Perdinci e perbacco

Se uno si costruisce da solo il bersaglio, poi è piuttosto facile che lo centra. Se uno pensa come pensa Boffa (su Il Foglio di ieri, linkato da Wrh) che nel referendum si tratti della possibilità (enormemente ampliata dalla tecnica) di fare quel che si vuole quando è in gioco la propria felicità, beh: voti pure no, si astenga, faccia come crede. Poiché perà il "fare quel che si vuole" è in conflitto con molte cose (per esempio: con il diritto privato tutto intero, con il diritto pubblico tutto intero, con il diritto costituzionale tutto intero, con la letteratura, i giochi di società, le relazioni interpersonali, la vita condominiale, e persino i club privé), mi chiedo se Boffa considero che tutto questo sia in pericolo, se prevarranno i sì al referendum, e questo astratto radicalismo che scardina leggi morali, leggi naturali, la tradizione (la Tradizione: l’hai detto, perdinci).

(La potenza dell’argomento di Boffa è comunque indiscutibile, essendo stato impiegato negli ultimi duemila anni con una certa frequenza. In alternativa ci sarebe quella cosa che si chiama autonomia, che non è arbitrio e non è neppure Tradizione. L’ho detto, perbacco)

30 risposte a “

  1. L’autonomia è per caso quella roba, quella spinta interiore, che sorge spontanea in virtù di un bisogno impellente per cui se ti viene l’uzzolo potresti pure aprire la mia automobile con un piede di porco (potresti per esempio aver bisogno di quel dannato pendaglio che ha messo mio figlio)?
    No, dai, dimmelo prima che te vado a levarlo.

    😉

  2. OT (ma nemmeno tanto):

    http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2005/05_Maggio/16/newsweek.shtml

    in questo caso dobbiamo ringraziare la volontà autonoma di qualcuno, che postosi al di sopra del bene e del male ha pensato in libera coscienza, ovviando alla tradizione (che richiede enorme documentazione), non praticando un arbitrio (perché faceva il suo mestiere), ha fatto una stronzata e si è arrivati a tanto… vedi un po’ tu se l’autonomia è in grado di metterti al sicuro.

    Sai, quel tizio oggi ancora cammina, 16 persone non più.
    Le necessità, le impellenze, dei pochi davvero devono diventare quelle dei tanti?

  3. Caro amico, mi pare evidente che tale libertà sia inquadrabile “relativamente al” problema in questione.
    Sarebbe invece interessante approfondire perché questa società sia così disponibile a riconoscere paternalisticamente tutte queste libertà individuali in materia di vita (contro chi non può reclamarla, ovviamente) mentre non consente a nessuno di poter scegliere di vivere senza lavorare o di rubare un panino con la mortadella se non mangia da tre giorni. E, ancora, perché non depenalizza il furto d’auto dal momento che, come l’aborto, è frequentissimo e nel 90% dei casi resta impunito (impegnando, tra l’altro, le forze dell’ordine in inutili e dispendiose ricerche, invece di concentrarsi – che so – nella lotta alla mafia).
    Il mio sospetto è che tutto ciò alla famiglia del Mulino Bianco – quella, per intenderci, che reclama l’aborto e nel contempo si fa fotografare orante e sorridente per la fecondazione assistita – non piaccia proprio. Come dire: fai pure pappa degli embrioni umani (hai visto mai che mi guarisci dal parkinson?) ma non toccarmi l’automobilina comprata a rate perché ti spezzo le braccine…
    Ma come sono moderni questi riformisti…(a un impiegato della filantropia tecnocratica come Fassino preferisco mille volte Antonio Gramsci: ce ne fossero!)

    Bernardo

  4. Ciao,
    scusa l’intromissione fuori tema, ti ho letto sui commenti di “saitenereunsegreto”. Mi e’ piaciuto molto il tuo intervento, e li’ ti ho risposto.
    Anch’io ho discusso a lungo con Angelo nel suo Blog, un vero testardo e osso duro.

    un emaptico saluto.
    (Ho notato con piacere che con la filosofia e la logica, e con l’arte “oratoria” in generale ci sai fare)

  5. No rube, l’autonomia è una parola greca, ma anche in italiano dovrebbe sentirsi NOMOS, cioè legge (per dirla in breve). Forse tu hai in testa autonomia operaia, e son problemi tuoi, io invece h in testa Kant e la sua legislazione universale (ma son sicuro che ora che te l’ho ricordato è venuto in mente anche a te).

  6. a me pare evidente, invece, che gli argomenti che sparano nel mucchio o che provano troppo non servono a granché. Quanto alle libertà individuali, non sono riconosciute “paternalisticamente”, mi pare: paternalisticamente le si riconoscerebbe molto malvolentieri. Mi pare poi che tu (chiunque) possa vivere senza lavorare: chi è che non te lo consente? Quanto infine ai furti d’auto e alla legalizzazione, a parte il fatto che l’incidenza del fenomeno andrebbe calcolata non sulla quantità dei casi impuniti, ma casomai sul parco macchine, e a parte il fatto che la legalizzazione si propone anche la riduzione del fenomeno (si può discutere se sia così, ma questo è almeno nelle intenzioni), e a parte che essa viene proposta per scelte di vita che riguardano il singolo individuo (tabacco, alcol, droghe), e a parte che non sarei mica tanto in disaccordo se gli inquirenti si dedicassero meno ai furti d’auto e di più alla mafia (ammesso che non sia così, perché nulla so, e a parte pure questa convinzione (che io non ho) che chi ricorre alla fecondazione assistita sia rimbecillito dal mulino bianco, sono d’accordo che se si considera l’embrione un uomo, non c’è legalizzazione che tenga

  7. Abbo, grazie (avevo letto anch’io i tuoi commenti, e ne ho riportato analoga impressione)

  8. Massimo, da nebulosi ricordi mi sovvengono (un tempo) autorevolissime voci che stigmatizzavano il vivere senza lavorare al punto da scrivere con sprezzo del ridicolo “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.
    Appena ritrovo i riferimenti te li segnalo.

    Mente tra i nostri padri della patria c’era chi voleva imporre il lavoro anche ai pochi fortunati che avrebbe potuto permettersi l’ozio, rimaneva fulgido esempio di liberalismo S.Paolo, che semplicemente invitava i non lavoranti a non mangiare a tradimento il cibo di coloro che invece lavoravano.
    Friedrich

  9. utente anonimo

    il liberalismo di S.Paolo
    AUSHAUHSUAHUSHUAH!!!

  10. Non sono naturalmente d’accordo, caro amico. First of all, che io debba prendermi del comunista è francamente un evento eccezionale, tuttavia mi sottopongo volentieri al paradosso se questo significa che tra un marxista gramsciano e un accademico dei filantropici io debba essere idealmente collocato dalla parte del primo.
    A seguire: a parte il fatto che, avendo in testa prima di tutto il linguaggio, vorrei sottoporre ad attenta analisi anche la legge universale kantiana (che ricordo benissimo, non temere), magari per verificarne i codici che sono – ahilui- culturali.
    Detto questo, credo di poter anche kantianamente affiancare a “non rubare”, un rotondo “non uccidere”. Tu mi contesterai: ma l’embrione non è un uomo. Ti risponderei: visto che lo dici, provalo. Tu mi domanderesti allora (l’hai già fatto): come? Ed io: secondo la logica matematica, visto che hai una tesi a priori (dovresti logicamente produrre obiezioni finite e definite ma tant’è, sorvoliamo), ma dal momento che non sarebbe neppure adeguata alla cosa, fallo secondo ermeneutica ma sappi (è un gioco che farei molto volentieri con Emanuele Severino, che dal mio punto di vista sta bordeggiando un po’ troppo fra metafisica e fenomenologia, con notevole confusione) che avrò il privilegio di accompagnarti alla tomba mentre starai rispondendo all’ultima delle mie fondatissime obiezioni, le quali, lo sai bene, sono potenzialmente infinite. Ergo, non sei in grado di dimostrare nulla. Ergo, l’argomento tuziorista è l’unico legittimo. Ergo, “non uccidere” vale anche per l’embrione, indipendentemente da ciò che noi pensiamo che sia.
    Infine, in colonna:
    1) Posso non lavorare per vivere? Sì, se mi chiamo Visconti di Modrone o Pallavicini Sforza, altrimenti muoio di fame. Perché? Ma è semplice: perché sono fuori dalla vera lex legis, quella secondo cui ha diritto a sopravvivere solo chi è utile, chi produce, chi consuma. La società postmoderna ha superato tutto o quasi, è pronta a riconoscere i matrimoni omosessuali, a liberalizzare le droghe leggere, a clonare gli uomini e quant’altro, ma non a dimenticare la discriminazione del “pelandrone”, quella no, non sia mai detto. Su quella sono tutti d’accordo: Fassino come Berlusconi, Zapatero come Bush.
    2) La legalizzazione riduce il fenomeno? Suvvia, ospite gentile, non scherziamo. Certe sciocchezze potevano avere qualche credito negli anni ’70 ma ora, quando in media una famiglia su due incappa nel divorzio e la stragrande maggioranza delle donne hanno abortito almeno una volta nella vita (per non dire di ciò che avviene nei paesi dove l’uso delle droghe leggere è liberalizzato), pare francamente ridicolo. La legalizzazione produce una cultura della deresposabilizzazione, questo è ormai evidente e, tra l’altro, del tutto logico.
    3) La legalizzazione viene proposta per scelte che riguardano il singolo individuo? Di nuovo: non scherziamo. L’aborto riguarderebbe il singolo individuo? Il divorzio riguarderebbe il singolo individuo? E chi viene condannato a non venire al mondo perché privo di diritti? E le famiglie squassate a ripetizione da una cultura del flirt consumistico? Per non dire dei risvolti sociali ed economici del tabagismo e dell’alcolismo!
    4) Sì, si tratta di concessioni paternalistiche, atte a far accettare ai singoli, grazie alla consolazione di qualche vecchio tabù infranto, i nuovi limiti imposti dall’invadenza del mercato e delle sue regole (nota che tutti i tabù infranti sono di ordine morale, attengono cioè a dei “valori” spirituali, e sono quindi superflui e dannosi anche ai fini della formazione di questa panciuta massa di consumatori, illusi da una liberazione senza sostanza).
    Paternalismo postindustriale, che ha il suo veicolo politico privilegiato nella sostanziale coincidenza dell’azione politica della destra neoliberista e della sinistra riformista (o liberalsocialista).

    Bernardo

  11. utente anonimo

    Caro Bernardo,
    ti leggo sempre con interesse, ma stavolta non ti capisco. Questa storia che la frase “l’embrione non è un uomo” vada dimostrata da chi la pensa in quel modo mi pare francamente molto riduttivo, siamo noi a dovere dimostrare (e non per necessità logica, ma morale) che l’embrione è uomo.
    Ciao a tutti, siete simpatici anche se un pò tendenziosi.

  12. qualche ipotesi per bernardo, la cui lettura è sempre stimolante

    1) che l’economia postmoderna – postordista, è più preciso – dia luogo alla fine della “società del lavoro” (intendendo non l’attività in sé di produzione e riproduzione sociale, difficilmente eliminabile, ma il suo inquadramento fordista) è detto non “da nessuno”, ma da un bel po’ di sociologi ed economisti da una ventina d’anni e sovente con intenti “riformisti” – anche “radicalmente riformisti”. E infatti l’annoso problema della riforma del welfare nasce da questa constatazione, e quasi tutti concordano sul fatto che esso debba essere sganciato dal lavoro, fino a ipotesi radicali come il basic income. Come vedi non sei solo.

    2) l’idea che i “diritti civili” siano un fenomeno di deresponsabilizzazione, una minaccia al vincolo sociale nonché un baratto con l’impossibiità di discutere i vincoli dell’economia di mercato è un classico argomento del populismo di destra che mischia in modo un po’ confuso cose vere e cose non vere. I diritti civili, come i diritti sociali e un discreto stato di benessere, sono frutto di conflitto sociale stratificato (quindi terreno di ricontrattazione del vincolo sociale e non sua minaccia, dato che esso non è dato una volta per tutto ma richede continue rilegittimazioni), e non concessioni astute di un superpotere (che non esiste da nessuna parte, tranne nelle ipotesi paranoiche in cui la storia è governata coscientemente da qualcuno in base a ciò che ha in testa – notoriamente la realtà è complessa e le ipotesi di controllo o governo totale sulla base di piani, che siano etici o utilitaristici, si scontrano con il problema dell’inefficacia del riduzionismo. pare che l’urss e i suoi “uomini nuovi” sia andati a remengo anche per questo. problema già affrontato da sarte e dalla buona vecchia eterogenesi dei fini).
    Conflitto sociale che data da 300 anni almeno cui non sono estranee posizioni riformiste, socialiste, comuniste, liberali, democratiche e quant’altro, che non agiscono del resto in compartimenti stagni ma si confrontano in spazi aperti (almeno nelle nostre culture relativiste e tolleranti, altrove un po’ meno).
    Se si ritiene che si stesse meglio “prima della società dei consumi” o che questa crei disparità a livello di economia globale, si dice di nuovo mezze verità. “Prima” si faceva la fame e si crepava presto, senza con ciò essere più morali di un grammo (come l’inverso, del resto e per buon senso). Non a caso i conflitti che nascono dal sottosviluppo mirano prima a rivendicare il bisogno e poi ad aggredire il desiderio (ma dubito che “desiderio”, anche in un’accezione deleuziana, sia un termine di tuo interesse :-).
    Chi si lamenta del consumo di certo ha avuto modo di consumare assai, almeno quanto basta per avere gli strumenti per lamentarsene. Si dia una regolata, se vuole, non costa niente. Un po’ d’ascesi fa bene allo spirito e fa dimagrire. Ma non pretenda l’ascesi per legge.
    E sulle cause dell’ineguale distribuzione di ricchezza – innegabile – esistono svariate teorie, ma solo poche ritengono che il problema sia l’economia in sé. Non certo le più acute.
    Peraltro se qualcuno ha un’ipotesi a disposizione su come trasformare il capitalismo, in quanto riformista radicale, sono tutt’orecchi (ma si eviti pauperismo e società corporativa, please, abbiamo già dato)

    3) estremizzo: dunque secondo te niente divorzio, niente alcol, niente canne, altrimenti ne va della moralità diffusa? In effetti è una faccenda molto triste… Com’era bello quando le donne – e qualche uomo, ma pochini, si sa, l’uomo è cacciatore e poi c’è pur sempre la confessione… – sacrificavano i propri sentimenti per il bene dei figli e della società fondata sulla famiglia patriarcale. Che fulgidi esempi.

    In effetti alla base credo ci sia un’idea rispettabilissima di umanità integrale, che va perduta all’emergere (ma da dove? già…) di determinati comportamenti o gesti, che quindi vanno controllati per un bene superiore. Opinione come ho detto rispettabile, ma molto discutibile su molti piani, e che in ogni caso di certo non può essere imposta dall’alto, pena l’autocontraddizione (e si torna peraltro a cose dette sopra: le ipotesi riduzionistiche di miglioramento etico coatto sono, almeno storicamente, intimamente connesse al potere assoluto di élite indiscutibili sottratte al controllo sociale. Elite di uomini, non di puri spiriti)

    mi scuso per l’eccesso di parentesi, mio vecchio vezzo 🙂

  13. 1) certamente, conosco il dibattito, addirittura fin da Marcuse: non sarò solo – il che non sarebbe comunque un problema per un asceta – ma certamente male accompagnato, dal momento che, nei fatti, la gente lavora sempre di più e, quando ciò non avviene, è perché ci si sposta, con la più classica delle manovre, a spremere i limoni gialli che costano meno e si lasciano succhiare di più;

    2) al di là della destra e della sinistra (non sono interessato alla mia dislocazione nello spazio), non è un caso che le cosiddette libertà civili abbiano sempre a che fare con la dissoluzione di qualche tabù morale ma mai materiale (questo intendevo indicando la possibilità di depenalizzare il furto dell’auto), e rilancio: perché non applicare anche alla proprietà il principio di gradualità? se per l’embrione si dice “non è persona ma neppure un brufolo”, perché non dire anche “il furto per fame non è una buona azione ma nemmeno un furto” (il che mi sembrerebbe quasi evidente)? Ma no, non se ne parla neppure. Quando in discussione c’è la proprietà nessuna deroga è immaginabile (si inizia con quello e poi ti tolgono la casa, direbbe la zia Pina). Come mai, caro amico? Non sarà che abbattere vincoli morali ha due vantaggi: a) dare l’impressione di operare una compensazione; b) ottenere nuovi spazi di mercato, grazie all’equazione secondo cui più si abbassano i vincoli morali più c’è merce e, quindi, potenziali consumatori? Mi fai troppo ingenuo se pensi che io riporti tutto questo a una sorta di “superpotere”: in realtà credo si tratti del cammino verso l’autoreferenzialità piena (e, per fortuna, irraggiungibile) della volontà di potenza, che trova sostanza nell’ideologia della tecnica e nel primato dell’utilità;

    3) no, no, caro noproject, vorrei soltanto che oltre all’alcol, alle canne e al divorzio facessimo anche un sacrosanto attentato al più ingombrante e inossidabile dei tabù: la proprietà privata, altrimenti tutto questo riformismo avrà sempre il sapore dell’opportunismo, della cattiva coscienza, un po’ come Telethon.

    Per chi fosse interessato, mi permetto di segnalare un intervento su questo argomento nel mio blog: SONO UN PERICOLOSO COMUNISTA? (OVVERO PERCHE’ AI REFERENDUM LA FAMIGLIA DEL “MULINO BIANCO” VOTA Sì).

    Bernardo

    p.s. all’anonimo che mi chiama al mio dovere morale di dimostrare che l’embrione è un uomo rispondo che passo volentieri la mano: la mia difesa dell’embrione non è in alcun modo confessionale e mi basta la consapevolezza di dover tacere su ciò che non può essere adeguatamente detto. Ho scritto a più riprese di essere un sostenitore di una teologia dell’uso, compendiata dall’ascetica, contro le fumisterie della teologia delle essenze.

  14. Vabbé, autonomia operaia… poi!
    Stai sempre a scherza’.
    L’autonomia è la caratteristica di ciò che agisce trovando in sé le ragioni della propria azione: ogni possibilità è dentro di sé e non all’esterno.
    Più che con LEGGE è traducibile con Legge del Sé.

    Ti sei dimenticato il prefisso AUTO…
    Era per sorvolare sulla mia macchinina scassinata dagli autonomi?

    ;)))

  15. Caro ruby, il prefisso vuol certo dire sé, se stesso, ma se stesso non vuol dire io. Vuol dire legislazione UNIVERSALE della ragione. Se prendi in mano la metafisica dei costumi di Kant (vabbè lo faccio io), trovi:
    facoltà di appetire, brama (o avversione), sentimento (piacere e dispiacere), concupiscenza o voglia, arbitrio, libero arbitrio, desiderio, volontà. Ci siamo quasi, eccoci: libertà, che da tutto quel che precede viene da Kant DISTINTA, e definita positivamente così: la libertà è la facoltà della ragion pura di essere per se stessa pratica (= autonomia). Il che significa: a condizione che la massima di ogni azione sia “atta a diventare legge universale”.
    Mi pare che non ho dimenticato nulla, stavolta.
    (Ma tu ce l’avevi senz’altro presente, anche se non lo davi a vedere, parlando di macchinine)

  16. Bernardo, vedi che sei un comunista? 🙂

    L’attacco alla proprietà privata è già in atto da tempo, e con successo: quando il mio reddito è assoggettato a obblighi tributari (diretti, indiretti ed extra ordinem) e previdenziali (senza possibilità di scelta) che lo diminuiscono per minimo il 60%, io sono vittima di violenza, non solo di furto!
    Friedrich

  17. utente anonimo

    La Tradizione è proprio quella scala per cui si è riusciti a salire
    e che comunque, dopo, non si riuscirà comunque a buttare.
    luigipuddu

  18. Massimo,
    non sono “caro”, semmai una “cara” e scherzosa lettrice di Adinolfi.
    Dunque, faccio capire che ho capito: l’autonomia kantiana a te implica quindi che coloro che non hanno capacità di scelta necessarie all’azione morale quindi atte a formulare quella legge universale non sono agenti autonomi e quindi privi di dignità?

  19. No, cara Carla. Nel tuo primo commento tu interpretavi la libertà individuale nel senso di: spontaneità, spinta interiore, impellente bisogno, uzzolo. Ho detto che è invece autonomia, per la quale non c’è bisogno di altra autorità che la ragione, senza che questo comporti furti d’auto e piedi di porco.
    L’autonomia kantiana implica poi che si trattino da uomini tutti coloro i quali sono uomini (e gli uomini diversamente da pietre e piante e animali e dei): non c’entra nulla la capacità, come scrivi di “formulare” la legge. Se l’embrione è uomo, per la concezine kantiana del diritto non ci sono santi: ‘terminarlo’ è omicidio, e cme tale va punito (figuriamoci se uno è pluriomicida). Ma questo è altro argomento di discussione, che non c’entra nulla con la gratuita polemica di Boffa, che tu hai ripreso, sulla libertà radicaleggiante che non conosce limiti. I limiti sono, kantianamente, i limiti della ragion pura pratica.

  20. Scusa per il ‘caro’, è che uno ti immagina come Mike.

  21. Ruby Tuesday era la ragazza di cui Jagger e Richards si erano innamorati.
    Comunque filo via, forse mi compete tornare a filare nel tiaso, ché son donzella, e la filosofia è roba da uomini duri.
    Ciaooo

  22. Bernardo, mi sa che stiamo finendo OT, io poi divago per conto mio – confesso che l’embrione non è in cima ai miei pensieri, spero mi scuserai per questo – ma Massimo mi sopporta santamente 🙂

    1) è vero che si lavora di più (e spesso peggio). Ma non sempre o non necessariamente (lavoro fordista e lavoro non sono sinonimi infatti) e se si vuole modificare la situazione, ahimé occorre pensare come e quali “riforme” sensate immaginare (e in questo campo se ti senti solo è perché esci poco 🙂
    saprai bene che secondo alcune scuole, anzi, proprio la produzione postfordista, se da una parte asservisce di più e individualmente, dall’altra muta il contesto e apre inedite possibilità, perché non è la risutante di un mero dominio (che non esiste), ma di un conflitto e di istanze divergenti.

    [Immagino tu conosca la teoria secondo cui è il rifiuto “dal basso” del lavoro coatto e l’aspirazione a forme di auto-valorizzazione non eterodirette a spingere verso la destrutturazione del fordismo, e non la volontà “capitalistica” di delocalizzare, che semmai giunge dopo come risposta. Stesso discorso del resto può essere fatto circa l’inversione del rapporto tra produzione e consumo, per cui il mercato – forma attuale, storica e storicamente passeggera con cui la società umana riproduce le proprie istanze “materiali e spirituali” – non è solo un campo di controllo delle coscienze, ma anche un tessuto di soggettivazione.
    E’ il punto che si diceva prima: i mutamenti non avvengono, secondo me, perché una super-volontà opera su una materia inerte (e chi sarebbe? la massa? e non fa nulla? mah…), spiegazione che imho non spiega nulla, ma come risultante complessa di micro e macro conflitti dentro tessuti di minoranze con quote di potere e di consapevolezza variabili e differenti, attraverso spostamenti, torsioni di senso e di pratiche, conquiste di campo e svuotamenti. Per questo che i fenomeni sociali sono sempre ambigui, mai solo traccia di un dominio o di una liberazione come un moralismo rivoluzionario o reazionario vorrebbe, ma un coacervo di entrambi, che occorre dipanare con pazienza e non giudicare in astratto.]

    2) sulla tua opinione “compensativa” delle liberta civili, ho già detto, non sono d’accordo, la tua lettura mi pare sconti un pregiudizio diciamo così “ideologico”. Che certe libertà – la democrazia in primis – siano “borghesi” cioè connesse al mercato e funzionali al suo sviluppo lo diceva ovviamente nonno marx (e quello però era inteso come il ruolo progressivo della borghesia contro l’assolutismo precedente, che era pure peggio. Sai meglio di me queste cose). Il punto è che per lui quelle non erano troppo, ma troppo poco (lasciamo stare che le sue idee o almeno la loro realizzazione poi fossero assai peggiori…). Quindi se sono compensative – e ripeto, non sono concessioni ma conquiste, a meno di non negare 200 anni di conflitti sociali – vuol dire che sono comunque sensate – si tratta di un bene minore, non di un male (nessuno compensa con una cosa non desiderabile e schifosa, semmai con una mezza cosa. il problema è l’altra mezza, non buttare questa. semplice buon senso)

    3) su proprietà privata ecc: sì, ok, qualcuno sarà d’accordo e qualcuno no. ma rimane il punto: anche ammesso che sia desiderabile, come si fa? Stabilito oltre ogni ragionevole dubbio che la statalizzazione è peggio del mercato, come se ne esce? Occorre probabilmente immaginare, profare, sperimentare nei fatti e nelle pratiche economiche e politiche (e rifarsi al gramsci dei soviet forse è un pochino azzardato. Anche se, oh, non si sa mai. Al giorno d’oggi con l’elettronica tutto è possibile…).
    Cioè occorre insomma “riformare”, senza verità in tasca possibilmente e senza “uomini nuovi o integrali” alle porte, e anche senza troppa ortodossia circa amici e nemici, dato che non si opera mai per astuzia di una parte sola.
    Altrimenti la nostra arringa contro “la caduta dei valori dell’occidente” (una canzone talmente vecchia che a furia di cadere ‘sti valori saranno finiti in Cina…) sa anche lei di cattiva coscienza e di Telethon, che, concordo, è una roba piuttosto disgustosa.

  23. Sì, appunto: e a me viene di pensare a Mike, perchéla voce è sua, e io son maschietto

  24. 1) caro noproject, il mio problema non è politico, io non sono un politico (me ne guardo bene), sono un poeta, un attore, un filosofo del linguaggio, un teologo eretico, ma di certo non un politico: che lavoro fordista e lavoro non siano sinonimi è osservazione che ha ben poco rilievo nell’economia del mio discorso (te ne renderai conto anche tu), così come la questione delle “riforme” da attuare, dal momento che, dal mio punto di vista, il lavoro in accezione postfordista non mi appare qualitativamente migliore di quello che l’ha preceduto (ho sempre detto e ripetuto che i riformisti arzigogolano intorno a speciose questioni di quantità che, personalmente, mi annoiano mortalmente: li capisco, sono la loro prigione necessaria, il loro destino secondo natura, ma non per questo riesco a appassionarmene).

    2) in una mia riflessione di qualche tempo fa parlai del nuovo “padrone impersonale”, del padrone come “progetto culturale”: ebbi un certo successo nei centri sociali e la cosa mi inquietò non poco, decisi dunque di passare al sussurro monastico, come a una forma di laico memento mori.

    3) è questo “padrone impersonale” (la volontà di potenza in cammino verso la piena autoreferenzialità, tra ideologia della tecnica e primato dell’utilità: se mi passi l’accostamento, una sorta di imperativo categorico pervertito) a fare le concessioni (altro che conquiste) che, infatti, sono ideologicamente determinate, come ho mostrato, avendo sempre e solo a che fare con la rimozione dei tabù di natura spirituale.

    4) cercare di definire se queste compensazioni siano bene o male è, quindi, superfluo dal momento che si tratta di manifestazioni epifenomeniche rispetto al grande Golem dell’utilitarismo, dal quale procedono e dal quale traggono orientamento e giustificazione: il processo va fatto alla cultura, urge, dal mio punto di vista, un’implacabile critica della ragion pubblica, una rigorosa critica della necessità (proprio per evitare la solita arringa sul tramonto dell’occidente).

    5) nutro da sempre un sentimento pessimistico circa le “magnifiche sorti e progressive”, un sentimento agostiniano e leopardiano se vuoi: come dicevo qualche tempo fa, l’uomo non mi pare in grado di migliorare o di peggiorare (rispetto a cosa, di grazia?), ma solo di pascolare la propria, al massimo sempre più asettica, mediocrità.

    Bernardo

  25. be’, il fatto che uno scriva poesie, rifletta di teologia o semiotica e reciti a soggetto sui variabili palcoscenici non lo esenta dal capire qualcosa di politica
    (io ad esempio faccio tutte queste cose con ammirevole spirito dilettantesco e risultati aprossimativi, e non mi lamento 🙂
    dopodiché mi rendo conto che, da quel che mi sembra, per te il problema si svolge e avviene su un livello in cui le idee o ideologie o progetti culturali si formano – e combattono – da soli e poi piovono sul “mondo” in una direzione sola – in forma di padroni impersonali o ipostasi – e così possedendolo, e ogni altro discorso non scalfisce la tua impostazione parendoti banale e antieroico (e non è un discorso di magnifiche sorti ecc, di cui non ho mai parlato e in cui non potrei credere, dato quello che ho detto).

    Secondo me è un discorso incongruente nel metodo e scontato nel contenuto (volontà di potenza o individuo utilitario come “in sé” preteoretici… mah).
    Ma come si dice, ognuno deve fare il suo proprio giro per tornare al’inizio.
    Quindi, i miei sinceri auguri

  26. No, non ci siamo capiti, caro amico. Intendevo “politico” in senso stretto, ovvero che riconosco ANCHE la politicità fra i molteplici caratteri di ciò che mi interssa e di cui mi occupo. Non riconosco, invece, l’esclusività di tale carattere, il che farebbe di me, almeno dal mio punto di vista, un politicante, con tanto di miracolistici e poco seri ricettari.
    Non ho parlato poi né di monodirezionalità né di conflitti iperuranici, tutt’altro. Diciamo che, esemplificando, sono convinto che il nazismo, tramontato nella sua forma politicamente organizzata, che nella sua imponenza è stata rigettata dalla comunità proprio in virtù della molteplicità dei flussi culturali e delle forze sociali in gioco, abbia subìto una cancellazione morale di natura (di nuovo!) quantitativa ma non qualitativa. In altre parole, il nazismo è stato avversato solo in quanto “eccessivamente” nazista. Sono altrettanto convinto che tutte quelle forze, quel complesso di fattori ai quali facevi giustamente riferimento, abbiano come denominatore comune dei tratti nazisti e convergano intorno a una nuova forma di totalitarismo che è di natura sostanzialmente mediatica e che non necessita di forme estreme di organizzazione statale, anzi le avversa in quanto controproducenti. Di tutto ciò il “padrone impersonale” non è che fenomeno relativamente ai problemi che stavamo affrontando. Non credo di essere lontanissimo dall’aver compreso il senso ultimo di quanto lo stesso Ratzinger voleva intendere parlando di “dittatura del relativismo”, di pensiero unico quale risultato paradossale dell’estrema frammentazione dei significati (parallela all’impoverimento dei significanti e dei codici, asserviti alla mediaticità della tecnica), dell’esplosione di quelle che, lyotardianamente, potremmo definire “piccole narrazioni”. Possiamo tranquillamente chiamare tutto ciò tecnocrazia, ovvero il nazismo come istinto.
    Vedi, caro amico, non respingo la tua analisi, anzi, mi limito a completarla in qualcosa che, dal mio punto di vista, mi appare più ampio.
    Se mi limitassi a quanto osservi, dovrei convenire con quanto ne consegue, ma, come ho detto, ritengo ogni “riformismo” una forma di miopia quantitativa.
    Il problema, per me, è di ordine morale. Ritengo urgente un profondo processo – sì, processo, come in tribunale – culturale alla modernità, una rigorosa critica della ragion pubblica. E’ solo tentando di avviare una qualitativa “riforma” delle coscienze individuali che si potrà decostruire davvero quell’istinto nazista di cui parlavo: per questo mi auguro che un giorno la Chiesa comprenda che non c’è morale senza coscienza, senza autonomia della legge (come già dovrebbe suggerire la dottrina della fede e della grazia), e, dall’altra parte, che la società capisca che nessun esistente – donna, genitore o malato che sia – può sensatamente avanzare dei diritti che comportino la negazione di quello alla vita di qualcun altro, embrione, feto, bimbo, adulto o vecchio che sia.

    Bernardo

  27. utente anonimo

    vediamo, per mia chiarezza a fini dialettici e sperando di non stravolgere: se qualcuno dicesse una cosa del genere, tu potresti riconoscerti almeno in parte?

    “i cosiddetti diritti dell’individuo – manifestazione in chiave utilitaristica dell’impersonale volontà di potenza – (nella loro scaturigine illuminista prima e socialista poi) distruggono la responsabilità sociale ontologicamente fondata e quindi la societas stessa sostituendola, per via dell’alleanza con la tecnica, con il “sistema” tecnocratico del dominio del “meglio” (riformisticamente inteso) e della disponibilità totale al calcolo, gettando tuttavia nell’insignificanza esistenziale gli individui stessi, perduti nella rincorsa autistica e autoreferenziale di una dimensione desiderante assoluta che non può che scinderli – anche a caro prezzo, vedi l’attacco alla vita – dal tessuto di relazioni e responsabilità in cui pure tale desiderio nasce (e quindi da sé, dal proprio radicamento), rendendo alla fine tale desiderio vacuo e disperante; disperazione che viene artatamente mitigata con i benefici quantitativi che provengono dai diritti di cui s’è detto all’inizio, nonché da un sistema panmediatico di controllo lasco – foucaultianamente, dalla disciplina al controllo – in un gioco a somma zero in cui tutto si tiene ma nel contempo rotola a precipizio verso il nulla.
    A tale destino occorre opporre una critica che riveli il carattere totalitario di questo progetto “migliorista” utilitarista, opponendogli… (immagino, la communitas…?)”

    np

  28. utente anonimo

    peraltro uno può dire, ma perché non uscite a cena invece di infestare i commenti altrui?
    🙂
    np

  29. Beh, molto, molto riassumendo.
    Va detto, infatti, che “i cosiddetti diritti dell’individuo, manifestazione in chiave utilitaristica dell’impersonale volontà di potenza” non sono i diritti dell’individuo tout court, contro i quali non ho nulla.
    Più che “distruggono la responsabilità sociale ontologicamente fondata e quindi la societas stessa”, direi che le manipolano fino a trasformarle in rassicuranti presenze iconiche. Proprio tali presenze generano il “riformismo”, che ha una natura ambigua, irrisolta, in bilico tra complicità e funzionalità, tra consapevolezza e sudditanza morale, tutta tesa a fare-la-differenza secondo l’ordine della quantità (tant’è che, fateci caso, anche Berlusconi si definisce un riformista; per non dire della dottrina Bush sull’esportazione della democrazia mediante la guerra: non è un caso che abbia trovato nel riformista Blair il più solido alleato e che larghi strati dei vertici DS, in Italia, stiano da tempo avanzando dei distinguo, dopo avere a lungo almanaccato su questioni – ancora meramente quantitative – come l’egida dell’ONU).
    Infine: io penso a una critica rigorosa, penso che non si possa fare critica della ragion pubblica se non dopo aver criticato la critica della ragion pratica (tanto eccezionale quanto astratta nei suoi esiti).
    Credo poi che l’opposizione “politica” si faccia col metodo più che nel merito (dal momento che, nel tempo, la qualità è del metodo e la quantità del merito), a patire da un sano esercizio del pessimismo della ragione. Occorre screditare il riformismo, ridicolizzarlo, mostrare che il re è nudo (era il metodo – si dice – del grande Roscellino). Ritengo fondamentale il ruolo della cultura e la formazione di un elite di consapevoli, formalmente reazionari (non conservatori, sia chiaro: niente teo/neo-con) e sostanzialmente rivoluzionari. Dissi una volta che se dalla metafora viene il mondo, dall’ossimoro questo trarrà la sua salvezza. All’orizzonte c’è sicuramente l’ecclesia, ma si tratta di un orizzonte puramente ipotetico, che vale come mera aspirazione. Ciò che conta davvero è fare della resistenza democratica l’antagonista strutturale (perché specularmente fine-mezzo) della mediaticità tecnocratica.
    Mutatis mutandis, una nuova resistenza al nazismo.

    Bernardo

  30. utente anonimo

    ok, grazie della precisazione, direi che la tua posizione ora mi è più chiara
    np

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