Archivi del giorno: ottobre 2, 2005

Cominciamenti

Mi pare giusto provare la funzionalità mediablog di splinder cominciando dall’inizio.

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Ritornelli performativi

Sotto l’inquietante incipit E questo vale anche per la filosofia, Millepiani mette in rete la risposta polemica di Carla Benedetti, apparsa su L’Espresso (Scrittori e traditori. Critici, autori, giornalisti: tutti d’accordo sulla presunta morte della letteratura. Ma a chi serve questa tesi? Una risposta polemica). La qual risposta è divisa in due parti: tutti a dire che la letteratura è morta, a rimpiangere e compiangere, e a non saper bene cosa si stia facendo, visto che siamo tutti morti (prima parte); questo ritornello ha una precisa funzione: serve a smobilitare e a liquidare la letteratura (la carica antagonista della letteratura) (seconda parte). E così la normalizzazione avanza, l’ottundimento avanza, la colonizzazione dell’immaginario avanza.

Ora se c’è un aspetto caratteristico della post-modernità, è la performatività. Dire una cosa è farla vera. (Es.: Dire di un titolo di borsa che va bene, significa farlo andar bene; dire di un’opera che è un capolavoro significa elevarla a capolavoro). Ora, dire che il ritornello sulla morte dell’arte (della letteratura, dell’autore) ammazza l’arte, la letteratura, l’autore, significa riconoscere la verità del post-moderno. Ma significa anche mettersi in una posizione disperata, oppure falsa. Se infatti il ritornello ammazza la letteratura, allora la letteratura è morta, e il ritornello è vero. Se invece il ritornello non ammazza la letteratura, allora è semplicemente falsa la tesi che si sostiene.

(Si potrebbe ancora dire: il ritornello cerca di ammazzare la letteratura, e così di inverarsi. Sta a noi impedirlo. Il che però significa: sta a noi falsificarlo. Cioè renderlo falso, cioè accettare in pieno la logica performativa della modernità. E se invece il ritornello fosse semplicemente falso, ma errata pure la funzione che Carla Benedetti gli attribuisce? Vera la prima parte del suo articolo, falsa la seconda?).

P. S. Per la filosofia, un’altra volta.

A grande richiesta ritorna

Ritorna Walter! Dopo averci deliziato con il Picolit e con il Falerno del Massico Rosso, questa domenica (e, si spera, stabilmente ogni domenica) ricominciamo coi vini. Per questo nuovo inizio, Walter, che è uno che non si risparmia (notate subito, al primo rigo, la severa terra d’Irpinia), ha scelto il Taurasi. (E ditemi dove la trovate una così sapiente guida dei vini, fornita pure dei necessari accostamenti letterari e filosofici).

Il Taurasi
 
 
Il Taurasi – vino quanto mai rappresentativo della severa terra d’Irpinia – è ottenuto dall’aglianico, antico vitigno d’origine greca. L’etimo di ‘Aglianico’ pare infatti che derivi da ‘hellanico’ o ‘hellenico’ (una interessante nota dedicata alle diverse interpretazioni etimologiche è offerta nell’elegante sito dei “Feudi di San Gregorio”, azienda irpina che in questi ultimi anni ha svolto un ruolo fondamentale per la riscoperta e la valorizzazione del vino campano). ‘Taurasi’ è invece nome derivante da Taurasia, antico borgo sottratto dai romani agli irpini intorno all’80 D.C.. E della ricchezza del vino prodotto nelle terre di Taurasia già parlò con ammirazione Tito Livio. Sia il vitigno da cui è ricavato, sia il Taurasi medesimo, ben rappresentano peraltro il vigore e l’austerità che possono discendere dal connubio unico di terra e sole offerto nelle antiche terre di Magna Grecia. La produzione dell’antica ‘vitis hellenica’, copre infatti il territorio interno di tre regioni, Campania – appunto – ma anche Basilicata e Puglia, ad evocare il fascino perenne d’una cultura che fu elevatissima, toccando vertici sublimi d’arte e di pensiero. Dalle aspre valli d’Appennino fino ai tre mari che nelle giornate limpide si scorgono dalle vette: tirreno, ionio e adriatico. Qui l’assidua cura della terra, e la forza della vite, sembrano ancora conversare nascostamente con i misteri di Dioniso, in angoli remoti dove il cristianesimo resta profondamente intriso di ritualità pagana e, con gesti inconsapevoli, la gente dei luoghi continua a seguire il ritmo ‘naturale’ dei suoi dei, tra fascino perturbante e oscuro terrore. Ecco allora che la sacra ambiguità del ‘dio del vino’ pare trovar materia e consistenza nei profili acuti o smussati di queste montagne, mentre insieme vi si intreccia anche la nostalgia per una sapienza arcaica, che ancora riluce da un passato di cui restano macerie, pietre rose, arse e spaccate dal sole mediterraneo. È l’età mitica della sophia – un’altra cosa, il volto nascosto che echeggia nella voce del sapiente Parmenide e si chiude nel segreto del «cuore che non trema della ben rotonda verità»
Andrebbe assaporata questa origine, bevendo un bicchiere di buon Taurasi.  Anche in Campania, viticultori sapienti sono riusciti col tempo ad apprendere il giusto rigore che la cultura della vite esige; sicché ora non è affatto difficile procurarsi una buona bottiglia, apprezzandone il ricco spessore. Il Taurasi è vino che oramai rivaleggia senza timori con rossi italiani ben più celebrati. La zona di produzione (a categoria D.O.C.G.) occupa il territorio di Taurasi e di circa quindici altri comuni in provincia di Avellino.
La vendemmia si svolge tra gli aromi e i colori dell’autunno, solitamente sul finire di ottobre. 
Ha gradazione minima di 12°, con invecchiamento obbligatorio di 3 anni, di cui uno o due in fusti di rovere e barriques. Qualora subisca un processo d’invecchiamento di quattro anni, con almeno 18 mesi in botti di legno, il Taurasi può ricevere la denominazione ‘Riserva’.
Un taurasi di stoffa e struttura pregiate presenta: colore rosso rubino carico, con riflessi granata, profumo che raccoglie la ricca varietà dei frutti di bosco (mora, visciola, marasca) ma anche note speziate (cannella, noce moscata), e sentori di tabacco, menta e vaniglia. Al gusto si rivela di forte persistenza, caldo e avvolgente, con una fitta trama di richiami, ove ritornano gli aromi dei frutti di bosco e delle spezie.
Quanto agli abbinamenti ‘letterari’, dopo quel che si è detto, forse non esiste connubio migliore di quello con la celebre elegia di Hölderlin, "Brot und Wein" (Pane e vino). Ma si sorseggi il Taurasi anche leggendo le Baccanti di Euripide.
Per gli accostamenti filosofici, consiglierei invece un percorso ‘venerando e terribile’, dalla sophia alla philo-sophia: dai frammenti di Parmenide – passando per Eraclito – al iParmenide di Platone
Infine segnaliamo, tra i migliori produttori di Taurasi – oltre al già citato Feudi di San Gregorio – Mastroberardino, Antonio Caggiano, Salvatore Molettieri, Villa Raiano.
 
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(by Walter)