Gabbie

Il numero 326 (aprile-giugno) di Aut-Aut (una delle più prestiogiose riviste di filosofia, fondata da Enzo Paci, come recita ancora la testata, nel 1951) è dedicato a Retoriche del management, e mi pare una cosa interessante. Nella premessa, si legge fra l’altro: "Che tutto sia diventato azienda non vuol dire soltanto che la distinzione tra tempo della vita e tempo del lavoro può essere mantenuta solo a fatica […]. E non vuol dire nemmeno che governi di vario colore stanno facendo a pezzi il welfare state  di marca keynesiana. Che tutto sia diventato azienda vuol dire, in primis, che è passata l’idea secondo cui ogni tipo di forma di aggregazione umana – anche la più piccola e, quel che è più interessante, anche quella che non nasce necessariamente con lo scopo di produrre profitti – può essere analizzata, descritta, compresa grazie agli strumenti di cui ci si serve per analizzare, descrivere, e comprendere le imprese. Per far emergere ".

Da voi è passata questa idea? Ogni tipo di forma di aggregazione umana? Ogni?

"Per fare emergere in che senso le retoriche del management siano capaci di produrre questa compenetrazione di livelli discorsivi, si è scelto di articolare la questione seguente: che ne è della vita degli individui dentro l’azienda?"

Già, che ne è? Ebbene, io sono l’ultimo a considerare poco rilevante una simile questione. Ho una flessibilissima moglie che stasera si ritirerà a casa alle 22.00 che sta lì a ricordarmelo, e so di essere un fior di privilegiato (a proposito: sto qui a Cassino, in studio, faccio ricevimento, non c’è nessuno, scrivo sul blog: tempo di vita o di lavoro?) Però sono anche il primo a resistere, per principio, all’idea che la domanda vada intesa così: che non è vita, questa che, ecc. ecc. Poiché per me, per principio, non è mai vero che la vita è un’altra. Questa è la vita: questa sola. Il che non significa affatto che, dunque, questa vita è immodificabile; significa invece che se la vita è un’altra, e questa non è vita, allora, io che vivo di qui, sarò morto di lì. E se sono morto qui (può darsi: se ne parla), non c’è modo di andar di lì. (E significa pure qualcosa quanto al mio pseudo-spinozismo, e qualcosa quanto alle categorie modali: che tuttavia vi risparmio). Io non capisco la necessità (teorica, non retorica) di dire che tutto è, ecc: se è tutto, non c’è scampo. (Ma non funziona neppure una teoria che descrive e/o funziona per tutto, tranne…)

Ciò detto rimane di assoluto interesse capire come funziona la gabbia aziendale: "a quali risorse debba ricorrere l’individuo per resistere a un coinvolgimento totale da parte dell’azienda" e "di quale ampiezza sia la portata delle strategie messe a punto dall’azienda per riuscire a investire di significato ogni aspetto della vita dei singoli".

Del resto del fascicolo, dell’odioso lessico organizzativo e delle insopportabili presentazioni power-point, magari un’altra volta.

9 risposte a “Gabbie

  1. Ciao, è da un po’ che non visito il blog.

    Chi lo sa… esperienza del nord: effettivamente il mio lavoro dipendente mi lascerebbe poco tempo per altro SE non fossi un privilegiato che ha a disposizione internet e un’azienda semifamiliare dove trova un po’ di flessibilità al regime lavorativo.

    Ecco, quelli che non sono privilegiati se la passano male. Lavorano o fannno finta di lavorare, ma altro non possono fare.

    “a quali risorse debba ricorrere l’individuo per resistere a un coinvolgimento totale da parte dell’azienda”? Non può resistere. Infatti si tratta di trovare un lavoro che lasci dei margini di svago. Ecco perché in tanti uffici c’è la radio in diffusione. Dà qualche margine.

  2. E’ molto grave, quello che dici! (parlo delle frequentazioni!)
    Ciao

  3. “Io non capisco la necessità di dire che tutto è”. non è mica una necessità: è un fatto. anche i progressisti intendono la famiglia come un’azienda, e anzi molte conquiste sociali si basano proprio su questo principio (di fatto. poi chiaramente per ragioni emotive, per persuadere, si insiste su altro).

  4. utente anonimo

    quelli che sono dei privilegiati possono passarsela benissimo, o invece peggio degli altri:anche all’università di Cassino. in ogni caso, il tempo blog è tempo vita + lavoro, e il privillegio sta in questo. peccato che non sia una soluzione esportabile…

  5. se si intende che ogni relazione umana contestualizzata ha a che fare con la produzione e riproduzione del contesto medesimo (produzione di contesto/produzione di senso/riproduzione sociale), mi pare che si dica un’ovvietà che coincide, lo dico molto dozzinalmente, con l’umano stesso. Né si capisce perché intendere in senso morale questo “fatto”, o pensare che ci si debba salvare in improbabili (perché “non umane”) zone franche sottratte alla relazione – vecchio leit-motiv di un’aristocrazia da supermarket – come se ci fossere relazioni “pure” o una “vita prima della vita” cui accadrà qualcosa – tale “vita pura” non è altro che l’esperienza della dipendenza parassitaria del figlio adolescente dalla famiglia al tempo del welfare, elevata ad archetipo e ricoperta di falsa nostalgia retroattiva, dove puro si intende come “non inquinato dal contesto che produce e riproduce se stesso attraverso le relazioni che individua” (ponendo così catastrofiche e insanabili distinzioni tra materialità e spirituaità delle relazioni).

    Se il punto è invece, ma occorre dirlo, la modalità in cui tale produzione e riproduzione avviene, ossia ciò che “l’azienda” contemporanea pone in termini di differenza specifica, è imo poco sensato individuarne il meccanismo nelle retoriche del management, che per quanto persuasive non possono far essere ciò che non è. Ci si espone così o a soluzioni velleitarie, o a nobili delusioni. Servirebbe un po’ di fatica sociologica in più, e di amore della distinzione.

  6. b.georg: !! (soprattutto per la prima parte)

  7. Caro giorgio, cosa vuoi: le faccine? Applaudo alla prima parte del tuo commento.

  8. ops scusa, non capivo se era apprezzamento o scandalo
    (faccina)

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