Il tunnel della seconda repubblica

Nell’opinione comune, è ormai radicata l’idea che le culture politiche della prima repubblica rappresentassero un’anomalia: solo l’Italia ha avuto per cinquant’anni una sinistra a dominanza comunista; solo l’Italia ha avuto, a destra, per tutto il cinquantennio repubblicano, un partito di ispirazione fascista. Anche la qualità del liberalismo nostrano è alquanto spuria, si dice, a confronto con la tradizione maggiore, quella anglosassone. E anche la Democrazia Cristiana, costituitasi in funzione anticomunista, non ha affatto ricalcato i tradizionali confini dei partiti di centro, moderati o conservatori, ma ha trattenuto nel proprio spazio politico un po’ di tutto, dalla sinistra sociale al clericalismo di destra. Per questo motivo, la seconda Repubblica avrebbe dovuto essere il luogo in cui l’anomalia sarebbe stata infine curata. Il Paese avrebbe dovuto trovare finalmente, anche sotto il profilo dell’assetto politico-istituzionale, il posto che gli spetta nel concerto delle nazioni europee.

Dopo quasi vent’anni , il risultato non è quello atteso. Il sistema politico italiano continua a produrre anomalie: il grillismo, il dipietrismo e soprattutto, enorme e ormai ingombrante, il berlusconismo. Lo stesso Pd – l’unica compagine che mantiene una forma-partito più o meno europea – non è nato con l’intento di avvicinarsi ad esperienze continentali analoghe, ma casomai con l’obiettivo (decisamente ambizioso) di portare gli altri partiti del campo socialista ad accodarsi alla nuova, originalissima sintesi inventata in Italia.

Tutto questo non sarebbe troppo grave, se di anomalia in anomalia fossero stati portati a soluzione i problemi del Paese. Dopo quasi cinque legislature, ci troviamo però ancora alla casella di partenza: con un sistema politico privo di solidità e ai minimi di credibilità, e un debito pubblico enorme, eredità indesiderata della prima Repubblica che sta ancora lì, tale e quale, e allunga la sua ombra su tutti noi.

Gli inviti al Presidente del Consiglio perché favorisca il cambiamento necessario non sono perciò affatto insensati. Ad essi, il centrodestra oppone con caparbietà la rivendicazione della centralità del Parlamento e del primato della politica. Anche se non si tratta più di intercettazioni della magistratura o di giudici comunisti, ma di giudizi dei mercati, pressioni dell’opinione pubblica, apprensioni che si manifestano in sedi internazionali, e infine di segnali di insofferenza della propria stessa base sociale, la replica della maggioranza è sempre la medesima: nessuna  supplenza, nessuna nuova anomalia.

Ora, l’argomento che così viene addotto sarebbe un ottimo argomento,  se però fosse minimamente coerente con la traiettoria storica del berlusconismo. La quale si è invece nutrita, come tutta la seconda Repubblica, di robuste dosi di antipolitica: di polemiche contro il teatrino della politica, discredito verso i professionisti della politica, insofferenza verso riti e formule della politica, e anche di qualche strattone alla vita delle istituzioni. Lo stesso dicasi per il Parlamento: Berlusconi non ha mai perso occasione di manifestare tutto il suo fastidio per i lavori delle Camere, sventolando la bibbia dei sondaggi  (quando potevano essere sventolati) pur di mostrare il difetto di una legittimazione meramente parlamentare.

L’Italia è perciò a un bivio: o assisteremo a un nuovo rilancio della retorica antipolitica e antiparlamentare sulla cui onda è nato il berlusconismo, ma questa volta ritorta proprio contro il suo governo, e le caste e le cricche che vi si anniderebbero. Oppure si prende per buono l’argomento dell’autonomia della politica, ma allora si apre davvero un tempo nuovo, con protagonisti necessariamente diversi, e in cui la competizione andrebbe finalmente condotta non azzerando ma costruendo le nuove culture politiche da piantare nella storia del paese. Ed è qui che Berlusconi dovrebbe mostrare infine un po’ di lungimiranza: non potendo essere lui il protagonista di una simile stagione, dovrebbe separare il suo destino politico da quello del centrodestra, e compiere il gesto più responsabile che si può compiere nei confronti di una propria creatura: concedere la possibilità di vivere oltre la parabola ormai conclusa del suo fondatore. Sarebbe, forse, la prima cosa normale fatta da quell’uomo straordinario che è stato Berlusconi.

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3 risposte a “Il tunnel della seconda repubblica

  1. Se finisse così, noi saremmo spacciati: l’Udc si alleerebbe o si fonderebbe con il Pdl e noi finiremmo nuovamente all’opposizione. Ma sono sicuro che questo sia un articolo apotropaico.

  2. insomma, o ci teniamo quelli che abbiamo, alimentando da una parte l’accesso a nani e ballerine e dall’altra a profeti e capipopolo oppure, come dice Renzi, procediamo con la rottamazione. Che poi, tutti si sono inalberati contro il sindaco di Firenze dicendo che la politica è anche eredità, identità, ma tante volte per ritornare alle origini è necessario fare piazza pulita.

  3. Berlusconi dovrebbe mostrare un po’ di lungimiranza? Sì, certo, come se potesse. Mostrare un po’ di lungimiranza vuol dire rinunciare a farsi scudo, attraverso il Parlamento, di inchieste giudiziarie che potrebbero condannarlo, mettendo la parola fine alla sua attività politica (non sarebbe più eleggibile nemmeno come Presidente della Repubblica) e facendo crollare le azioni di tutte le sue società. Fine dell’imperium e dell’impero economico-finanziario. Che, per un uomo che ha vissuto di questo (politica e affari imprenditoriali), vuol dire distruggersi. Non tener conto di ciò significa vivere tra le nuvole.

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