Il Pd non deve illudersi

SBERLA numero uno: le elezioni amministrative. Sberla numero due: i referendum. Chi prende due ceffoni così, di solito rimane un po' rintronato, e impiega qualche tempo prima di capire da che parte venga la gragnola di colpi. Vedremo dopo la verifica parlamentare della prossima settimana se il pugile è suonato o sta ancora in piedi.

Ma non è detto che abbia le idee chiare nemmeno chi ha messo a segno il terribile uno-due. Proviamo infatti a guardare come stanno le cose: spira un forte vento di cambiamento; si manifesta nelle urne una maggioranza referendaria come non se ne vedevano da più di quindici anni; questa maggioranza si pronuncia in maniera quasi plebiscitaria su temi trasversali, che investono indubbiamente politiche poste in essere da questo governo ma che sono altrettanto certamente in grado di muovere sensibilità più ampie di quelle composte negli schieramenti politici esistenti. E per esempio indiscutibile, se si guarda al dibattito che c'è stato nel Paese, che acqua e nucleare hanno mosso la partecipazione molto più del legittimo impedimento. Molto più, cioè, del referendum dichiaratamente antiberlusconiano. Non c'è motivo, allora, di inclinare tutto il valore del voto in un'unica direzione. Ciò non toglie che il voto di domenica abbia un chiaro significato politico: indica con evidenza che è diffusa nel Paese la delusione verso l'attuale governo, e forte l'esigenza di voltare pagina. Ma questo non vuol dire affatto che i cittadini abbiano risposto a una domanda del tipo: «Chi vuoi che governi? . Una domanda così nelle schede non si leggeva nemmeno in controluce. E questo anche nell'ipotesi (tutta da dimostrare) che il voto indichi almeno chi la maggioranza degli elettori non vuole più che governi.

Sbaglierebbe perciò il Pd a ritenere che il più è fatto. In logica, d'altra parte, un argomento che prova troppo non è mai un buon argomento, ed è anzi indice di debolezza, non di forza. Pretendere perciò che i referendum abbiano mandato a quel paese Berlusconi, sfiduciato un'intera classe dirigente, messo in crisi l'alleanza Pdl-Lega ma anche precostituito nuove maggioranze, dettato un nuovo programma di governo rosso-verde, selezionato i leader politici del domani, individuati inediti canali di partecipazione, favorito il ricambio generazionale e resi tutti gli uomini più liberi e felici è, francamente, un po' troppo.

E ha pure il torto di svuotare di senso la naturale dialettica sempre necessaria fra le forze politiche, il confronto parlamentare e le consultazioni popolari. Né abbiamo bisogno di investire i comitati referendari di compiti spettanti piuttosto a comitati di salute pubblica. Non giova a nessuno, insomma — in particolare non al centrosinistra – immaginare che grazie ai referendum stia per accadere qualcosa di paragonabile al sommovimento tellurico che ci fu negli anni Novanta: se non altro perché, disarticolato il sistema politico della prima Repubblica, a prevalere quella volta non fu il centrosinistra, ma proprio Berlusconi. Ma anche se non fosse così, c'è una questione di forma e di metodo che va comunque sollevata. Illudersi che i partiti debbano solo accompagnare una riscossa civile in atto, solo soffiare su un fuoco che già divampa, solo contribuire a ingrossare un'onda che si è già sollevata, significa né più né meno che rinunciare a essere classe dirigente. D'altronde, chi cavalca l'onda prima o poi finisce disarcionato. E se è vero quanto ha sempre detto Bersani, che cioè c'è un intero tessuto sociale, politico ed economico, da ricostruire, come si può pensare che a farlo siano le abrogazioni referendarie e i loro paladini?

Ma si sa, quando il discorso prende questa piega, si trova sempre il patito dei referendum che manda alti lai: teme che l'elettorato venga scippato, grida all'inciucio, paventa che stiano per cominciare le solite alchimie di Palazzo, e non si accorge che in questo modo manifesta solo tutto il suo pregiudiziale disprezzo per il significato stesso della mediazione politica, della composizione degli interessi, della costruzione faticosa e paziente di un senso condiviso, e non solo di una pur sacrosanta rivendicazione.

Si vedrà. Un insolitamente pacato Di Pietro, che in quanto promotore dei referendum è tra i leader politici il primo vincitore, lascia per una volta ben sperare. Ma tenere sempre fermo che una maggioranza referendaria non è affatto una maggioranza politica non è facile. Bisogna che Bersani faccia come Ulisse: si tappi le orecchie e non ascolti le Sirene ingannevoli che lo invitano a mollare ogni ormeggio. Tra la variegata Scilli movimentista e la Cariddi delle vecchie, gioiose macchine da guerra si può tenere la barra dritta ed evitare di mandare un progetto politico in frantumi per troppa precipitazione.
(Il
Mattino e il Messaggero di ieri)

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2 risposte a “Il Pd non deve illudersi

  1. utente anonimo

    Quindi deve fare l’opposto di quello che ha fatto Ulisse, che non si è tappato le orecchie ma si è fatto legare all’albero maestro. Giuseppe P.

  2. Ops!, e grazie: nel taglia e incolla finale per farci star dentro il pezzo è saltato un "non".

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