La caparra sulla pena che non è giustizia

ingiustizia-290x290Il caso non è chiuso. Ma un altro se ne è aperto. Il caso è quello dell’influente deputato di Forza Italia, Luigi Cesaro. La Procura aveva richiesto per l’ex Presidente della provincia di Napoli la custodia cautelare, e il gip aveva firmato l’ordinanza. Ma, prima che il Parlamento si pronunciasse in merito, è arrivata la decisione del Tribunale del Riesame, che ha giudicato non sussistenti i gravi indizi su cui era fondata la richiesta del provvedimento restrittivo. Il caso non è chiuso perché il processo non è stato ancora fatto, anche se la tendenza a celebrare i processi fuori dai tribunali, e magari a giudicarli anche conclusi, continua imperterrita presso una certa opinione pubblica.

Ma un altro caso si apre, perché non può passare inosservata la vicenda, per cui un parlamentare – cioè un rappresentante del popolo italiano, cioè un componente del più alto consesso politico in un paese democratico – si vede raggiunto da una richiesta di arresto, per fatti risalenti a dieci anni fa, richiesta che arriva (si badi bene) dopo oltre due anni durante i quali le carte erano rimaste ferme presso l’ufficio del gip, e che viene sconfessata clamorosamente solo poche settimane dopo.

Certo, è normale dialettica procedurale: i ricorsi si fanno per quello, e a volte vengono respinti, altre volte vengono accolti. Questa volta hanno vinto gli avvocati di Luigi Cesaro, altre volte avrà vinto la Procura.

Viene da dire: ci mancherebbe pure. Ci mancherebbe che non fosse così; che, al contrario, ogni richiesta della Procura venisse confermata non dopo due anni ma dopo due minuti prima dal gip e poi dal riesame. Ma, al di là dell’ovvia fisiologia del sistema, forse «dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la custodia cautelare serve, nei casi in cui non vi è né pericolo per la collettività, né rischio di inquinamento delle prove, per ‘anticipare’ una pena che si teme non venga poi scontata anche in caso di condanna». Sono parole di Giuliano Pisapia, l’attuale sindaco di Milano, già presidente della commissione giustizia della Camera, nella XIV legislatura. Nel caso di Luigi Cesaro, non so dire se si tema davvero che la condanna, se e quando verrà, sarà del tutto inefficace. Resta però che l’opinione comune, che la magistratura pare tenere in qualche conto, o comunque ne tiene conto il giudizio sopra il suo operato, è che per i potenti è sin troppo facile farla franca: tanto meglio dunque se finiscono in carcere ancor prima che arrivi il verdetto definitivo. Ma questo «non è ammissibile, perché snatura il concetto e il senso stesso di giustizia che non può mai essere né vendetta, né punizione anticipata per una futura eventuale condanna». Pisapia scriveva queste parole nel 2010, riflettendo (con Carlo Nordio) intorno alle storture della carcerazione preventiva e più in generale ai mille problemi della macchina giudiziaria. Ma, da allora ad oggi, è difficile dire che sia mutato qualcosa. Se una riforma della giustizia si deve fare, e il ministro Orlando sembra finalmente intenzionato a farla, deve essere anche, se non soprattutto, per mutare questo stato di cose.

La libertà personale è un diritto fondamentale in ogni e qualsiasi ordinamento liberale. La custodia cautelare, cioè la restrizione di quella libertà prima che sia intervenuta una sentenza di condanna, non può perciò non essere un’eccezione ben circoscritta alla presunzione di innocenza. Non può valere come caparra sulla pena, e nemmeno come mezzo per estorcere confessioni. Il rispetto poi delle prerogative (non dei privilegi) che spettano a un parlamentare per la funzione che svolge dovrebbe, se mai, essere un motivo per rendere ancor più limitato – non meno – il ricorso alla misura cautelare. Ma è di tutta evidenza che non è così. Per molte ragioni, e magari per alcune anche buone: perché rimaniamo un paese con un forte tasso di corruzione della vita pubblica, perché persistono gravissime aree di collusione fra politica, malaffare e criminalità; o anche, semplicemente, perché i cattivi esempi si sprecano. Ma né il senso di giustizia né la tutela della collettività possono consentire deroghe, così ampie e così frequenti, a un principio irrinunciabile di civiltà giuridica: il carcere viene dopo e non prima della condanna.

Quanto alla necessità politica e civile, non giudiziaria, di migliorare la qualità della nostra classe dirigente, non è, neppure questa, cosa trascurabile. Cesaro ha peraltro dichiarato a questo giornale che intende lasciare la vita pubblica: prendiamone atto con rispetto, e insieme rammarichiamoci che ciò avvenga per vie diverse da quelle dell’ordinaria contesa politica. Perché sono altre le strade che deve percorrere il rinnovamento della politica, strade che non possono richiedere in nessun caso il pervertimento dei principi del diritto.

(Il Mattino, 17 agosto 2014)

I vu cumprà, la morale e l’economia

vu-cimpraChi sono i vu cumprà? Nelle parole del ministro Alfano, «persone che insolentiscono gli italiani sulle spiagge». Fosse solo per l’insolenza, si potrebbe osservare che anche per i giovanotti e le signorine che sciamano sulle stesse spiagge diffondendo volantini pubblicitari, depliant, brochure con inviti per una fantastica serata ci vorrebbe un robusto giro di vite. Non sono infatti meno insistenti, meno petulanti. Attaccano bottone anche loro. Mentre però i primi – i vu cumprà – ci campano, i secondi e le seconde ci tirano su la vacanza, e non è chiaro, moralmente parlando, con chi si dovrebbe essere più severi. Già che ci siamo, però, a meritarsi le stretta dovrebbero forse essere pure i camerieri che, dinanzi ai ristoranti delle vie del centro, a Roma, Napoli o Firenze, chiedono con insistenza ai turisti di entrare, sedersi, mangiare: chi non se ne è, almeno una volta, infastidito?

Il fatto è che non c’è solo l’insolenza, l’insistenza, la petulanza. C’è pure l’illegalità. Anzi: soprattutto quella. E allora la faccenda cambia: non è più questione di buone maniere, di invadenza, importunità o maleducazione. Perché le merci che arrivano sui lidi italiani, portate dentro improbabili borsoni, o su sgangherati carrelli, percorrono un circuito che è, nella stragrande maggior parte dei casi, illegale. Tutto: dalla produzione alla distribuzione alla circolazione all’acquisto. Le mercanzie sono contraffatte, mancano le autorizzazioni, mancano le certificazioni, sono assenti le registrazioni. Ma, se è tutto fuori legge, se le merci che per pochi spiccioli sono vendute sulle nostre spiagge allargano il giro dell’economia informale, alimentano una concorrenza sleale, sottraggono risorse allo Stato e infine (e soprattutto) ingrassano la criminalità, la quale assicura l’indispensabile patronage su tutta l’area dell’illegalità, ci si può accontentare di una strigliata a sindaci e prefetti, perché assicurino maggiore vigilanza lungo i litorali? Non sarebbe meglio, molto meglio provare a svuotare i magazzini dove, alle prime luci del giorno, i venditori ambulanti si riforniscono, caricandosi sulle spalle ogni genere di cianfrusaglie, e un bel po’ di merce falsa o difettata? Loro, infatti, sono solo gli ultimi a guadagnarci qualcosa, e quanto ci guadagnano è solo un’infima parte dei profitti illeciti che provengono da un simile mercato adulterato. Però la richiesta di qualche moneta da parte dei vu cumprà infastidisce, mentre quella più grande pecunia non manda, a quanto pare, alcun cattivo odore.

Ecco allora come stanno le cose. Da una parte, il fenomeno dei venditori ambulanti sulle spiagge è così ampio e diffuso, da suscitare addirittura la presa di posizione del ministro dell’interno: è un vero peccato però che nelle parole non sia riuscita in nulla diversa dalla reazione accaldata che sotto l’ombrellone ha chi non riesce a togliersi di torno il venditore di turno. Dall’altra parte, il problema ha radici ben più profonde di quelle che si rendono visibili sotto il solleone, e stringe in un unico nodo illegalità, immigrazione ed economia sommersa: e purtroppo non è un nodo che si sciolga cacciando i vu cumprà lontano dalla vista. È come mettere la polvere – o la sabbia – sotto il tappeto. Forse si potrà continuare a fare il bagno indisturbati, ma ben difficilmente si sarà ridotto il volume delle vendite illegali. Allontanati dalle spiagge, li ritroveremo alle fermate degli autobus, subito fuori dagli stabilimenti balneari, all’ingresso di una pizzeria o di una discoteca.

Non basta però nemmeno armarsi di santa pazienza (che peraltro, col caldo che fa, non è mai troppa). Perché quei poveri cristi che percorrono le nostre spiagge cercando di venderci una collanina o un paio di (falsi) occhiali da sole sono i primi ad essere sfruttati dalle organizzazioni criminali. Non è perciò semplice questione di tolleranza, come non è questione di severità. Non ne va neppure soltanto del decoro delle nostre spiagge, che i vù cumpra rovinano, mentre giovanotti e signorine no. È piuttosto questione di politiche per l’integrazione degli extracomunitari, che rappresentino un’alternativa rispetto ai percorsi dell’economia illegale. Da quando è stata inventata l’economia moderna di mercato, ci si è accorti infatti che vale il principio: se stare entro il perimetro della legge conviene, è più facile rispettarla, al mare come in città. Ma con l’applicazione di questa semplice verità, ammettiamolo: abbiamo qualche cronica difficoltà anche noi italiani, non solo i vu cumprà.

(Il Mattino, 14 agosto 2014)

Perché passa per Ankara l’ultima occasione

Acquisizione a schermo intero 12082014 110735.bmpÈ presto per dire quale strada prenderà la Turchia, dopo il successo di Recep Tayyip Erdogan, confermato alla guida del paese nelle elezioni presidenziali di ieri, dopo più di un decennio di ininterrotta premiership. Manca però davvero poco, se non è già tardi, all’ora in cui l’Europa finirà di esercitare una reale forza di attrazione per la leadership turca e per il paese.

Erdogan vince in mezzo alle critiche, alle denunce dell’opposizione, agli scandali messi, nei mesi scorsi, più o meno a tacere. Ma vince, e ha con sé più della metà del paese. Vince in un contesto che, secondo gli standard occidentali, non è ancora pienamente democratico. Ma vince, e rimane un interlocutore decisivo nell’area. Lascia la poltrona di premier e assume la presidenza del Paese: sul modello, dunque, di Vladimir Putin,  e con uno stile che lascia temere possibile un ulteriore scivolamento autoritario. Però, nella prima dichiarazione rilasciata dopo che il risultato ha preso a delinearsi nelle urne, ha scandito: «Continueremo a servire la nazione per migliorare la democrazia». La domanda è perciò se all’Europa interessa dare rilievo a queste parole, assecondare e favorire un processo del genere, e insomma continuare ad avere sul proprio fianco sud-orientale un partner, un alleato e potenzialmente un nuovo membro dell’Unione, o se invece intende lasciare che si accentui l’indifferenza, quando non l’estraneità del paese della mezzaluna rispetto ai valori che costituiscono il comune denominatore della civiltà europea.

Non è una domanda oziosa. Non lo è mai stata, perché il peso geopolitico della Turchia nello scacchiere europeo e mediorientale, e dentro il quadro dell’Alleanza atlantica, ha sempre messo l’Unione europea dinanzi al dilemma di un allargamento oltre lo stretto del Bosforo. Ma diviene, quella domanda, ancora più pungente oggi: non solo cioè all’indomani di un voto che conferma la presa di Erdogan sul paese, ma dopo la terribile notizia del massacro della comunità yazide nel nord dell’Iraq, dove operano le milizie islamiste dell’Isis, il califfato che si va formando fra Iraq e Turchia, a ridosso della regione curda. Più di cinquecento persone sono state ammazzate, molte sepolte vive in fosse comuni. Come i cristiani, così gli yazidi sono, nei periodi di calma, mal sopportati e oggetto di pesanti discriminazioni da parte della maggioranza musulmana. In quelli in cui invece l’intolleranza religiosa incrudelisce, sono perseguitati fino all’eccidio di massa. È quello che sta accadendo in questi giorni, e che ha spinto l’America ad agire, nel tentativo di evitare lo sterminio di intere popolazioni, consentendolo loro di raggiungere i territori sotto controllo curdo.

Ma l’Europa? In cosa consiste, se consiste, l’azione dell’Unione Europea? Le preoccupazioni umanitarie sono naturalmente comuni a tutti i governi europei, ma non si può dire invece, per l’ennesima volta, che esista anche una politica estera comune dell’Unione. Una politica comune suppone infatti la capacità di definire in comune gli interessi da difendere. Lo steso intervento umanitario può, anzi deve essere sostenuto, o deve sostenere, una politica verso quell’area: diversamente, non serve nemmeno a mettere in pace le nostre coscienze di buoni europei.

Ma, al punto in cui siamo, mentre l’intera regione mediorientale è punteggiata da pericolosi focolai di tensione, già accesi e capaci di espandersi, mentre tutta l’area mediterranea è ben lontana dall’aver raggiunto una condizione di stabilità – dopo essere stata percorsa dai venti delle primavere arabe -, mentre nel mondo islamico si accentuano le spinte ad una radicalizzazione dei conflitti, bisogna davvero che l’Unione europea ci aiuti a capire se questi interessi comuni esistono, e sono sufficienti a disegnare una politica, o se invece si intende continuare «as usual», con una formale rappresentanza dell’Unione che si limita a moltiplicare le dichiarazioni di principio, mentre i singoli paesi continuano a seguire le linee tracciate dagli interessi economici nazionali.

Tra le credenze yazidi, in cui sono confluiti elementi diversi di giudaismo cabalistico, di cristianesimo zoroastriano e di misticismo islamico, vi è quella che se si rimane chiusi dentro un cerchio tracciato sulla sabbia non è possibile liberarsi da soli. Ma non sono solo i yazidi che rischiano di rimanere intrappolati: è la geopolitica contemporanea che rischia sempre più di assomigliare a un confronto fra grandi spazi chiusi entro cerchi sempre meno permeabili. Quando i cerchi si chiudono, sono proprio le aree cerniera, in cui nei millenni civiltà e religioni si sono mescolate, a rischiare di venire stritolate. Aprire invece quei cerchi, tenere aperte le strade di incontro, di confronto e di scambio, contrastare così l’islamizzazione radicale è un compito che l’Europa ha tutto l’interesse ad assegnarsi, a cominciare dal dialogo e dalla cooperazione con la Turchia di Erdogan.

(Il Mattino, 11 agosto 2014)

Non basta la scienza

Acquisizione a schermo intero 09082014 165307.bmpI gemelli contesi sono nati. E sono già stati registrati all’anagrafe. Rimangono però contesi poiché, a causa dello scambio di provette avvenuto in ospedale, nove mesi fa, di coppie che rivendicano la genitorialità su di loro ve ne sono due: i genitori biologici, il cui ricorso contro la registrazione è stato ieri respinto, e i genitori che ne hanno accompagnato la vita prenatale dopo l’impianto degli embrioni fino al parto. La battaglia legale proseguirà e non sarà facile per i giudici che saranno ancora investiti del caso giungere a una decisione. Non lo è neppure, in abstracto, per il giurista, che vede bene come siano in gioco diritti e valori diversi, ma tutti fondamentali. La madre che ha partorito non accetta di essere ridotta a mera incubatrice, mero recipiente dei due bambini appena nati, ma d’altra parte i genitori biologici non rinunciano a considerare «loro» neonati che hanno il loro stesso sangue – come si sarebbe detto una volta. E se poi un domani i gemelli, ormai cresciuti, chiederanno di ricongiungersi ai genitori naturali? Questo non è un caso di adozione, né di donazione di seme. All’origine c’è un errore, di cui nessuna delle coppie coinvolte porta la responsabilità. E nemmeno, è evidente, i gemelli contesi. Chi allora ne dovrà portare le conseguenze?

Sembrano domande genuine, autenticamente problematiche. E tali in effetti sono. Per tutti, salvo per un ristretto tipo di persone: per gli scienziati. Beninteso: lo scienziato che, fuori dal suo laboratorio, mantiene tutti i dubbi che affliggono la restante umanità, non fa eccezione. Ma c’è anche lo scienziato che invece è convinto che un caso come questo si decida in laboratorio – di solito: nel suo –, in base alle ultime acquisizioni della scienza. Che dunque tribunali, pulpiti o cattedre non detengono alcun vero «sapere» in base al quale dirimere la questione. Forse il giudice farebbe meglio a nominare un tecnico e a lasciare che sia quest’ultimo a sbrigarsela con la domanda: di chi sono figli i gemelli contesi? Che cosa, ad esempio, dice la genetica al riguardo?

Mi prendo una pausa. Non intendo mettere in discussione nulla del lavoro dello scienziato.   Sarei sciocco se pretendessi di negare una qualunque delle scoperte o delle tecniche scientifiche che si mettono a punto nei laboratori di tutto il mondo. Né intendo dire che quelli scientifici sono pseudo-concetti (Croce) o che la scienza non pensa (Heidegger). Non intendo neppure rispolverare vecchie polemiche sulle «due culture», e se qualcuno vorrà dire che in Italia abbiamo troppi letterati ed è la cultura scientifica ad essere carente – troppo poco considerata, promossa, sostenuta – nolo contendere: non è questo che voglio contestare.

Intendo piuttosto domandare: «genitore» è un concetto scientifico? Se sì, che ci dica pure lo scienziato tutto quello che ha da dire. Ma temo invece che non lo sia affatto. Perché contiene dimensioni storiche, psicologiche, affettive, culturali, che esorbitano di molto l’uso scientifico della parola, e che nessuna scienza, nessuna tecnica può esigere che siano sacrificate. Nessuno ovviamente impedisce allo scienziato di rigorizzare l’uso della parola: gli viene anzi necessario, proprio per evitare confusioni concettuali. Ma non vi sono, non vi possono essere risultati scientifici assodati in base ai quali decidere che cosa «significa» essere genitori (e cosa figli), e cioè: quale e quanta parte della nostra eredità umana, storica, linguistica vogliamo far transitare nella genitorialità che in maniera inedita si va disegnando oggi, e sempre più in futuro. Questo «significato» non è scritto nei geni, né da nessun’altra parte. Se perciò non saranno le cattedre di filosofia o di teologia, o gli scranni di un tribunale, o i pulpiti delle chiese ad essere meglio posizionati per prendere una decisione al riguardo, non possono esserlo nemmeno i più avanzati laboratori al mondo (ivi compresi quelli finanziati dalle industrie farmaceutiche). Fare dunque che basti ascoltare lo scienziato (il tecnico: il competente, insomma) dettare la percentuale di determinazione genetica del nascituro per decidere la contesa fra le due coppie di genitori non è affatto scientifico: è, anzi, decisamente stupido. Qualunque cosa si legga sui giornali a tal proposito.

Dopodiché non avremo forse dato una mano al giudice, per decidere, ma avremo – per una via forse insolita e purtroppo sempre meno battuta – provato a difendere la dimensione politica e pubblica della parola come spazio del dare e del rendere ragione, che qualunque competenza tecnico-scientifica può arricchire, senza che però nessuna possa comprimere fino a ridurla al silenzio. (E tanti auguri ai nuovi nati!).

 

(Il Mattino, 9 agosto 2014)

Magistrati, indipendenza non è impunità

Acquisizione a schermo intero 06082014 104518.bmpRiformare la giustizia italiana, mettere mano al delicatissimo tema della responsabilità civile dei giudici, raccogliere le raccomandazioni che vengono dalle sedi europee: a quanto pare, finalmente, si può fare. Con la pubblicazione della bozza di riforma da parte del Ministero della Giustizia, sembra prendere concretamente avvio un’azione riformatrice che si annuncia incisiva e coraggiosa. Oltre che, diciamolo, doverosa. Naturalmente bisognerà aspettare che la riforma vada in porto – che cioè diventi legge – ma perlomeno è chiara fin d’ora l’intenzione del governo di fare sul serio.

In tema di responsabilità civile dei giudici – cioè della possibilità per il cittadino di essere risarcito per «cattivo uso del potere giudiziario» – sul serio, finora, non si era fatto. Vi fu un referendum, promosso e vinto dai radicali, ma poco dopo intervenne una legge – la legge Vassalli del 1988 – che di fatto vanificò l’esito referendario. Come correttamente spiega oggi il ministero, nei venticinque anni successivi alla sua introduzione la legge ha funzionato «in modo assolutamente limitato», perché essa «prevede una serie di limitazioni per il ricorrente, che finiscono per impedire l’accesso a questo tipo di rimedio e rendono poi aleatoria la concreta rivalsa sul magistrato». In termini appena più espliciti: preoccupata di garantire l’indipendenza del magistrato, la legge non assicurava affatto al cittadino la possibilità di ricorrere contro le ingiustizie subite. Il numero assolutamente ridicolo di ricorsi andati a buon fine sta lì a dimostrarlo. E oggi il ministero ne prende atto.

Nelle linee guida predisposte dal ministro Orlando, è invece perseguito con chiarezza l’obiettivo di rendere effettiva, non più velleitaria, l’azione di risarcimento. Questo non vuol dire che l’indipendenza del magistrato verrà compromessa, ma che non verrà più scambiata per irresponsabilità o, peggio, impunità – come nei fatti è finora accaduto. La riforma promossa dal ministro della giustizia non prevede la possibilità di agire direttamente contro il magistrato per dolo o colpa grave: sarà dunque lo Stato a rivalersi a seguito dell’azione intentata dal cittadino; ma, per un verso, cadono i paletti posti finora all’ammissibilità dei ricorsi, e, per l’altro, lo Stato è tenuto d’ora innanzi a procedere contro il magistrato in caso di «negligenze inescusabili». Si ampliano poi le ipotesi in cui può essere intentata causa: non solo dolo e colpa grave, ma anche «violazione manifesta delle norme applicate» e «manifesto errore nella rilevazione dei fatti e delle prove». Si tratta di un ampliamento significativo, che rende meno opinabile e sfuggente l’individuazione delle responsabilità, poiché ne àncora la determinazione a condotte sufficientemente tipizzate perché possano essere riconosciute nella loro oggettività. Come dire: le norme ci sono, il magistrato le conosce e non può non applicarle, senza rispondere della mancata applicazione. Lo stesso dicasi quando è conclamata la negligenza riguardo al rilevamento dei fatti. Accampare in maniera pretestuosa la discrezionalità del magistrato diviene ora più difficile. Non viene certo compromesso il principio: tocca sempre al magistrato valutare fatti e circostanze, ma non si può fare come se non ci fossero leggi, fatti o prove. Più in alto della discrezionalità e del libero convincimento del singolo magistrato sta l’evidenza di ciò che è «manifesto»: neppure un giudice, insomma, può negarlo senza risponderne.

Insomma, a guardare i lineamenti della riforma messa finalmente in cantiere, c’è caso che qualcosa finalmente si muova anche nel pianeta più refrattario ai cambiamenti: quello, appunto, della giustizia. Bisogna ora che il governo dimostri di avere la forza politica per portare a casa il risultato. Perché le resistenze non mancano e non mancheranno. Per ora si esprimono in forma di distinguo, di qualche solenne affermazione di principio, di valutazioni circospette e di attese prudenti. In fondo, che l’Associazione nazionale magistrati, per bocca del suo segretario Sabelli, trovi il modo di soffermarsi non solo sul rischio delle «cause strumentali», sollevate cioè con l’obiettivo di intimidire i magistrati, ma anche su aspetti tutto sommato marginali, come l’elevamento della soglia economica della rivalsa, che nel testo della riforma passa da un terzo a metà dello stipendio annuale del magistrato, prova l’attenzione occhiuta che verrà prestata a tutti i punti della riforma, nessuno escluso. La strada è dunque ancora lunga, ma per la prima volta si vede la possibilità di mettere la parola fine a una storia lunga un quarto di secolo. E chissà che a chiuderla non possa essere la morale che tirava Esopo in una sua favola: quando in uno Stato regna la giustizia e i giudici la rispettano, anche i deboli possono vivere tranquilli.

(Il Mattino, 5 agosto 2014)

Striscia, il lato oscuro del tapiro

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Niente Tapiro per Ezio Greggio. Il popolare conduttore televisivo il tapiro non lo vuole, proprio non ritiene di meritarlo. E non perché siano pochi i 20 milioni di euro che deve versare per chiudere il contenzioso con l’Agenzia delle Entrate, ma perché non è a lui che il fisco italiano li chiede, bensì alla società irlandese che gestisce i diritti sulla sua immagine. Il volto più noto di «Striscia la notizia» non ha nulla da rimproverarsi. Ezio Greggio risiede a Montecarlo, è vero, ma mica per finta: lui a Montecarlo vive e lavora davvero, salvo quei pochi mesi all’anno in cui trova tempo e modo di venire nel nostro Paese, principalmente per farci la morale dagli studi televisivi di «Striscia». Ora, non è che vogliamo indignarci per il fatto che Greggio abbia preso la residenza fuori dai confini patri; di solito però lo si fa perché nel principato monegasco si pagano meno tasse, non certo perché si ha in uggia l’aguzzo profilo alpino oppure i morbidi declivi appenninici, e neppure perché si va in cerca di un clima più temperato, o di contrade meno densamente popolate. Quel che tuttavia di solito non succede, è che quegli stessi che trasportano armi, bagagli e portafogli oltre confine siano poi tutte le sere in tv a servirci per cena filippiche e sbertucciamenti, denunce e sfottò, indossando i comodi panni dei supermoralizzatori. Ora, pensate un po’ come si commenterebbe, con quei panni addosso, l’inappuntabile precisazione che i venti milioni da versare al fisco sono, attenzione, «concordati ma non dovuti». Giusto, sacrosanto, ma non ci ridacchiereste su un bel po’, non dareste di gomito a Enzino Iachetti al vostro fianco? Non vi chiedereste subito chi è mai quel sant’uomo che concorda di dare al fisco venti milioni «non dovuti»?

«Striscia la Notizia» non ha insegnato in tutti questi anni a far altro che questo: ridacchiare e indignarsi. Certo, Greggio fa bene a querelare chi acchiappa la notizia al volo e gli dà dell’evasore. Difende la sua reputazione e il tribunale gli dà ragione: lui non è un evasore. Tecnicamente parlando. Ma querelerebbe anche chi strizzasse l’occhio come per dire: «ah, certo, come no? Abbiamo capito tutto!». Come difenderebbe la propria reputazione dai frizzi e lazzi del suo telegiornale satirico, dalla voce dell’impudenza o da quella dell’insolenza?

Temo non ci sia difesa. Forse bisogna rassegnarcisi: sono le croci, non solo le delizie dei personaggi pubblici, sono i meccanismi della società dello spettacolo, è la società della vergogna, cioè dello svergognamento beffardo e della cinica spudoratezza. È possibile peraltro che Greggio si sia già un po’ rassegnato: se nella prossima edizione del programma non sarà lui alla conduzione dipenderà dai molti suoi impegni e da progetti assai importanti, e chissà se anche questa notizia i futuri conduttori non la daranno ridendo sotto i baffi. «The show must go on»: ci sarà una nuova stagione di «Striscia». Però intanto qualcosa si può dire delle stagioni precedenti, dei venticinque anni di «Striscia», che coincidono quasi esattamente con gli anni della seconda Repubblica. Venticinque anni di ininterrotta indignazione serale, esercitata però alla distanza che la televisione consente di mantenere. Perché non è vero che la tv ti porta il mondo in casa: almeno non sempre. A volte te lo lascia là fuori, e ti molla tranquillo in salotto con la tua buona, cioè falsa, coscienza, che gli evasori, gli imbroglioni, i corrotti sono sempre gli altri.

Cosa ha di falso una simile coscienza? Nulla di ciò che opina, ma tutto di ciò a cui non pensa. Perché alla buona coscienza indignata non importa nulla se non di stare a posto coi suoi sentimenti. È come se non avesse mai avuto notizia delle ipocrisie della vita interiore, scoperte più di cent’anni fa dalla psicanalisi e da Freud. Al posto di quelle inquietudini si è installata anche in ambito psicologico l’equivalente della cosiddetta «sindrome nimby»: not in my back yard. Nel giardino di casa nostra non c’è mai da fare i conti con motivazioni sordide, piccoli sporchi segreti e miserie umane, tutte quelle bassezze che «Striscia» (ma non solo «Striscia», ovviamente) ci aiuta a vedere sempre solo negli altri. Ma prima di Freud già Hegel ci aveva mostrato, in una figura della «Fenomenologia dello Spirito», come funziona questa coscienza. L’aveva chiamata la «coscienza certa di se stessa», e aveva spiegato che tale coscienziosità si limita a enunciare (a enunciare soltanto) la propria posizione morale, cioè la propria indignazione ne riguardi di come vanno le cose al mondo, e unicamente in questa convinzione, e in nient’altro, fa consistere la propria integerrima coscienziosità. Così il mondo continua ad andare uguale avanti per la propria strada, mentre la coscienza riceve un piccolo risarcimento per la propria irrilevanza: in termini, appunto, di «buona» coscienza. Si vede cioè confermate le proprie ragioni, che ogni mattina sono a sua disposizione – come di tutti – nella chiacchiera quotidiana con cui può commentare i fatti che la sera precedente «Striscia» gli ha messo davanti, proprio perché potesse indignarsi. Cioè limitarsi a parlarne.

Quand’è che questo accade? Non facciamo le cose più grandi di quanto non siano. O perlomeno: lasciamo perdere se «Striscia la notizia» sia la causa o non piuttosto l’effetto. Però diciamo, nel caso, l’effetto di cosa. Wendy Brown ha parlato di una certa equazione tra verità e impotenza, che a titolo di compensazione produce un’offensiva moralistica. E perciò che colpisce l’età di «Striscia», i venticinque anni o giù di lì della seconda Repubblica, che sono stati anche gli anni di massima impotenza della politica, di massimo sfarinamento di un senso pubblico condiviso. Ma ogni compensazione è anche un’ostruzione al ristabilimento di un corretto rapporto tra quei termini. Sicché fino a quando vedremo un Greggio sornione farci la morale in tv, potremo forse dedurne che siamo ancora ben lontani dalla serietà della vita politica e storica, anche se abbiamo in cambio la possibilità di sghignazzarne un po’.

(Il Mattino, 1 agosto 2014)

I cattivi argomenti di mercatisti e indifferenti

Acquisizione a schermo intero 31072014 160327.bmpNon vi sono solo quelli che si dispiacciono per la sospensione delle pubblicazioni del giornale. E per l’incomprensibile chiusura del sito. Ci sono pure quelli che brindano, e quelli che se la cavano, più laicamente (dicono), con un’alzata di spalle. E gli uni e gli altri non è detto affatto che siano soltanto tra coloro i quali non hanno mai accompagnato la vita del giornale, o la sinistra che questo giornale ha rappresentato: si trovano anche di quelli che invece no, qualche pezzo di strada insieme lo hanno fatto, e però ora sfoderano due argomenti. Il primo: un giornale deve stare sul mercato, se non ce la fa si chiude e amen. Il secondo: se il pubblico vi ha lasciato vi sarà un motivo, e il motivo è che la sinistra non si sente più rappresentata dall’Unità. Inutile quindi che tiriate su l’icona del fondatore, gli occhialini e tutto quanto: vi avrebbe lasciato anche lui, anche Gramsci.

Ora, io penso che entrambi gli argomenti non colgano il segno. Quanto al primo: c’è chi dice che non si capisce perché lo Stato debba metterci i soldi (col finanziamento pubblico all’editoria). Io invece lo capisco, penso anzi che rientri nei compiti dello Stato quello di contribuire a tenere viva la varietà delle voci della pubblica opinione; e difendo il principio, per quanto storte possano essere state le applicazioni. Lo difendo persino nel caso tanto deprecato del finanziamento pubblico ai partiti, così come penso che un partito è tale anche (non solo ma anche) perché si impegna sul fronte dell’informazione, della comunicazione, della formazione. E poi non penso affatto che non vi sia spazio sul mercato per un giornale come l’Unità: a condizione però di volerlo cercare. Oggi non si legge di meno: si legge di più. Non si deve confondere il mutamento degli abiti di lettura con la loro fine.

Non condivido neppure il secondo argomento. Invidio coloro i quali vogliono spiegare all’Unità dove sta la sinistra oggi: hanno certezze che io non ho. E che forse non hanno gli stessi elettori. Certo, non accade più che ci si senta di sinistra perché si compra l’Unità, ma ciò non toglie che chi compra l’Unità si considera di sinistra (figuriamoci quelli che ci scrivono). Quelli poi che hanno in testa una certa idea di sinistra che non trovano sulle colonne del giornale, di solito ne danno una rappresentazione talmente minoritaria che ben difficilmente può valere come la soluzione. Poi valgono tutte le critiche alle confusioni ideologiche di questi anni, e alcune le condivido anche, ma questo è il terreno da esplorare, non quello da sgombrare.

Ora, non ho scritto volutamente un pezzo sull’importanza di una voce come l’Unità, e sulla perdita che la sua chiusura rappresenta nel panorama dell’informazione oggi. Non l’ho fatto perché ho preferito ragionarne un po’ (poco, negli spazi dati). Credo infatti che la più profonda attitudine del giornale fosse divenuta questa: ragionare criticamente, pacatamente, liberamente. Ma ragionare. Per il resto (e non è un resto: è tanto, quasi tutto), mi basta rimandare alle storiche prime pagine del giornale, tutti le conosciamo ma c’è da visitare un ricchissimo archivio storico che è sempre disponibile sul sito, sempre che non venga reso inaccessibile pure quello, e ancora di più basta rimandare alle foto di compagni e militanti – quelli a cui Di Vittorio aveva insegnato a non togliersi il cappello davanti al padrone – che lo leggevano nelle bacheche delle sezioni, e lo portavano con orgoglio nella tasca o sotto il braccio. Quelle bacheche quasi non ci sono più, e questo però – mi sia consentito – non è un problema solo per il giornale.

(L’Unità, 31 luglio 2014)