Perec trent’anni dopo e la metafora del ragazzo che dorme

Nel calendario accademico, tra fine maggio e inizio giugno – in questi giorni, dunque – finiscono i corsi e inizia la sessione estiva di esami. Ma può accadere che uno studente universitario di venticinque anni e ventinove denti, invece di recarsi in facoltà il giorno della prima prova scritta dell’esame di sociologia generale, rimanga a letto: la testa pesante, le gambe intorpidite.  Che senta suonare la sveglia, ma non si alzi. Che, senza alcuna premeditazione, lasci il proprio posto deserto in aula, e rinunci alla laurea, e alla specializzazione, e a proseguire gli studi. Può accadere che quel bravo ragazzo solitamente diligente, di norma coscienzioso, scopra però quella mattina, e sempre più nelle mattine seguenti tutte uguali, tutte sfocate e sudaticce, che qualcosa s’è ormai rotto, e l’impressione di aderire al mondo che lo aveva sorretto fin lì sia venuta, d’improvviso, meno.

Quello studente è esistito davvero, nella fantasia di un grande romanziere, Georges Perec, morto di tumore ai polmoni giusto trent’anni fa, dopo avere scritto capolavori come La vita. Istruzioni per l’uso e, per l’appunto, Un uomo che dorme, minima storia di una vita scivolata senza motivo apparente in folle, “sacco di gesso in mezzo a sacchi di gesso”, mucchio di ingranaggi disapplicato, corpo in sosta, privato della quotidiana marcia in avanti che a tutti insegna di volere un futuro. Un’esistenza che, senza clamore né gesti eclatanti, taglia i ponti tra sé e il mondo, e lascia che si sfilaccino uno ad uno, senza volerlo né non volerlo, tutti i fili che legano la propria vicenda a quella di tutti gli altri e dell’umanità intera.

Una storia esemplare, una parabola dei nostri tempi? Chissà. Certo è singolare il fatto che fu scritta non in un momento qualunque, ma proprio un attimo prima che un’intera generazione, invece di ritirarsi nel privato di qualche disadorna camera in affitto, ai margini della vita universitaria, si mettesse fragorosamente in moto: scendesse in strada, e cercasse di impadronirsi della Storia. Fu pubblicata infatti da Perec nel maggio del ’67, sicché viene fatto di pensare che la bonaccia calata improvvisamente sul giovane studente parigino  profetizzasse proprio, per antifrasi, un impetuoso soffiare di venti: come l’aria bassa, dolciastra e pesante che sembra a volte precedere i più intimi scotimenti della terra, così l’afa che opprime lo studente parigino e lo consegna a giornate e settimane e mesi di totale inerzia, di pigra indifferenza, doveva forse essere considerata, in quell’estate del ’67, l’avvisaglia della tempesta sociale e politica che si sarebbe abbattuta sul Paese.

Se è così, cosa dobbiamo fiutare oggi nell’aria? Ci sono forse segnali di qualche tipo? Detto fuor di metafora: si può confidare nella pazienza e nella rassegnazione? Può un’intera generazione essere tagliata via dal mondo del lavoro senza che nulla veramente accada? Può la disoccupazione giovanile, quella meridionale in particolare e quella femminile ancor di più, crescere fino a livelli allarmanti senza che nulla veramente accada? Si può accettare di rimanere ai margini del mondo, disertare i luoghi della politica, evitare le strettoie della storia, lasciare che tutto scivoli sulle proprie teste senza venir fuori dalle aule, senza prendere la parola per le strade, nelle piazze? Si può vivere da parte? Forse no. Forse la bonaccia è solo apparente. Forse oggi si potrebbe tessere la stessa trama narrata da Perec: uno studente potrebbe anche oggi, come nel ’67, perdere d’improvviso l’aderenza alle cose, sentire d’un colpo tutta l’inutilità del proprio impegno, dei propri studi, della propria inutile ma affannosa ricerca di lavoro e rimanere per giorni nella propria stanzetta senza rispondere alla porta, con lo sguardo vuoto, dinanzi a una bacinella di plastica rosa in cui ha lasciato tre paia di calzini in ammollo. Potrebbe. Ma potrebbe anche trovare un varco, aprirsi una strada, afferrare da un’altra parte il bandolo della propria vita e prendere una decisione.

C’è molto poco, infatti, da imparare dall’improvviso precipitare dell’esistenza in acque morte e ristagnanti.  La vita, quanto a lei, si continua, “il tempo, che conosce la risposta, ha continuato a scorrere”, scrive Perec, senza che niente, nel frattempo, sia accaduto. “Nessun miracolo, nessuna esplosione”, niente che valga come la rivelazione del segreto di tutta la realtà, del cuore intimo di tutte le cose. La vita sospesa non ha cambiato nulla. Ma è così che, per contraccolpo, forse si prepara a qualche cambiamento:. Ed è bene saperlo, è saggio aspettarselo.

L’Unità, 3 giugno 2012

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