Intercettare, ma capire anche

Le intercettazioni sono un bel problema. Oggi Michela Murgia, scrittrice, vincitore del Premio Campiello, scrive l’editoriale di apertura su Il Fatto quotidiano, e prende in prestito l’esordio da una frase (intercettata) di Luigi Bisignani che – dice la scrittrice – “ha in sé una sua perfezione senza tempo”. Ecco la frase perfetta: “Fai l’accordo mangiando tutto quello che devi mangiare“. Si tratta del consiglio che Scaroni, l’amministratore delegato dell’ENI, dovrebbe dare a Silvio Berlusconi.  Orbene, Michela Murgia intende la frase come se dicesse: arraffa tutto quello che puoi arraffare, divora tutto quello che puoi divorare, prendi, sfrutta, saccheggia, rapina. Il titolo del fondo è d’altra parte “Italia divorata”: più chiaro di così. E naturalmente una frase del genere si presta bene, per l’orecchio letterariamente allenato dell’autrice, a trasformarsi in una “didascalia permanente di quel che sta succedendo in Italia da anni”.
Come no. Non discuto il giudizio sull’Italia berlusconiana, e non mi interessa difendere le politiche o i maneggi del centrodestra. Figuriamoci.  Ma io, che avevo già letto qualche giorno fa la frase senza tempo, l’avevo intesa in tutt’altra maniera. Avevo inteso cioè che non si parlasse di locuste fameliche o di topi nel formaggio, ma di condizioni per un accordo politico con Fini. Mi pareva cioè che Bisignani dicesse a Scaroni (siamo prima della definitiva rottura col Presidente della Camera): suggerisci al Cavaliere di “mandar giù tutto quello che c’è da mandar giù”, di mangiare pure la merda (mi si perdoni il francesismo) pur di fare l’accordo. E cioè: digli di sopportare, di portare pazienza, di fare buon viso a cattivo gioco, perché è più importante rimettere in carreggiata governo e maggioranza, che non liquidare l’alleato. O altrimenti – suggerisce in subordine Bisignani –  rompa pure tutti i ponti, ma usciamo dalla paralisi.
Naturalmente, può ben darsi che io mi sbagli, sebbene il contesto in cui cade la frase immortale pare proprio che suggerisca questa mia  lettura – senza dire che è decisamente poco plausibile, pur in un clima da basso impero, immaginare che il faccendiere esorti l’amministratore a spronare il presidente del consiglio perché prenda tutto quello che può, finché è in tempo. Ci vuole un bel po’ di immaginazione letteraria per figurarsi una conversazione del genere. Ma – ripeto – può darsi che mi sbagli.
Il solo fatto, però, che la frase perfetta si presti a interpretazioni così diverse, e come minimo parimenti fondate, qualche riflessione dovrebbe pur suggerirla: e siccome – ci scommetto – quelli de il Fatto giudicherebbero pretestuosa qualunque considerazione che, a partire da questo piccolo incidente, cominciasse a mettere in dubbio opportunità, utilità e sacertà della pubblicazione delle intercettazioni sui giornali, chiedo piuttosto a Michela Murgia, confidando nel suo amore per la lingua, se non le andrebbe di scrivere un altro editoriale sul senso delle parole, sul loro buon uso, e soprattutto sulla precipitazione a causa della quale, per amore di tesi, si finisce col non ascoltare quanto le parole stesse dicono, preferendo piuttosto piegarle a quello che gli si vuole far dire.
P.S. Visto che siamo in ambito letterario, la morta cora di cui si parla nella trascrizione è la morta gora di dantesca memoria (Inferno, canto VIII).
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