Esperienza alpimistica

Ieri a Salerno, si presentava il libro di Francesco Tomatis, Filosofia della montagna. (Ne ha parlato il Corriere, e Avvenire ha dato un’anticipazione; Bompiani ha fatto pure la videochat con Cacciari e l’Autore). A discuterne Nicola Auciello e Vincenzo Vitiello. Auciello ha detto (fra l’altro): la montagna, l’ascesa: è un’esperienza tipicamente filosofica. Tomatis la presenta muovendo da una sua propria dimensione religiosa. E va bene. Ma mentre insiste sul puro che della cima (la ‘cosa stessa’ di Platone, l’Uno plotiniano, ecc. ecc.), lo fonde poi troppo strettamente, ad onta della sua indeterminatezza, con una determinata interpretazione simbolica. Il puro che non ne dovrebbe invece essere toccato. Indifferente, dovrebbe solo rimandare indietro come un’eco la voce di chi ne fa esperienza. Vitiello ha detto (fra l’altro): più sali più senti la gravità della terra. Questa è l’esperienza religiosa: una radicale passività. Poi ha chiesto: dov’è lo spazio della libertà dell’uomo, se l’ascendere è opera della grazia? E infine ha ricordato una montagna dell’infanzia, in Veneto, e soprattutto la sua esperienza di ascesa al Monte Sinai, insieme a Bruno Forte. Veder sorgere il sole sul monte, come l’alba del mondo.

Anch’io feci da bimbetto la mia esperienza. Disobbedendo ai miei genitori, mi avventurai su per una collinetta nei pressi della Dacia (così mio nonno, il mio eroe d’infanzia, alpinista, sciatore, aviatore, fascista, che aveva fatto la guerra nei Balcani, aveva chiamato il suo piccolissimo pezzetto di terra). Avevo già provato un’altra volta per altra via, fallendo: e mio nonno era venuto a prendermi, non essendo io più in grado di salire o di scendere. Ci riprovai. Quella volta giunsi in cima. (Mi pare ci fosse anche mio fratello, non ricordo: se passa di qui, me lo dirà). E feci l’esperienza della mia vita: quando misi il naso oltre l’ultimo sperone di roccia, quel che vidi fu un prato ordinato, una strada ben asfaltata, un auto parcheggiata  e delle case. Dietro la tenda di Pitagora, non c’era poi granché.

(Sia chiaro: Il neologismo del titolo del post è di Tomatis, non mio).

7 risposte a “Esperienza alpimistica

  1. sono stato, da ‘marinaro’ siciliano, a 4000m – salendo e, soprattutto, scendendo.
    La ‘montagna’ è scendere.
    bisognerebbe stare con i ‘piedi per terra’ prima di parlare ‘filosoficamente’ della ‘montagna’.

    emilio/millepiani

  2. utente anonimo

    E’ evidente che i filosofi parlano un pò a vanvera: chi l’ha detto che più sali più senti la gravità della terra? In fisica è vero l’esatto contrario.

  3. Sono io che sintetizzo a vanvera. ‘Sentire’ non è qui il semplice percepire sensibile. Vuol dire: siccome fatico, mi viene il fiatone, il latte alle ginocchia, mi faccio più consapevole della mia natura terrena, tellurica, terrestre

  4. Io sono un montanaro, amo camminare in montagna, amo arrampicare sulla roccia. la montagna è un punto d’osservazione (di visione) privilegiato – ‘in tutti i sensi’ (e in tutti i sensi del sintagma).E amo avere il fiatone (facevo le stesse osservazioni del tuo Vitiello, oltre a molte altre, sul mio blog, nel report settembrino dal Cirque de la solitude – che, oltre a essere come sai il titolo del mio ‘romanzo’, è prima di tutto il nome di una sublime gola della Corsica)

  5. utente anonimo

    Caro AP
    ecco un difetto (secondo me) dei filosofi parlano usando dei termini assolutamente imprecisi, così che una volta intendono una cosa un’altra volta un’altra e poi si divertono (?) a disquisire ore intere su cosa si intende con quella parola. Mettila come ti pare e filosofeggia (=perdi tempo?) finché vuoi, ma la gravità diminuisce salendo.

  6. Caro anonimo, la tua accusa non è assolutamente precisa. Mi hai citato un esempio preciso, e credo di averti spiegato in che senso, sufficientemente preciso perché tu mi abbia, credo, compreso, Vitiello ha fatto uso di quell’espressione. Ora però generalizzi, ed è difficile controbattere. Aggiungo solo che ho imparato da Wittgenstein che la precisione, l’esattezza, il rigore, sono concetti relativi (una misurazione è precisa a quali fini? per far cosa?): così credo che, col tuo generico metro, il tuo ultimo commento è tutto meno che preciso; con il mio, il tuo commento è sufficientemente preciso perché io lo possa intendere, così come credo di averlo inteso, e risponderti qui con la stessa precisione.

    (In effetti, nel risponderti ho perso un po’ di tempo!)

  7. utente anonimo

    Ahhhh questi filosofi non ci stanno mai a perdere.

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