«Su 35 città al ballottaggio, 28 sono del Pd», dice Bersani. E gongola. Il partito democratico ha vinto al primo turno a Torino e Bologna. A Milano il centrosinistra è avanti, a un soffio della vittoria, e a chi osservasse che lì, però, il candidato non è del Pd, il segretario può replicare che il Pd è il primo partito, e soprattutto che Pisapia era il candidato non di un partito ma di una coalizione: mantenere come riferimento, dopo le primarie, il partito di provenienza è come dire che le primarie di coalizione non si devono fare. Resta Napoli, dove forse era difficile per il Pd far peggio, ma lì tutta la partita è stata giocata male e la candidatura di Morcone è arrivata fuori tempo massimo (e pure fuori da un bel po' di regole).
Questi i dati. Resta ora da interpretarli: in vista dei ballottaggi, e più in generale in vista della futura competizione per il governo del paese. Ora, tra i dati e la loro possibile interpretazione c'è sempre un certo margine. Non siamo al «paradosso della regola» di Wittgenstein, secondo il quale nessun dato si può imporre da sé solo con la perentorietà obbligatoria dell'evidenza ed è sempre passibile di infinite interpretazioni, ma un paradosso si presenta lo stesso. Lo possiamo chiamare il paradosso della forza, quello per cui la crescita di consensi lungi dal favorire la comprensione dei processi in corso finisce con l'ostacolarla. La si chiama, a volte, anche vertigine da successo: si rischia di perdere l'equilibrio.
Il Pd deve invece dimostrare equilibrio. Attribuire interamente alla propria proposta politica i risultati conseguiti sarebbe parecchio avventato. Il centrodestra ci ha messo molto dl suo: ha fatto non poca confusione nella gestione della crisi libica; ha infiacchito la propria azione in materie assai sensibili per il suo elettorato come l'immigrazione – a causa della confusione sulle stime del fenomeno e all'incomprensione con l'Europa – e l'economia (basti pensare all'emergere di tensioni intorno alla figura di Tremonti); ha combinato non pochi pasticci in Parlamento promuovendo al rango di illustri salvatori della Patria, cioè del governo, un raccogliticcio numero di parlamentari, prospettando loro nuovi posti di sottogoverno (misura assai impopolare) proprio a ridosso delle elezioni; ha avuto non pochi momenti di tensione nei rapporti col Quirinale e ha infine sbagliato vistosamente i toni, e in qualche caso, i temi della campagna elettorale. Che questo cumulo di errori non abbia influito sul voto è assai arduo sostenere.
C'è poi tutto il peso dei fattori locali. Se prendessimo il voto di domenica come andrebbe preso anzitutto, cioè come un giudizio sulla buona o cattiva amministrazione delle città, nessuno dei responsi delle urne ci apparirebbe sorprendente: non a Milano né a Napoli, e neppure a Torino, Bologna o Cagliari. Ma allora l'indubbio significato politico della tornata elettorale non avrebbe più il valore di un via libera al centrosinistra, ma quello più contenuto di un invito a privilegiare la costruzione di buone proposte di governo: riconoscibili, credibili, autorevoli.
Certo, un Pd che cresce elettoralmente spera di trovarsi nella piacevole condizione di quell'allenatore che può scegliere tra un'abbondante rosa di giocatori da mandare in campo. Ma è veramente abbondante il raccolto del Pd? In numeri assoluti (non in percentuali) nemmeno il voto di Milano consente una simile valutazione. Né sembra che si sia ampliato il ventaglio delle possibili alleanze: a meno che Bersani non pensi di poter davvero mollare il centro e metter su una sinistra-sinistra (posto che tale sia tutto ciò che si muove tra Vendola, Grillo e De Magistris). Sarebbe forse un caso esemplare di paradosso della forza e vertigine di successo: consentire al centro-destra di cucire di nuovo su di sé la rappresentazione dell'Italia moderata, e procurare per sé l'impressione arrischiata di puntare soltanto all'arcobaleno variopinto di sinistra e movimenti.
(Il Mattino)
E il paradosso della regola? Come lo risolveva Wittgenstein? Come restringeva il campo delle possibili interpretazioni? Appellandosi, così diceva, a una forma di vita. A decidere quale interpretazione adottare sono, infine, le buone o le cattive compagnie che ti scegli: con chi stai, chi mostri di seguire, a chi dai ascolto e in quale linguaggio ti riconosci. Più o meno, sono queste le cose che deve decidere Bersani.
Memorandum
Ermeneutica della comunicazione

Twitter
- Photo: tmblr.co/Z67IaylBtXfM 1 day ago
- Ho appena pubblicato una foto instagram.com/p/ZbDbYbASVF/ 1 day ago
- Collezione Peggy Guggenheim maps.google.it/?q=Collezione+… 1 day ago
- Malefici e maledizioni intercontinentali: la peruviana ha fatto cadere l'iphone5 nel lavabo, in treno, e le è partito l'audio! (Mal comune) 2 days ago
- In treno con peruviano e brasiliana venuti in Europa per turismo e soprattutto per la finale di Champions. Sigh! Europa luna park del mondo. 2 days ago
Post più letti
Archivi
Tag
adinolfi antropologia arte berlusconi bersani chiesa cristianesimo democrazia elezioni Enrico etica europa fede filosofia - articoli grillo hegel Heidegger Italia italianieuropei Kant laicità left wing letteratura - articoli mancuso marx metafisica monti morale obama occidente papa partiti politici partito democratico Pd politica populismo red tv renata seconda repubblica severino sini sinistra testamento biologico veltroni verità
E invece è veramente cosa saggia per il Pd andare avanti con quel moderatismo che, evidentemente, alla base non piace? Contenti voi…