Filosofia, un bene comune

Centocinquantamila presenze, migliaia di persone che si sono mosse quest’anno fra Modena, Carpi e Sassuolo per ascoltare le lezioni magistrali che il Festivalfilosofia propone ogni anno, da nove anni, nelle piazze, nelle chiese, nei palazzi delle città ospitanti. Programma ricchissimo, densissimo, affollatissimo. Mentre Cacciari parlava in Piazza Grande, a Modena, sul tema del prossimo come si presenta oggi: con il volto dello straniero, dell’immigrato, dell’extracomunitario, Vincenzo Vitiello, a Sassuolo, mostrava come sia andato in frantumi l’intera tradizione teologico-politica dell’Occidente. Mentre Richard Sennett rifletteva sulle scomparse e forse risorgenti comunità di mestiere, Marc Augé, l’antropologo dei non-luoghi, si esercitava sul tema politicamente assai scottante delle frontiere. E in contemporanea erano in programma anche Esposito e Bianchi, Galimberti e Severino, Vandana Shiva e Ferraris, Natoli e Sini, Curi e Nancy e via via tutti gli altri.
Non basta: per tre giorni, durante il Festival, le gallerie d’arte inaugurano personali e collettive, si tengono mostre e spettacoli e cene filosofiche; dappertutto si vedono i libretti rossi del programma, le maglie gialle degli addetti allo staff, le t-shirt e le borse a tracolla con il logo del festival, e persino i distributori automatici non di sigarette o profilattici, ma delle lezioni delle precedenti edizioni del festival, raccolte in comode ed economiche ‘paginette’ con il volto pensoso del filosofo in copertina.
Si possono scegliere due strade, di fronte a eventi del genere: giudicarli fenomeni imponenti ma superficiali, dettati dalla moda e dal consumo, oppure chiedersi se non sia proprio la comunità – il tema del Festival di quest’anno – la ‘cosa’ che tutti cercano tra un concerto e una lezione, un aperitivo a base di prosecco e una passeggiata in piazza, mentre il filosofo parla e le biciclette si fermano e il brusio della folla si attenua fin quasi a cessare. A ragione il Consorzio che da quest’anno gestisce il Festival ragiona intorno alla possibilità di esportare la manifestazione in altri luoghi d’Italia – per esempio al Sud, dove mancano distretti culturali del genere. E dove c’è da vincere una sfida: intellettuale e civile, prima ancora che organizzativa o economica. “Non si tratta semplicemente di commercializzare un marchio – dice la professoressa Borsari, l’anima del Festival – ma di riflettere sui nuovi modelli di fruizione della cultura, sulla pedagogia delle nuove generazioni, sul tramonto dei vecchi comparti del sapere e sull’effettiva voglia di comunità che sembra prepotentemente venire a galla, in occasioni del genere”.
Non bisogna disperare, dunque. Al filosofo supercilioso non si chiede di abbandonare per sempre le aule e i libri, ma di mettere in circolo il sapere, per le vie per le quali può scorrere oggi; e allo spettatore distratto non si offre solo qualche edulcorata pillola di accattivante saggezza, ma casomai di seguire la lezioni prendendo appunti: e in effetti, è abbastanza impressionante vedere la quantità di quadernetti e bloc-notes e penne impegnate a seguire con attenzione (a volte persino in piedi, a volte per terra addossati gli uni agli altri sotto una calda e umida tensostruttura) le difficile e talvolta aspre parole degli oratori.
Eppure a sentire Carlo Galli la comunità è oggi poco più di un miraggio. Specie per noi italiani. “Ha ragione Della Loggia: un ethos degli italiani non c’è”. Non c’è una comunità per la buona ragione che non c’è più nemmeno un individuo. Di solito i due termini – gli individui da un lato, la comunità dall’altro – sono presentati come opposti. Come incompatibili. Dare agli uni significherebbe togliere all’altra. E invece non è affatto così. Se non c’è comunità, è proprio perché oggi siamo per lo più in presenza non di individui, ma di “soggetti assoggettati” – dice Galli – “a cui vengono perciò fatte consumare in modo meramente sentimentale offerte di comunità fittizie”. Costruire comunità non significa dunque inventarsi spazi chiusi e protetti, in cui difendere gli individui dalle loro più profonde paure, o dalle minacce esterne, ma inventarsi invece luoghi in cui gli individui possano aprirsi gli uni agli altri, ed essere così davvero individui, nella loro irriducibile differenza. Essere, insomma, cittadini, nel senso robustamente civico della parola. E dunque: oltre “la comunità di sperma e sangue” di cui a partire da Vico ha parlato a Modena Roberto Esposito, in direzione di un uso critico della parola e del sapere. I Festival, in fondo, quando riescono davvero, non solo nei numeri ma nella testa dei partecipanti, dovrebbero servire a questo.
E il prossimo anno si ricomincia. Il tema dell’edizione 2010 è stata infatti già annunciato. Sarà la fortuna.
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2 risposte a “Filosofia, un bene comune

  1. e questa volta non mancherò…a costo di partire una settimana prima!

  2. Tutti ossessionati dall’incubo dell’estinzione, paventiamo il cambiamento, lo scambio e la rinuncia, e per questo combattiamo per i muri e la paura, per le barriere e la preconoscenza, insomma per la segregazione delle identità. Dobbiamo rispettare le diversità culturali, le biodiversità, i cibi locali, i dialetti, la differenza femminile, l’identità dello straniero e soprattutto la nostra tradizione (chissà quale). Noi non siamo come loro, noi siamo noi: questo è il grido o il pensiero inconfessato dei più. Noi siamo tutti uomini, questa è la verità dei pochi. Ed anche quando ci si raduna per cercare la via dell’unione, ognuno vuole proporre il proprio itinerario. Il mondo è segnato da molteplici tensioni e fratture (come quelle fra Sud e Nord, nel Sud-Est europeo, quella terribile del Medio Oriente, nel Sud-Est asiatico, nell’America Centrale e altre ancora), tuttavia molti (tra questi per lo più gli uomini di fede) danno per certo che l’umanità tende all’unità. Ma come questa certezza si realizza se non con l’azione tenace che supera tutte le chiusure e le differenze cristallizzate? Esempio: invece di ricorrere al solito binomio noi/voi, Obama dice che l’Islam è parte dell’Occidente. Difficile pensare ad un politico nostrano che osi affermare che «l’Islam è parte dell’Italia»!

    luca

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