È un segno di progresso. No, è una doppia trappola

Massimo Adinolfi, Alessandro Barbanogdimage

Caro Direttore,
Leggo che, per decisione del Tribunale di Roma, da oggi anche in Italia è possibile l’adozione da parte di una coppia gay. Si tratta senza dubbio di una decisione importante, che cambia molte cose rispetto al passato: nei rapporti tra figli e genitori e nel riconoscimento di una pluralità di modelli familiari presenti nella nostra società. Tale decisione, non dobbiamo dimenticarlo, muove però, innanzitutto, dal riconoscimento di una situazione data, che è peraltro sempre più frequente. La bambina adottata vive già con la coppia che l’ha sin qui cresciuta. Il dato infatti è che una delle due donne é andata all’estero, e grazie alla fecondazione eterologa ha avuto una bambina. In seguito, la madre non biologica ha chiesto che venisse riconosciuto il legame genitoriale stabilitosi nel tempo. E il tribunale, «nel supremo interesse del minore» ha riconosciuto che per la bambina fosse miglior cosa avere entrambe le figure genitoriali. Di qui l’adozione. Forse non è il tribunale, non è la decisione di un giudice, la via per la quale debba passare un così profondo cambiamento: sarebbe meglio che una legge dello Stato desse ordine alla materia e indicasse con chiarezza quali interessi e quali principi lo Stato intende tutelare e promuovere. Ma voglio usare una parola che troppi hanno ormai quasi dismesso: io vedo nell’adozione gay un progresso. Non voglio scomodare «la negazione del dato naturale» di  filosofica memoria, dico però che la capacità dell’uomo di risignificare storicamente, socialmente e simbolicamente il dato naturale è ciò che ne contraddistingue, per l’appunto, l’umanità. E infine, non vedo a chi tutto ciò possa far male.

Caro Professore,
se, come lei dice, la sentenza sana una genitorialità di fatto preesistente nell’esclusivo interesse del minore, non mi pare che da essa possa dedursi la legittimazione di un diritto all’adozione per tutte le coppie gay. E meno male, mi viene da dire, per almeno due motivi. Il primo riguarda il metodo e la titolarità di chi può assumere una decisione così importante. In tutti i paesi dove l’adozione è permessa agli omosessuali, ciò è avvenuto per una deliberazione politica dei Parlamenti, cioè dei rappresentanti eletti dai cittadini, non per la supplenza di un giudice che s’arroga la facoltà di riscrivere, in nome e per conto di tutti, leggi che riguardano diritti personalissimi, tutelati dalla stessa Costituzione nella forma più rigorosa.
Quanto al merito, e vengo al secondo motivo, mi pare che lei cada in buona fede in due trappole culturali figlie dei tempi. La prima è di considerare giusto e bene tutto ciò che è progresso. Che cosa intende per progresso? È progresso, anzi è giusto progresso una fecondazione eterologa fatta all’estero da un single, eludendo le leggi del proprio Paese che impongono, a tutela del minore, quantomeno la stabilità di una coppia e una responsabilità condivisa? La seconda trappola riguarda lo scambiare per «umanità» ciò che lei definisce «la capacità dell’uomo di risignificare storicamente, socialmente e simbolicamente il dato naturale», come se quest’ultimo fosse di per sé cattivo nella sua essenza di limite biologico. Mi chiedo piuttosto se dietro quella capacità che lei attribuisce all’autonomia dell’uomo non si nasconda un cedimento alle prestazioni della tecnica, che finisce per farle considerare giusto tutto ciò che è semplicemente possibile. C’è più libertà nello sfondare il limite della natura o nella coscienza dell’umana finitezza?

Caro Direttore,
sono d’accordo con lei quanto alle responsabilità che il Parlamento nazionale deve assumersi in una materia, in cui non sono ammissibili atteggiamenti pilateschi. Non mi basta un giudice, e anche se mi felicito di cuore con la coppia ricorrente per la decisione del tribunale, non mi piace affatto che ancora una volta la legge segua il provvedimento giudiziale, invece di precederlo.
Nel merito, però, le sue osservazioni toccano, mi rendo conto, punti essenziali. Distinguo intanto il caso particolare, in cui mi sembra che il giudice abbia tenuto conto, nella sua decisione, proprio della stabilità della coppia che lei richiede, e della sua capacità di assicurare il miglior ambiente per la crescita del minore. Ma vengo alle due fallacie che mi attribuisce. Anzitutto all’idea del progresso: lei crede che si possa rinunciare ad essa? Nella sua forma minimale, con progresso indichiamo semplicemente una transizione, nel tempo, da una situazione peggiore ad una migliore. A questa forma vorrei attenermi, rinunciando a designare orizzonti complessivi, o totalizzanti filosofie della storia. Orbene, è meglio, per me, se cadono differenze di trattamento che non siano giustificate da beni o valori più alti da tutelare. Ed è migliore un’uguaglianza in più e una diseguaglianza in meno, quando essa non mortifichi, ma anzi promuova la libertà di ciascuno e di tutti. Come vede, cerco di tenermi lontano dalla tirannia del possibile che, in quanto può, deve anche essere realizzabile e realizzato. Lei però dice che la differenza «in re», ossia il dato naturale, il limite biologico, giustifica e fonda la differenza di trattamento. Io non lo credo. Nessun dato ha valore se non è «significato». Non dico però che non siano differenti le diverse figure di coppie o le diverse formazioni familiari. Dico che questa differenza non contiene, in quanto tale, un bene evidente da tutelare. Non dico neppure che non contenga un bene: tradizioni, usi, costumi, possono essere ad esempio un bene. Ma è bene più grande, ed è un progresso, la più ampia uguaglianza che la nuova situazione garantirebbe a uomini e donne.

Caro Professore,
non è il dato naturale a giustificare, di per sé, un trattamento diverso tra coppie gay ed eterosessuali, quanto al diritto di adottare un bambino. Se ho dato l’impressione di sostenerlo, me ne scuso. Intendevo piuttosto criticare un tic culturale per cui è bene tutto ciò che è progresso, ed è progresso tutto ciò che ridefinisce il limite naturale delle cose con una pretesa razionalità che troppo somiglia a un’ideologia. Quest’idea, piuttosto diffusa, mi pare espressione di un pericoloso liberismo dei diritti civili che, per ironia della storia, cresce sulle ceneri di un pensiero collettivista. Perché qui si parla appunto di diritti e doveri, non di tradizioni e costumi. Che cos’è la genitorialità? È forse un diritto individuale insopprimibile dell’individuo come espressione della sua autodeterminazione, o è anche e soprattutto una grande responsabilità sociale, cioè una funzione civile a cui è connessa l’educazione della prole e lo sviluppo della civiltà? Se conviene che questa seconda prospettiva è più vicina all’idea di uguaglianza che lei pone come obiettivo della ragione e delle sue azioni, converrà anche che la discussione non può esaurirsi in un confronto tra le prerogative delle coppie gay e di quelle etero. Poiché c’è un terzo soggetto che è l’unico titolare di diritti insopprimibili. Questo è il minore per la legge, il bambino per la famiglia e la società. Qualunque decisione va assunta nel suo prioritario interesse. È compreso nell’interesse di un minore, che non nasce per sua volontà, il diritto di pensare e dire «mamma e papà»? Noi crediamo ancora di sì, pur riconoscendo, rispettando e tutelando le libertà sessuali e le scelte di vita di chiunque, al pari delle nostre. Poiché tra i tanti «relativi» con cui di questi tempi costruiamo fragili certezze, è il diritto dei figli all’uguaglianza ciò che ci fa sentire, simbolicamente, umani.

Caro Direttore,
Credo che sia utile a entrambi, ma anche – mi auguro – ai lettori, mettere in evidenza un suo punto che può non solo vederci d’accordo, ma offrire una base di discussione pubblica più ampia. Si tratta di quel principio del «terzo», dinanzi al quale devono essere portati non solo gli argomenti di ciascuno, ma le stesse rivendicazioni di diritti soggettivi. Vale nel caso del minore e vale in generale, per il vivere in società. Su questo non ho dubbi e comprendo quindi la sua preoccupazione: io non credo che il lessico dei diritti individuali sia una base sufficiente per la costruzione della «civitas homini». Non su di esso ho costruito il mio primo intervento. Ma voglio estendere il nostro accordo a un secondo punto: lei ha ragione di prendere le distanze dal «tic culturale per cui è bene tutto ciò che è progresso». Non credo di esserne affetto, ma la sua espressione ha richiamato alla mia memoria la vecchia tirata di un bravo critico letterario, Alfonso Berardinelli, contro il ridicolo «tic progressistico» di un certo ceto emergente formato da intellettuali piccolo-borghesi ossessionati dal timore di non essere al passo coi tempi, di perdere il treno, di cui il critico tracciava un profilo assai pungente. Si era negli anni Ottanta, ma quel tic, forse addirittura una smorfia, c’è ancora. Rimane però, alla fine, la sua domanda più importante: «è compreso nell’interesse di un minore il diritto di pensare e dire “mamma e papà”?». Invece di rispondere, formulo un auspicio: che non si pretenda di dedurre la risposta da alcun sistema di concetti precostituito, ma di lasciarla al più ampio contributo delle scienze umane: della psicologia dell’età evolutiva, della psicanalisi, della sociologia della famiglia. Senza pregiudizi: davvero è compromesso qualcosa, oggi, quando un bambino fosse adottato da una coppia gay? Cosa ne sappiamo? Cosa ne vogliamo veramente sapere? Cosa ci dicono le esperienze già maturate? Possiamo arricchire quel luogo terzo che è lo spazio pubblico, di ragioni, inchieste, testimonianze, e spingere almeno il Paese a una presa di coscienza informata? Me lo auguro, e la ringrazio per lo spazio che ha voluto dedicare alla questione e la discussione che ha voluto stimolare.

(Il Mattino, 30 agosto 2014)

Il PD è le regionali

sol-lewitt-MOStraordinario. È il piano che ci vuole in Campania. Perché mancano le risorse, perché mancano gli asili nido, e soprattutto perché nel lessico del sindaco Vincenzo De Luca la parola «straordinario» proprio non può mancare. Quando tiene discorsi e quando manda lettere ai giornali. Quando declama le proprie (a volte purtroppo incompiute) opere, e quando ne progetta di nuove, ancor più straordinarie. Così, anche quando lascia perdere il monumentale Crescent (il grande complesso edilizio, «di valore mondiale», che deve sorgere sul lungomare salernitano e che per ora è sotto sequestro), non dismette né la logica, né gli argomenti né le parole che usa per descrivere la città sulla quale regna da tempo immemorabile, da prima ancora che Berlusconi scendesse in campo: un’altra era geologica. È tutto così straordinario, che perfino l’impepata di cozze o i toponi del lungomare salernitano sono definiti straordinari: non da De Luca, per la verità, ma dal pupazzo di Casa Vincenzo che imperversa su Youtube. Ma il muppet somiglia così tanto al personaggio che imita, che è difficile trovare la differenza.

De Luca stesso, del resto, non è solito farne: almeno, tra la città e la regione. Anzi, se potesse, farebbe della Campania una grande Salerno. E sarebbe, non c’è dubbio, straordinario. Accingendosi perciò a candidarsi una seconda volta per la guida della regione Campania, conferma di non avere molti altri argomenti. È come se De Luca non vedesse che la Campania non è l’entroterra salernitano. Che non basta contare quanti asili ci sono in città per rovesciare la logica dei costi standard che penalizza il Mezzogiorno. E soprattutto che un progetto politico non è l’incaponimento di un uomo solo.

Quando però De Luca suona le sue trombe, a sinistra risponde sempre uno squillo. Perché il Pd non lo vuole e, «faute de mieux», prova con Pina Picierno. Che ha scelto nel 2013 per rappresentare le ragioni del mezzogiorno nella segreteria nazionale. Che ha scelto di nuovo, nel 2014, come capolista della circoscrizione meridionale alle elezioni europee. E che prova ora a candidare per le elezioni regionali del 2015. Come se insomma non ce ne fosse per nessun altro. Orbene, delle due l’una: o Pina Picierno è un leader carismatico di cui il Pd non può più fare a meno, una specie di Bassolino in gonnella, oppure è il partito democratico che sta facendo a meno dell’unico compito che un partito dovrebbe darsi, fin tanto almeno che è un partito e non un comitato elettorale. E cioè formare e selezionare una classe dirigente vera, ampia, rappresentativa, intorno a un programma e dentro una visione d’insieme della società e del Paese.

Per aiutarci a risolvere il dilemma, anche Pina Picierno prova a dire la sua sui giornali. Il tema prescelto non sono gli asili nido di De Luca, ma i migranti, l’operazione Mare Nostrum e le responsabilità dell’Europa. Tema spinoso, spinosissimo. Non però perché non si sappia quel che se ne deve dire: che non si possono lasciare morire in mare i migranti, che l’accoglienza è un nostro dovere, che l’Italia farà la sua parte ma che l’Europa non può lasciarci soli. Il tema è spinoso perché, una volta che si sarà detto tutto questo, non si sarà detto ancora nulla. E però null’altro dice la Picierno sul tema. Così, a lettura terminata, se ne sa quanto se ne sapeva all’inizio. Sembra di trovarsi nel racconto di Isaac Asimov (o in un corsivo di Fortebraccio): dopo l’incontro con gli emissari di un’altra galassia, i servizi segreti sottopongono a traduzione e analisi febbrile i loro discorsi e scoprono, con grande sorpresa, che non hanno detto assolutamente nulla.

Tirando le somme: non sapendo come cavarsela con l’ingombrante ed erratica presenza di De Luca, con i suoi strappi e le sua voce grossa, ed essendo il partito napoletano decisamente più indietro di dove si trova oggi il Pd nazionale, si pensa, in mancanza di meglio (o semplicemente in mancanza d’altro) a Pina Picierno.

Ma Renzi deve sapere che il deficit di rappresentanza del suo partito nel Mezzogiorno  non potrà valergli come scusante, in caso di risultato negativo, perché il tempo per costruire un progetto politico credibile, che parli a Napoli e alla Regione, e non sia la riproposizione di vecchi cacicchi, o un semplice prodotto di risulta, c’è ancora.

Renzi ha le sue gatte da pelare: come capo del governo, lo attende un anno da vivere pericolosamente, in Italia e non solo. Ma, essendo anche il segretario del Pd, proprio non può evitare di assumersi anche la responsabilità delle scelte che verrà compiendo nella partita a scacchi della elezioni regionali. E non si illuda: al momento, sulla scacchiera campana, non ha un re, nemmeno incanutito, e non ha una regina, per quanto ella sia giovane.

(Il Mattino, 27 agosto 2014)

L’Occidente non fa guerre in nome di Dio

Acquisizione a schermo intero 23082014 110626.bmpLe due domande poste ieri da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere meritano una risposta non evasiva. C’è un conflitto in corso, e anche se il teatro bellico è lontano dai nostri confini (e dalle nostre vacanze), quel conflitto ci riguarda. La barbara uccisione del giornalista americano James Foley da parte dei miliziani dell’Isis parla chiaro: c’è un nemico che ha dichiarato guerra all’Occidente, e non possono bastare le azioni umanitarie, gli appelli alla pace, i ripudi della guerra scritti – ipocritamente o no – in Costituzione. Con le sue due domande, Galli della Loggia chieda che si guardi in faccia la realtà, senza eludere il nodo rappresentato dallo scontro di civiltà attualmente in corso. Che è anche conflitto religioso. Lo si può chiamare in molti modi, ma i fatti non cambiano se solo li si chiama in altro modo.

Le due domande sono dunque le seguenti: la prima, se un aggressore ti muove guerra in nome di Dio, non è forse inevitabile che la tua reazione all’offesa, proporzionata quanto si vuole, assuma comunque anch’essa, se intende davvero essere all’altezza della situazione, un significato religioso? La seconda: se fra coloro che  combattono l’Occidente, la sua civiltà, vi sono (perché vi sono) miliziani nati in Occidente, cresciuti in Occidente, educati in Occidente, ciò non vuol forse dire che è fallito il modello di integrazione proposto dall’Occidente?

Le due domande sono entrambe retoriche. Ad entrambe, Galli della Loggia risponde infatti senza tentennamenti che sì, la guerra non può non prendere una coloritura religiosa; e sì, il modello di integrazione, comunque lo si sia declinato sin qui in questo o quel paese europeo, è fallito. È morto e sepolto.

E invece: senza affatto eludere le questioni poste, senza cambiare i nomi alle cose nascondendo come struzzi la testa sotto la sabbia, e senza neppure sminuire la portata del conflitto in corso, ad entrambe le domande si può – e forse, anzi, si deve – rispondere nettamente di no.

La prima risposta richiama insieme una condizione logica e un dato storico cruciale. La condizione logica: se il nemico ti muove guerra – poniamo – su basi razziali, anche la più risoluta delle reazioni non è richiesto affatto che prenda un significato razziale. Ne abbiamo avuto, peraltro, la dimostrazione storica: nella guerra contro il nazifascismo. Allo stesso modo: se il tuo nemico grida il nome di Dio prima di combattere, non occorre affatto che lo gridi anche tu, e non sarai necessariamente imbelle per il solo fatto che ti rifiuti di declinare in termini bellicistici la tua religione. Quanto al dato storico cruciale: la statualità moderna, cioè l’esperienza politicamente decisiva per l’Europa intera, nasce dalla fine delle guerre di religione. Se c’è una cosa che l’Europa significa, questa cosa è: qui non si combatte più in nome di Dio. Chi come Galli della Loggia difende la civiltà europea (e occidentale), e non si contenta di dire che tutte le culture si equivalgono, non può, non deve rinunciare a questo tratto essenziale della storia europea, tanto più in quanto intende sottolinearne il valore irrinunciabile e non relativizzabile.

La seconda domanda richiede un esame concettuale più attento. Se tra i fanatici dell’Isis vi sono immigrati europei di seconda e terza generazione, questo non può voler dire soltanto che la loro integrazione è fallita (né va peraltro trascurato che non sono pochi – sono anzi la maggioranza – quelli che invece non sono partiti per combattere a Tikrit o a Mosul, ma continuano a vivere in pace nelle nostre città). Certo, qualcosa non ha funzionato. In particolare, non ha funzionato la forbice apertasi fra le aspettative e le mete raggiunte: per chi è arrivato in Occidente convinto di poter immettersi in un corso economico e sociale vincente, dal quale è rimasto invece relegato ai margini, il contraccolpo deve essere stato forte; il risentimento, ancora di più.

Ma se da ciò traiamo solo la conclusione che non basta, per integrarsi in una civiltà, studiare in Occidente, avere amici occidentali, o condividere abitudini e usi dei paesi ospitanti, allora adottiamo di fatto un concetto di civiltà che tiene fuori tutti questi elementi, visto che non sono essi che fanno di un immigrato un occidentale: invece di escludere il fanatismo e l’odio religioso dalla nostra civiltà, rischiamo di escludere dal nostro concetto di civiltà gli studi, le amicizie, i costumi, la lingua. Tutto ciò, insomma, che non è servito a occidentalizzare il combattente dall’accento britannico che ha alzato barbaramente il coltello contro Foley. Che è però anche tutto quello a cui noi – noi: non lui – teniamo, o dovremmo tenere di più (vacanze comprese). Non siamo riusciti a «includere» nel nostro mondo quell’uomo incappucciato: non per questo dobbiamo rinunciare a un concetto inclusivo di civiltà. Soprattutto, non può rinunciarvi chi volesse difendere la superiorità del processo di civilizzazione occidentale. Perché esso in tanto sussiste, in quanto mantiene questo carattere aperto e inclusivo. Altrimenti, non meravigliamoci affatto che Occidente torni a significare per il resto del mondo solo l’imperialismo coloniale e la sopercheria dell’uomo bianco.

 

(Il Mattino, 23 agosto 2014)

La caparra sulla pena che non è giustizia

ingiustizia-290x290Il caso non è chiuso. Ma un altro se ne è aperto. Il caso è quello dell’influente deputato di Forza Italia, Luigi Cesaro. La Procura aveva richiesto per l’ex Presidente della provincia di Napoli la custodia cautelare, e il gip aveva firmato l’ordinanza. Ma, prima che il Parlamento si pronunciasse in merito, è arrivata la decisione del Tribunale del Riesame, che ha giudicato non sussistenti i gravi indizi su cui era fondata la richiesta del provvedimento restrittivo. Il caso non è chiuso perché il processo non è stato ancora fatto, anche se la tendenza a celebrare i processi fuori dai tribunali, e magari a giudicarli anche conclusi, continua imperterrita presso una certa opinione pubblica.

Ma un altro caso si apre, perché non può passare inosservata la vicenda, per cui un parlamentare – cioè un rappresentante del popolo italiano, cioè un componente del più alto consesso politico in un paese democratico – si vede raggiunto da una richiesta di arresto, per fatti risalenti a dieci anni fa, richiesta che arriva (si badi bene) dopo oltre due anni durante i quali le carte erano rimaste ferme presso l’ufficio del gip, e che viene sconfessata clamorosamente solo poche settimane dopo.

Certo, è normale dialettica procedurale: i ricorsi si fanno per quello, e a volte vengono respinti, altre volte vengono accolti. Questa volta hanno vinto gli avvocati di Luigi Cesaro, altre volte avrà vinto la Procura.

Viene da dire: ci mancherebbe pure. Ci mancherebbe che non fosse così; che, al contrario, ogni richiesta della Procura venisse confermata non dopo due anni ma dopo due minuti prima dal gip e poi dal riesame. Ma, al di là dell’ovvia fisiologia del sistema, forse «dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la custodia cautelare serve, nei casi in cui non vi è né pericolo per la collettività, né rischio di inquinamento delle prove, per ‘anticipare’ una pena che si teme non venga poi scontata anche in caso di condanna». Sono parole di Giuliano Pisapia, l’attuale sindaco di Milano, già presidente della commissione giustizia della Camera, nella XIV legislatura. Nel caso di Luigi Cesaro, non so dire se si tema davvero che la condanna, se e quando verrà, sarà del tutto inefficace. Resta però che l’opinione comune, che la magistratura pare tenere in qualche conto, o comunque ne tiene conto il giudizio sopra il suo operato, è che per i potenti è sin troppo facile farla franca: tanto meglio dunque se finiscono in carcere ancor prima che arrivi il verdetto definitivo. Ma questo «non è ammissibile, perché snatura il concetto e il senso stesso di giustizia che non può mai essere né vendetta, né punizione anticipata per una futura eventuale condanna». Pisapia scriveva queste parole nel 2010, riflettendo (con Carlo Nordio) intorno alle storture della carcerazione preventiva e più in generale ai mille problemi della macchina giudiziaria. Ma, da allora ad oggi, è difficile dire che sia mutato qualcosa. Se una riforma della giustizia si deve fare, e il ministro Orlando sembra finalmente intenzionato a farla, deve essere anche, se non soprattutto, per mutare questo stato di cose.

La libertà personale è un diritto fondamentale in ogni e qualsiasi ordinamento liberale. La custodia cautelare, cioè la restrizione di quella libertà prima che sia intervenuta una sentenza di condanna, non può perciò non essere un’eccezione ben circoscritta alla presunzione di innocenza. Non può valere come caparra sulla pena, e nemmeno come mezzo per estorcere confessioni. Il rispetto poi delle prerogative (non dei privilegi) che spettano a un parlamentare per la funzione che svolge dovrebbe, se mai, essere un motivo per rendere ancor più limitato – non meno – il ricorso alla misura cautelare. Ma è di tutta evidenza che non è così. Per molte ragioni, e magari per alcune anche buone: perché rimaniamo un paese con un forte tasso di corruzione della vita pubblica, perché persistono gravissime aree di collusione fra politica, malaffare e criminalità; o anche, semplicemente, perché i cattivi esempi si sprecano. Ma né il senso di giustizia né la tutela della collettività possono consentire deroghe, così ampie e così frequenti, a un principio irrinunciabile di civiltà giuridica: il carcere viene dopo e non prima della condanna.

Quanto alla necessità politica e civile, non giudiziaria, di migliorare la qualità della nostra classe dirigente, non è, neppure questa, cosa trascurabile. Cesaro ha peraltro dichiarato a questo giornale che intende lasciare la vita pubblica: prendiamone atto con rispetto, e insieme rammarichiamoci che ciò avvenga per vie diverse da quelle dell’ordinaria contesa politica. Perché sono altre le strade che deve percorrere il rinnovamento della politica, strade che non possono richiedere in nessun caso il pervertimento dei principi del diritto.

(Il Mattino, 17 agosto 2014)

I vu cumprà, la morale e l’economia

vu-cimpraChi sono i vu cumprà? Nelle parole del ministro Alfano, «persone che insolentiscono gli italiani sulle spiagge». Fosse solo per l’insolenza, si potrebbe osservare che anche per i giovanotti e le signorine che sciamano sulle stesse spiagge diffondendo volantini pubblicitari, depliant, brochure con inviti per una fantastica serata ci vorrebbe un robusto giro di vite. Non sono infatti meno insistenti, meno petulanti. Attaccano bottone anche loro. Mentre però i primi – i vu cumprà – ci campano, i secondi e le seconde ci tirano su la vacanza, e non è chiaro, moralmente parlando, con chi si dovrebbe essere più severi. Già che ci siamo, però, a meritarsi le stretta dovrebbero forse essere pure i camerieri che, dinanzi ai ristoranti delle vie del centro, a Roma, Napoli o Firenze, chiedono con insistenza ai turisti di entrare, sedersi, mangiare: chi non se ne è, almeno una volta, infastidito?

Il fatto è che non c’è solo l’insolenza, l’insistenza, la petulanza. C’è pure l’illegalità. Anzi: soprattutto quella. E allora la faccenda cambia: non è più questione di buone maniere, di invadenza, importunità o maleducazione. Perché le merci che arrivano sui lidi italiani, portate dentro improbabili borsoni, o su sgangherati carrelli, percorrono un circuito che è, nella stragrande maggior parte dei casi, illegale. Tutto: dalla produzione alla distribuzione alla circolazione all’acquisto. Le mercanzie sono contraffatte, mancano le autorizzazioni, mancano le certificazioni, sono assenti le registrazioni. Ma, se è tutto fuori legge, se le merci che per pochi spiccioli sono vendute sulle nostre spiagge allargano il giro dell’economia informale, alimentano una concorrenza sleale, sottraggono risorse allo Stato e infine (e soprattutto) ingrassano la criminalità, la quale assicura l’indispensabile patronage su tutta l’area dell’illegalità, ci si può accontentare di una strigliata a sindaci e prefetti, perché assicurino maggiore vigilanza lungo i litorali? Non sarebbe meglio, molto meglio provare a svuotare i magazzini dove, alle prime luci del giorno, i venditori ambulanti si riforniscono, caricandosi sulle spalle ogni genere di cianfrusaglie, e un bel po’ di merce falsa o difettata? Loro, infatti, sono solo gli ultimi a guadagnarci qualcosa, e quanto ci guadagnano è solo un’infima parte dei profitti illeciti che provengono da un simile mercato adulterato. Però la richiesta di qualche moneta da parte dei vu cumprà infastidisce, mentre quella più grande pecunia non manda, a quanto pare, alcun cattivo odore.

Ecco allora come stanno le cose. Da una parte, il fenomeno dei venditori ambulanti sulle spiagge è così ampio e diffuso, da suscitare addirittura la presa di posizione del ministro dell’interno: è un vero peccato però che nelle parole non sia riuscita in nulla diversa dalla reazione accaldata che sotto l’ombrellone ha chi non riesce a togliersi di torno il venditore di turno. Dall’altra parte, il problema ha radici ben più profonde di quelle che si rendono visibili sotto il solleone, e stringe in un unico nodo illegalità, immigrazione ed economia sommersa: e purtroppo non è un nodo che si sciolga cacciando i vu cumprà lontano dalla vista. È come mettere la polvere – o la sabbia – sotto il tappeto. Forse si potrà continuare a fare il bagno indisturbati, ma ben difficilmente si sarà ridotto il volume delle vendite illegali. Allontanati dalle spiagge, li ritroveremo alle fermate degli autobus, subito fuori dagli stabilimenti balneari, all’ingresso di una pizzeria o di una discoteca.

Non basta però nemmeno armarsi di santa pazienza (che peraltro, col caldo che fa, non è mai troppa). Perché quei poveri cristi che percorrono le nostre spiagge cercando di venderci una collanina o un paio di (falsi) occhiali da sole sono i primi ad essere sfruttati dalle organizzazioni criminali. Non è perciò semplice questione di tolleranza, come non è questione di severità. Non ne va neppure soltanto del decoro delle nostre spiagge, che i vù cumpra rovinano, mentre giovanotti e signorine no. È piuttosto questione di politiche per l’integrazione degli extracomunitari, che rappresentino un’alternativa rispetto ai percorsi dell’economia illegale. Da quando è stata inventata l’economia moderna di mercato, ci si è accorti infatti che vale il principio: se stare entro il perimetro della legge conviene, è più facile rispettarla, al mare come in città. Ma con l’applicazione di questa semplice verità, ammettiamolo: abbiamo qualche cronica difficoltà anche noi italiani, non solo i vu cumprà.

(Il Mattino, 14 agosto 2014)

Perché passa per Ankara l’ultima occasione

Acquisizione a schermo intero 12082014 110735.bmpÈ presto per dire quale strada prenderà la Turchia, dopo il successo di Recep Tayyip Erdogan, confermato alla guida del paese nelle elezioni presidenziali di ieri, dopo più di un decennio di ininterrotta premiership. Manca però davvero poco, se non è già tardi, all’ora in cui l’Europa finirà di esercitare una reale forza di attrazione per la leadership turca e per il paese.

Erdogan vince in mezzo alle critiche, alle denunce dell’opposizione, agli scandali messi, nei mesi scorsi, più o meno a tacere. Ma vince, e ha con sé più della metà del paese. Vince in un contesto che, secondo gli standard occidentali, non è ancora pienamente democratico. Ma vince, e rimane un interlocutore decisivo nell’area. Lascia la poltrona di premier e assume la presidenza del Paese: sul modello, dunque, di Vladimir Putin,  e con uno stile che lascia temere possibile un ulteriore scivolamento autoritario. Però, nella prima dichiarazione rilasciata dopo che il risultato ha preso a delinearsi nelle urne, ha scandito: «Continueremo a servire la nazione per migliorare la democrazia». La domanda è perciò se all’Europa interessa dare rilievo a queste parole, assecondare e favorire un processo del genere, e insomma continuare ad avere sul proprio fianco sud-orientale un partner, un alleato e potenzialmente un nuovo membro dell’Unione, o se invece intende lasciare che si accentui l’indifferenza, quando non l’estraneità del paese della mezzaluna rispetto ai valori che costituiscono il comune denominatore della civiltà europea.

Non è una domanda oziosa. Non lo è mai stata, perché il peso geopolitico della Turchia nello scacchiere europeo e mediorientale, e dentro il quadro dell’Alleanza atlantica, ha sempre messo l’Unione europea dinanzi al dilemma di un allargamento oltre lo stretto del Bosforo. Ma diviene, quella domanda, ancora più pungente oggi: non solo cioè all’indomani di un voto che conferma la presa di Erdogan sul paese, ma dopo la terribile notizia del massacro della comunità yazide nel nord dell’Iraq, dove operano le milizie islamiste dell’Isis, il califfato che si va formando fra Iraq e Turchia, a ridosso della regione curda. Più di cinquecento persone sono state ammazzate, molte sepolte vive in fosse comuni. Come i cristiani, così gli yazidi sono, nei periodi di calma, mal sopportati e oggetto di pesanti discriminazioni da parte della maggioranza musulmana. In quelli in cui invece l’intolleranza religiosa incrudelisce, sono perseguitati fino all’eccidio di massa. È quello che sta accadendo in questi giorni, e che ha spinto l’America ad agire, nel tentativo di evitare lo sterminio di intere popolazioni, consentendolo loro di raggiungere i territori sotto controllo curdo.

Ma l’Europa? In cosa consiste, se consiste, l’azione dell’Unione Europea? Le preoccupazioni umanitarie sono naturalmente comuni a tutti i governi europei, ma non si può dire invece, per l’ennesima volta, che esista anche una politica estera comune dell’Unione. Una politica comune suppone infatti la capacità di definire in comune gli interessi da difendere. Lo steso intervento umanitario può, anzi deve essere sostenuto, o deve sostenere, una politica verso quell’area: diversamente, non serve nemmeno a mettere in pace le nostre coscienze di buoni europei.

Ma, al punto in cui siamo, mentre l’intera regione mediorientale è punteggiata da pericolosi focolai di tensione, già accesi e capaci di espandersi, mentre tutta l’area mediterranea è ben lontana dall’aver raggiunto una condizione di stabilità – dopo essere stata percorsa dai venti delle primavere arabe -, mentre nel mondo islamico si accentuano le spinte ad una radicalizzazione dei conflitti, bisogna davvero che l’Unione europea ci aiuti a capire se questi interessi comuni esistono, e sono sufficienti a disegnare una politica, o se invece si intende continuare «as usual», con una formale rappresentanza dell’Unione che si limita a moltiplicare le dichiarazioni di principio, mentre i singoli paesi continuano a seguire le linee tracciate dagli interessi economici nazionali.

Tra le credenze yazidi, in cui sono confluiti elementi diversi di giudaismo cabalistico, di cristianesimo zoroastriano e di misticismo islamico, vi è quella che se si rimane chiusi dentro un cerchio tracciato sulla sabbia non è possibile liberarsi da soli. Ma non sono solo i yazidi che rischiano di rimanere intrappolati: è la geopolitica contemporanea che rischia sempre più di assomigliare a un confronto fra grandi spazi chiusi entro cerchi sempre meno permeabili. Quando i cerchi si chiudono, sono proprio le aree cerniera, in cui nei millenni civiltà e religioni si sono mescolate, a rischiare di venire stritolate. Aprire invece quei cerchi, tenere aperte le strade di incontro, di confronto e di scambio, contrastare così l’islamizzazione radicale è un compito che l’Europa ha tutto l’interesse ad assegnarsi, a cominciare dal dialogo e dalla cooperazione con la Turchia di Erdogan.

(Il Mattino, 11 agosto 2014)

Non basta la scienza

Acquisizione a schermo intero 09082014 165307.bmpI gemelli contesi sono nati. E sono già stati registrati all’anagrafe. Rimangono però contesi poiché, a causa dello scambio di provette avvenuto in ospedale, nove mesi fa, di coppie che rivendicano la genitorialità su di loro ve ne sono due: i genitori biologici, il cui ricorso contro la registrazione è stato ieri respinto, e i genitori che ne hanno accompagnato la vita prenatale dopo l’impianto degli embrioni fino al parto. La battaglia legale proseguirà e non sarà facile per i giudici che saranno ancora investiti del caso giungere a una decisione. Non lo è neppure, in abstracto, per il giurista, che vede bene come siano in gioco diritti e valori diversi, ma tutti fondamentali. La madre che ha partorito non accetta di essere ridotta a mera incubatrice, mero recipiente dei due bambini appena nati, ma d’altra parte i genitori biologici non rinunciano a considerare «loro» neonati che hanno il loro stesso sangue – come si sarebbe detto una volta. E se poi un domani i gemelli, ormai cresciuti, chiederanno di ricongiungersi ai genitori naturali? Questo non è un caso di adozione, né di donazione di seme. All’origine c’è un errore, di cui nessuna delle coppie coinvolte porta la responsabilità. E nemmeno, è evidente, i gemelli contesi. Chi allora ne dovrà portare le conseguenze?

Sembrano domande genuine, autenticamente problematiche. E tali in effetti sono. Per tutti, salvo per un ristretto tipo di persone: per gli scienziati. Beninteso: lo scienziato che, fuori dal suo laboratorio, mantiene tutti i dubbi che affliggono la restante umanità, non fa eccezione. Ma c’è anche lo scienziato che invece è convinto che un caso come questo si decida in laboratorio – di solito: nel suo –, in base alle ultime acquisizioni della scienza. Che dunque tribunali, pulpiti o cattedre non detengono alcun vero «sapere» in base al quale dirimere la questione. Forse il giudice farebbe meglio a nominare un tecnico e a lasciare che sia quest’ultimo a sbrigarsela con la domanda: di chi sono figli i gemelli contesi? Che cosa, ad esempio, dice la genetica al riguardo?

Mi prendo una pausa. Non intendo mettere in discussione nulla del lavoro dello scienziato.   Sarei sciocco se pretendessi di negare una qualunque delle scoperte o delle tecniche scientifiche che si mettono a punto nei laboratori di tutto il mondo. Né intendo dire che quelli scientifici sono pseudo-concetti (Croce) o che la scienza non pensa (Heidegger). Non intendo neppure rispolverare vecchie polemiche sulle «due culture», e se qualcuno vorrà dire che in Italia abbiamo troppi letterati ed è la cultura scientifica ad essere carente – troppo poco considerata, promossa, sostenuta – nolo contendere: non è questo che voglio contestare.

Intendo piuttosto domandare: «genitore» è un concetto scientifico? Se sì, che ci dica pure lo scienziato tutto quello che ha da dire. Ma temo invece che non lo sia affatto. Perché contiene dimensioni storiche, psicologiche, affettive, culturali, che esorbitano di molto l’uso scientifico della parola, e che nessuna scienza, nessuna tecnica può esigere che siano sacrificate. Nessuno ovviamente impedisce allo scienziato di rigorizzare l’uso della parola: gli viene anzi necessario, proprio per evitare confusioni concettuali. Ma non vi sono, non vi possono essere risultati scientifici assodati in base ai quali decidere che cosa «significa» essere genitori (e cosa figli), e cioè: quale e quanta parte della nostra eredità umana, storica, linguistica vogliamo far transitare nella genitorialità che in maniera inedita si va disegnando oggi, e sempre più in futuro. Questo «significato» non è scritto nei geni, né da nessun’altra parte. Se perciò non saranno le cattedre di filosofia o di teologia, o gli scranni di un tribunale, o i pulpiti delle chiese ad essere meglio posizionati per prendere una decisione al riguardo, non possono esserlo nemmeno i più avanzati laboratori al mondo (ivi compresi quelli finanziati dalle industrie farmaceutiche). Fare dunque che basti ascoltare lo scienziato (il tecnico: il competente, insomma) dettare la percentuale di determinazione genetica del nascituro per decidere la contesa fra le due coppie di genitori non è affatto scientifico: è, anzi, decisamente stupido. Qualunque cosa si legga sui giornali a tal proposito.

Dopodiché non avremo forse dato una mano al giudice, per decidere, ma avremo – per una via forse insolita e purtroppo sempre meno battuta – provato a difendere la dimensione politica e pubblica della parola come spazio del dare e del rendere ragione, che qualunque competenza tecnico-scientifica può arricchire, senza che però nessuna possa comprimere fino a ridurla al silenzio. (E tanti auguri ai nuovi nati!).

 

(Il Mattino, 9 agosto 2014)