddizione in termini! Nel suo editoriale di ieri sull’Huffington Post (meno lungo, ma molto più tranchant di Ezio Mauro), Lucia Annunziata non fa il minimo sforzo di credere il Cavaliere davvero innocente, e anzi rilancia a questo modo: se il presidente del Consiglio non commette reati telefonando in questura, allora io «da domani ogni volta che mia figlia mi porta un pacco di multe, proverò a chiamare in ufficio contravvenzioni, per dire “Non sapete chi sono io”».

Orbene, che cos’è che non va nei tre esempi, che radunano insieme le voci più autorevoli dell’opinione pubblica progressista? Vediamo. Il Fatto quotidiano – primo esempio – non spende una sola parola per spiegare perché l’assetto che il reato di concussione ha ricevuto in base alla legge Severino non va bene, è sbagliato, contrasta esigenze di giustizia. Per la concussione è ora richiesto che il concusso tragga vantaggio dall’imbroglio? Il Fatto non spiega ai suoi lettori cosa vi sia di sbagliato in ciò, ma solo che in questo modo era più difficile condannare il Cavaliere. Se si voleva condannare il Cavaliere, allora era sbagliata la legge; se invece lo si voleva assolvere – sempre secondo il giornale – allora la legge andava ad hoc. E se invece si volesse sapere qualcosa della legge, a parte da Berlusconi e secondo il diritto? Il Fatto quotidiano ieri non aveva una parola che fosse una su ciò. E dire che di pagine ne ha dedicate, alla vicenda.

Secondo esempio. Repubblica, per bocca del suo direttore, dichiara che la sentenza lascia tutto uguale. E non spende una parola che sia una sul fatto che però una sentenza, e prima indagini, procedimenti, dibattimenti, documenti, incartamenti, intercettazioni, testimonianze, sono intervenuti e come. Sugli effetti politici di tutto questo, Repubblica non sa dir nulla. Nulla, in particolare, sul fatto che proprio il tentativo di penalizzare i comportamenti di Berlusconi li ha sottratti al giudizio politico. Dopo tre anni e passa, Repubblica non se ne accorge ancora. O finge di non accorgersene.

Infine (terzo esempio). Lucia Annunziata pensa che se telefona ai vigili urbani e chiede conto delle multe della figlia premettendo che lei è Lucia Annunziata meriterebbe non di essere presa a pernacchie, ma di finire in galera. Qui basta poco: un paese – un vigile urbano, e pure un funzionario della questura – che non sa mettere a posto chi alza la voce e dice «Lei non sa chi sono io!»  e ha bisogno, per farlo, dei processi, del carcere, di sette anni di detenzione, è un paese davvero sventurato.

Forse però la vera, terribile sventura non è questa, ma che nessuno dei tre esempi, nessuno dei tre argomenti con cui la sinistra si duole per la sentenza di ieri ha minimamente a che vedere con le effettive dinamiche giudiziarie, con le risultanze processuali, con la validità o meno delle prove addotte in giudizio. Hanno tutti a che vedere con le proprie convinzioni, che dopo il «ma» si ripropongono uguali, senza cambiare mai.

(uscito in versione lievemente raccorciata su Il Mattino, 20 luglio 2014)

Potere, sesso e paradigma giudiziario

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Qualunque italiano di media intelligenza non ha aspettato la sentenza di appello di ieri, che ha mandato assolto Berlusconi, per farsi un’idea sulla vicenda di Ruby: sulla telefonata in questura, sulle cene eleganti e sui regali alle ragazze. Più difficile è che si sia fatto un’idea sulla storia giudiziaria, sul perché in una simile vicenda siano dovuti entrare i giudici di un tribunale, per correggere, anzi cancellare una condanna a sette anni inflitta in primo grado al Cavaliere. Eppure è andata così. Ed è andata diversamente da come si pensava che si sarebbe conclusa (a meno – si capisce – di ricorsi in Cassazione).

Ma è andata non troppo diversamente da tante altre storie, più o meno boccaccesche. Tutti sanno infatti che, piaccia o no, la storia umana universale è piena di vicende in cui sesso e potere sono legati. Vicende in cui il potere è un buon sistema per fare sesso, e il sesso è un buon sistema per acquisire potere. Poche tra queste vicende hanno però avuto un così lungo strascico penale, fatto di udienze, escussioni di testimoni, arringhe, verdetti. E, naturalmente, cronache giudiziarie, pagine di giornale, servizi fotografici.

Cerchiamo però di non essere ipocriti, e di prendere una distanza sufficiente dai fatti, come se dovessimo commentarli a beneficio della storia, e non dell’attualità. Da una simile distanza si vedono meglio due o tre cose. La prima. Il Rubygate ha sicuramente avuto un’incidenza molto negativa sull’immagine di Silvio Berlusconi, sulla tenuta del suo governo e della sua maggioranza. L’incidenza non sarebbe stata uguale se lo scandalo non fosse stato impugnato dalla magistratura, e se non si fosse trascinato così a lungo. È un punto essenziale, perché «le figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo e la notorietà» c’erano già nella lettera di Veronica Lario del 2009: chi voleva farsi un giudizio sulla persona di Silvio Berlusconi (chi riteneva che un simile giudizio potesse servire a qualcosa) non aveva affatto bisogno del tentativo di trascinare sul terreno penale simili comportamenti: della minorenne, delle olgettine, del ragioniere che tiene la cassa e stacca assegni. Chi poi voleva formarsi un giudizio storico-politico sul berlusconismo, non doveva allora – e a maggior ragione non deve ora – passare per l’ipotesi della prostituzione minorile e quella della concussione. Non ci sono più entrambe, ed è molto meglio così. Chi invece voleva mischiare le acque, confondere i piani, investire la sfera pubblica di faccende private, ergersi a moralizzatore della vita pubblica e, passo successivo, penalizzare la morale, ne aveva bisogno e, presumibilmente, ne ha tratto anche profitto.

Seconda cosa. Il cammino delle riforme istituzionali è probabilmente aiutato dall’assoluzione di Berlusconi. Ma sarebbe bello che fosse aiutata la politica tutta quanta. Anzi, la politica molto prima che le riforme, dal momento che per curare la crisi di legittimazione, di credibilità, di fiducia che investe i partiti politici italiani non bastano certo la riforma del Senato e la nuova legge elettorale. Sicuramente però un passo avanti sarà fatto se viene meno la necessità di indignarsi, il professionismo dell’indignazione, e il coro di anime belle dell’indignazione. Non perché bisogna avallare i comportamenti immorali, ma perché bisogna guardare a quelli politici secondo la razionalità e la logica che è loro propria.

Terza e ultima cosa. Questa sentenza arriva quando ormai la parabola politica di Berlusconi volge al tramonto. L’accordo del Nazareno con Renzi può forse servirgli a salvare il salvabile, ma certo non a restituirgli una nuova gioventù, una seconda (o terza: valle a contare) vita politica. Chiamiamola pure una coincidenza: il fatto è che le cose sono venute effettivamente a coincidere, e questo un suo senso ce l’ha. Questo non significa che qualcuno glielo ha dato in principio: non è necessario pensarlo, con qualche malizia. Ma può averlo nelle conseguenze, nella possibilità di tornare «sine ira ac studio» sul tema dei rapporti fra politica e magistratura, e, forse, sulla possibilità di ascoltare i primi vagiti della terza Repubblica.

(Il Mattino, 19 luglio 2014)