La fine della seconda Repubblica

Mettiamoci pure noi nei panni di Socrate. Dopo tutto, non dobbiamo fare una cosa molto diversa da lui. Lui doveva fondare la città ideale, nella parole di Platone; noi dobbiamo, si parva licet, ricostruire l’Italia. Il passaggio che viviamo non è infatti solo uno scorcio di legislatura, l’eclisse di un uomo politico, il crollo di un’esperienza di governo o il tramonto di una formula politica, ma, più probabilmente (e più auspicabilmente), la fine della sgangherata seconda Repubblica.

E come Socrate dovette far fronte a tre successive ondate per delineare i contorni della sua città ideale, anche noi abbiamo da sostenere l’urto di tre grosse e lunghe onde che non hanno fatto che ingrossarsi negli ultimi due decenni.

La prima ondata si è abbattuta sulle fragili strutture delle repubblica italiana con la caduta del Muro, il crollo dell’ordine internazionale bipolare, il prepotente balzo in avanti della globalizzazione. All’improvviso, le vecchie architetture giuridico-statuali sono apparse inadeguate. Lo Stato è parso incapace di sostenere le sfide di una società complessa e le dinamiche dell’economia globale, ma insufficiente anche rispetto alla fioritura di una nuova età cosmopolitica dei diritti, a cui va sempre più stretta la sola dimensione statuale-nazionale.

La seconda ondata ha investito le culture politiche sulle quali si era costruita l’Italia del secondo dopoguerra. Non si tratta solo della consunzione delle ideologie novecentesche, ma dell’impasto politico-istituzionale che è alla base della Costituzione repubblicana. D’improvviso, essa è apparsa superata. Fino agli anni Settanta, il discorso pubblico era dominato dall’esigenza del completamento del disegno costituzionale; a partire dagli anni Ottanta si è imposto, nella retorica pubblica, il disegno di una grande riforma, che in verità non ha mai veduto la luce, ma che ha contributo in profondità alla delegittimazione degli attori politici legati alla prima Repubblica. E l’emergere di una questione settentrionale è stata la spia più vistosa del prevalere di forze centrifughe, invece che di spinte verso l’unità.

La terza ondata ha investito i piani alti del pensiero. Non si è mai scritta tante volte la parola fine come negli ultimi venti, trent’anni. Fine del cinema, della filosofia o della scrittura, fine del libro o dell’automobile, ma anche fine della politica o della storia. Tutta questa fretta nel dichiarare finite strutture portanti dell’esperienza umana del mondo (e anzi l’uomo stesso), di scambiare cambiamenti per decessi – e di prendere anche grandi cantonate perché, con buona pace di Fukuyama, la storia, ben lungi dal finire, dopo l’89 si è rimessa decisamente in moto – nasce da una brusca contrazione della prospettiva temporale che si misura ormai sul piede delle stagioni televisive o dell’ultima generazione di telefonini

Se dunque bisogna ricostruire, bisogna trovare il modo di fronteggiare queste tre ondate. Affrontare l’emergenza, certo, restituire credibilità al paese, ma anche lavorare di più lunga lena per inventare una modernità diversa dal credo neoliberista, un sistema di partiti diverso da quello regalatoci dal berlusconismo, un tessuto di relazioni sociali e istituzionali più robusto del ciclo di vita di un prodotto.

Far fronte alla prima ondata significa ricostruire lo Stato: certo nella nuova, ineludibile cornice europea, senza consolazioni autarchiche, ma senza neppure l’illusione che i problemi di governance possano essere demandati ad altre agenzie, più o meno tecniche, più o meno irresponsabili. Che poi è un altro modo di dire che si possono celebrare le virtù della ‘mano invisibile’ quanto si vuole, ma resta che l’alleanza fra capitalismo e democrazia non è affatto un automatismo di mercato. La dimensione globale dei problemi esige dunque che si rendano pienamente democratiche le istituzioni europee: per rafforzarle, non indebolirle a cospetto della dirompente forza dei mercati.

Far fronte alla seconda ondata significa ripensare la sfera della partecipazione politica. Qualcosa di meglio per garantire inclusione sociale e rappresentanza degli interessi rispetto ai partiti, d’altra parte, non è stato ancora inventato. Anche i partiti si muovono oggi in un ambiente profondamente mutato, ma l’idea che il confronto politico debba risolversi nel rapporto esclusivo e diretto fra massa di individui e leader si è rivelata un’idea perniciosa.

Far fronte alla terza ondata è, infine, la sfida più difficile. Perché significa ripensare il futuro, senza rimanere schiacciati nel’orbita del presente, e lasciarsi ogni volta sorprendere dagli eventi: si tratti dell’11 settembre o della crisi finanziaria, della primavera araba o della rivoluzione tecnologica in atto, l’impressione è che la politica insegua, piuttosto che precedere. Bisogna dunque che, lungi dal fare un passo indietro, faccia un deciso passo avanti.

Confidando magari nel fatto che con Berlusconi si è concluso solo un primo decennio: ce ne restano ancora novantanove, di decenni, per dare un senso nuovo e migliore al terzo millennio.

(L’Unità, 13 novembre 2011)

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Una risposta a “La fine della seconda Repubblica

  1. mi sono permesso di inserire il link sulla mia pagina di facebook. Se è un problema la tolgo all’istante.
    Un caro saluto

    luca guerneri

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