L’antica polemica crociana sul governo di onesti e competenti

A cosa sono serviti questi vent’anni? Quando la prima Repubblica cominciò a venir giù, tornò agli onori della cronaca una pagina di Benedetto Croce, dei primi del ‘900. La citò in un’intervista anche Cossiga, ridendo della grossa. Era un piacere, infatti, poter ricorrere all’autorevolezza del filosofo per dare dell’imbecille a chi si illudeva che le cose della politica potessero essere rette da “una sorta di areopago, composto da onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese”. Al cronista che gli faceva da spalla, Cossiga leggeva le parole di don Benedetto: “Senta qua: un’altra manifestazione della volgare intelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa dell’onestà nella vita politica”.  Ci voleva un bel coraggio a sventolare la frase di Croce come una bandiera, o forse un vero amore per le provocazioni: dall’arresto di Mario Chiesa in poi, con le televisioni in diretta dal tribunale di Milano, petulante o no che fosse non c’era altra richiesta che si levasse dall’opinione pubblica. Ma Cossiga si era chiamato fuori: un paio d’anni di picconate per tirar giù, dopo quello di Berlino, i muri della politica italiana, e poi le dimissioni. Alla Presidenza della Repubblica c’era ormai Scalfaro, e al governo Amato: l’uno e l’altro chiamati a fronteggiare una devastante crisi di legittimazione dei partiti, e un’altrettanto devastante crisi finanziaria.

Cossiga, però, leggeva Croce. Il quale, dopo aver spiegato che quando uno sta male l’ultima cosa che fa è chiedere un medico onesto: quel che cerca anzitutto è uno bravo, invitava a giudicare l’onestà politica esclusivamente in termini di capacità politica. Non era una patente di assoluzione per ogni genere di malefatta, come a volte si intende con disinvoltura, ma un invito alla distinzione, e insieme un esercizio di diffidenza verso le varie forme di supplenza della politica esercitate da poteri di altra natura. La vorrei proprio vedere all’opera, continuava Croce, questa accolita di onesti uomini tecnici, animata da personale disinteresse e competente nei vari rami dell’attività umana, ma politicamente inetta: come potrebbe mai reggere le sorti di uno Stato?

Fosse vissuto ai nostri tempi, l’avrebbe vista. In realtà, la nostra storia nazionale è stata sempre percorsa, nei passaggi più difficili, da tentazioni tecnocratiche e istanze moralizzatrici. Così è stato con Tangentopoli, e così, dopo vent’anni, sta capitando di nuovo. E, in verità, come nessuno darebbe oggi un giudizio liquidatorio sul primo governo ‘tecnico’ della repubblica, quello di Ciampi, così oggi gli italiani guardano con fiducia a Monti.

Però la pagina di Croce è ricomparsa, nel mese di novembre, con l’insediamento del nuovo governo. L’hanno rispolverata, citandola a piene mani, Il Foglio, Il Giornale, Il Corriere. Di nuovo torna infatti l’illusione di un governo degli onesti e dei competenti, che avrebbe la sua principale virtù nella distanza dai partiti e dalla politica politicienne. A farne le spese, per ora, è stato il vincitore di vent’anni fa, cioè Berlusconi, ma è ancora da vedere come finirà: non è mica escluso che la vittoria sfugga al centrosinistra un’altra volta. In ogni caso, come allora così anche oggi la politica si trova sul banco degli imputati.

Torna così il saggetto crociano. Che però almeno questa volta andrebbe letto tutto. Perché a un certo punto il filosofo si faceva da solo l’obiezione: ma cosa accade – chiedeva – quando la disonestà fuoriesce dalla sfera privata, e tracima fino a corrompere l’opera dell’uomo politico? Bella domanda. Meno bella ed efficace la risposta. Croce si limitava infatti a dire che no, non può essere: «un uomo dotato di genio o capacità politica si lascia corrompere in ogni altra cosa, ma non in quella, perché in quella è la sua passione, il suo amore, la sua gloria». Più prosaicamente, Croce stava dicendo: non può accadere che un politico, se davvero è tale, si lascia distogliere dai suoi interessi privati in conflitto.

Non può accadere, però accade: è accaduto, eccome se è accaduto. Fosse vissuto ai nostri tempi, Croce avrebbe visto anche questo, e non ne sarebbe rimasto entusiasta. Forse non avrebbe riscritto il suo saggio, ma avrebbe esercitato anche in altre direzioni distinzioni e diffidenze.

Facciamo allora così. Non nascondiamoci dietro le parole del filosofo. Promettiamo di lasciare nel cassetto la pagina di Croce e i suoi usi interessati, però chiediamo in cambio che si chiuda presto questa fase di transizione e che una nuova Repubblica raggiunga il suo stabile assetto politico senza scorciatoie moralistiche e supponenze tecnocratiche. Se così fosse, vent’anni non sarebbero passati invano, nessuno accamperebbe filosofiche scuse dietro cui lasciar penetrare interessi privati nella cosa pubblica e la politica potrebbe forse tornare a dimostrare tutta la sua capacità. E onestà.

(L’Unità, 12 febbraio 2012. In rete si può scaricare l’intero inserto, qui

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