Archivi del mese: ottobre 2005

L'uomo è buono

Me ne sono definitivamente convinto. Sono ripassato al parco giochi, a quasi 24 ore di distanza dallo smarrimento. Mi guardo intorno: il libro non c’è. C’è, oltre la cancellata che delimita il parco, un meccanico: chiedo al meccanico. Il meccanico sorride e dice: citofono alla signora Farina. La signora Farina abita al quarto piano. Scende. Ieri si è affacciata al balcone, ha visto dei ragazzini gocare con un libro: lo lanciavano in aria.  E’ scesa, è entrata nel parco, ha detto ai ragazzini il libro è mio, ha avvertito il meccanico che se qualcuno fosse passato a chiedere il libro ce l’aveva lei. Eccolo. Però non se lo dimentichi più. No, signora, non si preoccupi.

Ora il libro è tornato all’ovile e se ne sta tranquillo e sicuro su uno scaffale.

Abbi dubbi

Sulla riforma universitaria approvata ieri alla Camera non ho ancora un’opinione sicura. Magari ci torno su. Intanto, trovo però che la conclusione del pezzo di Oscar Giannino su Il Riformista che lascia la parola a Blair, sia, nel principio, assolutamente condivisibile: "’I servizi pubblici devono essere basati sulla centralità della persona ai cui bisogni si rivolgono, non sulle esigenze di chi vi lavora’: quella di Blair è una massima che da sola racchiude la differenza tra la sinistra moderna, e la vecchia sinistra statalista".

Come ogni principio, anche questo da solo non basta, perché poi si tratta di vedere come si viene incontro ai bisogni della persona cui i servizi pubblici si rivolgono, e come si compongono i bisogni di diverse fasce sociali che si rivolgono allo stesso servizio. E comunque, non ho ancora un’opinione sicura. (Sulla riforma, per capire cosa cambia, è forse utile leggere qui; e per quel che mi potrebbe riguardare, cioè i futuri concorsi per associato e ordinario, c’è da trarre ogni motivo di sconforto qui)

Mundus pulcherrimus nihil (Silesius)

"Mondo che cos’è? Chi è? E’ l’altro da noi. Non l’Altro, con la maiuscola […]. In altri tempi – altre epoche! – c’erano più mondi. Tu appartenevi a un mondo, contro un altro, che apparteneva ad altri. Allora consideravi anche gli altri, perché li combattevi. Quasi li amavi, perché li potevi sconfiggere, e dunque ti davano la possibilità della lotta. L’unica ragione di vita è il conflitto. La lotta di classe era amore per la vita. […] Per decenni, nel nostro amato Novecento, ci sono stati il primo, il secondo e poi il terzo mondo. Era la belle époque delle guerre civili mondiali. La guerra “messa in forma” dal diritto internazionale […]. Mi è stato dato di vivere la parte minore di quell’epoca. L’ho amata, limitatamente. L’avrei immensamente amata, se avessi potuto viverne l’età aurea, 1914-1945. Mi sono preparato a vivere a quel livello. Poi, mentre crescevo, vedevo che il mondo si inabissava., si rimpiccioliva, si involgariva. Una china inarrestabile […] Adesso, c’è un solo mondo. La mondializzazione, in fondo, è questo: la reductio ad unum di tempo e spazio umano, compresa tutta la sua interna “differenza”. C’è pensiero unico, perché c’è un mondo unico. […] Peggiore di questa mondializzazione è solo la chiacchiera che si fa su di essa. C’è un solo mondo. O questo, o niente. A questo punto io dico: va bene, allora niente. Ma che cos’hanno tutti contro il nichilismo? E’ la risposta giusta a quella domanda sbagliata che ci chiede di vivere come se stessimo nel migliore dei mondi possibili […] E’ l’unicità, non del mondo ma di questo mondo, che rende ormai indicibile il motto marxiano-plautiano: nulla di ciò che è umano mi è estraneo. Rimarrebbe la fuga mundi dei Padri del deserto […] L’odio per il mondo non è perché esso è cattivo, ma perché è stupido. Magari fosse il male ad armare la mano degli uomini. Ci sarebbe di che combattere. E’ invece l’insensatezza a inaridire il loro cuore. Non la follia, che è cosa santa. Ma l’insipienza, questa laica condizione umana. […] La bellezza salverà il mondo? Lo diceva quel tale. Ma lo prendevano appunto per pazzo. Ammesso che valga la pena di salvarlo questo mondo, penso che, in esso, malgrado tutto, sì, “la bellezza, o mio Fedro, solo la bellezza è insieme divina e visibile”. Allora: amor pulchritudinis, e odio per chi non sa vedere, non sa sentire, non sa contemplare, non sa stupire. Il mondo di oggi è tutto intero questo non sapere. Nessuna indulgenza. Ma anche nessuna durezza, o spietatezza. Guerra al mondo, senza violenza. E’ facile amare con furore. Il difficile è odiare con tenerezza".

 

Lettera di Mario Tronti (qui il testo integrale, da cui ho prelevato ampi stralci). Mario Tronti è, insieme a Antonio Gramsci e Luisa Muraro, uno dei tre fiori nel deserto della filosofia italiana del ‘900 secondo Toni Negri. La lettera è molto bella. Non condivido nulla. Non ho nostalgia della bella époque; fra un unico mondo mondializzato, posto che così sia, e primo secondo e terzo mondo, preferisco – se si trattasse di scegliere – un unico mondo mondializzato. Se il mondo è stupido, è stupido odiarlo. E a questo punto io non dico: "allora niente", ma: così è, così sia! (Poi, più seriamente: l’unicità dell’evento del mondo non ha nulla a che vedere con ‘questo mondo’. Ed è per principio in-differente alla sua ‘forma’ – alla mondializzazione. E il mondo diviene ‘questo’ mondo – diviene un ‘questo’ – solo quando gliene si contrappone un altro, e anche se Tronti toglie all’altro (mondo) la maiuscola, l’altro mondo che non ha nulla di questo mondo è ancora, da cima a fondo, una superstizione metafisico-teologica)

Anatema pigro

V.U.E. Pseudepigrapha su fascismo e totalitarismo.

Tolstoj o Dostoevskij?

E la domanda che un cittadino di Baronissi si starà sicuramente ponendo in questo momento, avendo io smarrito un quarto d’ora fa il libro di Steiner al parco giochi. E il modo ancor m’offende.

Dialoghetto

Il filosofo (seduto, dubbioso): "Se fossi dio, come mi giudichereI?" Il teologo (in piedi, indignato): "Ecco la superbia della ragione umana che si costruisce un Dio a propria immagine e somiglianza". Il filosofo (calmo): "Ma nient’affatto. Se non fossi capace di mettermi dal punto di vista dell’altro, per giudicarmi, come potrei mai ascoltare il tuo Dio?". Il teologo (con tono paziente): "Ma ascoltare, benedetto figliuolo, vuol dire far parlare l’altro, non mettere in bocca all’altro le proprie parole!". Il filosofo (conciliante): "Capisco. Ma le parole dell’altro potrò mai intenderle e fare mie?" Il teologo (soddisfatto): "Sì, certo: di questo appunto si tratta!". Il filosofo (incalzando): "Dunque posso far mie le parole dell’altro, ma non posso rendere altre le mie parole? Posso appropriarmi delle parole altrui, ma non posso disappropriarmi delle mie?". Il teologo (irritato): "Non ho detto questo". Il filosofo (calmo): "E allora come?". Il teologo (in tono ispirato): "Solo se fai il silenzio nel tuo cuore, potrai ascoltare le parole dell’altro". Il filosofo (con qualche ostinazione): "Già. Ma non domandavo questo (benché abbia pure sentito tuoi colleghi teologi dire che il primo movimento appartiene pur sempre all’altro, e dnque non vedo come io possa eseguirlo, e cosa possa eseguire). Domandavo piuttosto cos’è questo ascolto. Tu distingui, non è vero?, fra l’altro che parla in me ed io che parlo a me come altro da me?". Teologo (sbottando): "Accidenti, se distinguo!". Il filosofo (come seguendo finalmente una traccia): "Ma non distingui soltanto: per distinguere, tu neghi che io possa davvero parlare a me con le parole dell’altro". Il teologo (un po’ confuso). "Non capisco perché, ma vai avanti". Il filosofo (incalzando): "Se distingui, devi indicare la ragione della distinzione, e se indichi la ragione della distinzione, questa ragione non potrà che appartenere alle tue parole, non alle parole dell’altro; distingui, allora, o neghi?". Il teologo (con molte incertezze): "Nego, nego (credo)". Il filosofo (alzandosi, scandendo le parole): "Ma se neghi, se neghi che io possa parlare a me con le parole dell’altro, perché lo neghi? Perché non hai modo di distinguere o per cosa?". Il teologo tace. Il filosofo (incalzando): "E se neghi, se mi neghi la possibilità di rivolgere a me stesso e di intendere le mie parole come parole dell’altro, come potrò mai intendere come altre le parole dell’altro?". Il teologo tace. Il filosofo (sullo stesso tono): " Forse le parole dell’altro dichiarano, oltre a tutto il resto, di essere parole dell’altro, mentre le mie parole dicono di essere solo mie parole?". Il teologo (ritrovando la voce): "E’ così; ed è proprio perché ascolti le parole dell’altro come altre, che comprendi che le tue parole sono solo tue parole!". Il filosofo (dubbioso): "Le parole dell’altro sono dunque parole che dicono, oltre a tutto quel che dicono, di essere parole dell’altro?". Il teologo (di nuovo sicuro, esclamando): "Ma certo! Mio caro amico, è proprio così: è questo che appunto venivo dicendoti!". Il filosofo (ancor più dubbioso): "Già. Ma come dicono le parole di essere parole dell’altro? E come io posso intendere questo che dicono?". Il teologo (indietreggiando il capo): "Come dici?". Il filosofo (sedendosi nuovamente, quasi fra sé e sé): "Da dove provenga la parola, come può dirlo la parola stessa?". Il teologo (ora sedendosi anche lui; sembra stanco): "Già come può dirlo?". Il filosofo (ragionando fra sé e sé, a bassa voce): "Io però intendo le mie parole, le parole che vengo dicendomi. Ma anch’esse: da dove vengono? Donde vengano non so. Provo allora a immaginarmi che vengano da un altro, ma non ho che la mia immaginazione. E d’altra parte: come potrei immaginare le parole dell’altro, se non le ascoltassi da un altro? E come potrei ascoltare un altro, se le sue parole non fossero anche le mie?". Il teologo guarda il filosofo con aria interrogativa, e tace. Il filosofo (con l’aria, stavolta, di chi pensa ad alta voce): "Forse nessuna parola è mia, e nessuna è dell’altro. Forse non c’è nessun altro, e non per questo le parole mie. O forse io sono il mio altro. Forse quel che non so non è soltanto se il modo in cui le parole mi giungono sia quello mio proprio o quello di un altro, ma neppure se con le parole si tratta di questo: del mio e dell’altro. Da qualunque parti osservi la cosa, non vedo chiaro".

E così dicendo, il filosofo, scuotendo il capo, se ne va. Il teologo lo vede allontanarsi, poi si ritira in preghiera.

Terapie verbali

Al libro nero della psicanalisi, che sta facendo discutere in Francia, ho già messo il link (qui, porzioni ampie del dibattito sui giornali transalpini). Per gennaio si annuncia anche un dirompente dossier Freud, con lo stesso intento di demolizione sistematica della psicanalisi. Non fatevi illusioni: la psicanalisi non è una scienza (bella scoperta!).

Francesca Tozzi nota però che o viene portato l’attacco al punto cardinale di ogni approccio psicanalitico, cioè all’idea di una terapia verbale per i mali dell’anima, oppure questi attacchi sono vani. Anzi, servono magari a indicare strade diverse: "la nuova strada potrebbe essere la consulenza filosofica". E siamo daccapo. Era il link che mi mancava!

(Io però metterei almeno un altro punto fermo della pratica psicanalitica: con le parole acchiappare quella zona della psiche che alla parola si rifiuta. Nel mio studio di consulente, al giovedì, dalle 17 alle 19, viene tutta gente che vuole chiacchierare dei fatti suoi, e a cui non riesce di rimuovere un bel niente).

P. S. Elizabeth Roudinesco passa in rassegna il libro nero.

Corpi e linguaggi

"Today, natural belief can be summarized in a single statement: There are only bodies and languages. This statement is the axiom of our contemporary conviction. I propose to name this conviction democratic materialism": Parola di Alain Badiou. Che continua illustrando l’equazione dal lato per il quale questa convinzione è un materialismo, anzi un bio-materialismo: esistenza = individuo = corpo; poi dal lato per il quale è un materialismo democratico: i diversi linguaggi hanno tutti uguali diritti. Sono tutti tollerati, tranne quello che pretende di imporsi agli altri, Allora scatta il diritto di intervento "legale, internazionale e, se necessario, militare". La guerra insomma, che si rivela così essere "l’essenza materialista a mala pena nascosta della democrazia".

Insomma: il relativismo è l’orizzonte culturale del nostro tempo, e questo non può che sfociare nella guerra. C’è materia per una interessante discussione fra teo-con, atei devoti e sinistra radicale. (Io, per me, non sottoscrivo l’assioma, e sono a posto).

 

Più in alto della realtà sta la possibilità

Dopo che la Repubblica ci fa sapere quel che ti ha combinato in vita Heidegger con le donne, la Stampa ci informa di quel che combinava Adorno. In sogno.

Come condannare gli italiani

Su Leftwing, terza pagina. Veramente il titolo non è proprio questo, ma il senso sì, anche se ffdes ritiene che sia il contrario: gli italiani sono assolti, la sinistra è condannata (la sinistra spocchiosa, la sinistra antipatica, la sinistra moralistica, la sinistra indignata, la sinistra elitaria, la sinistra arrabbiata, la sinistra intellettuale, la sinistra alternativa). Il ragionamento è simile a quello di Gianni Brera quando desumeva le caratteristiche calcistiche delle squadre italiane dal carattere del popolo: l’Italia è femmina. E ffdes: l’Italia vera è quella che guarda Celentano e Maria De Filippi. Ecco il passaggio centrale:  "c’è bisogno di ricordare che il popolo italiano non è quello che legge MicroMega e nemmeno, è triste ma va detto, quello che va a votare alle primarie? Che il popolo italiano, piuttosto, è quello che guarda l’Isola dei famosi e attende Celentano e i suoi programmi come fossero la cometa di Halley?".

Domanda: ma gli altri popoli europei cosa guardano in tv? Oppure non guardano nulla, e leggono le Kant-Studien o The Modern-Law Review? E negli altri paesi la DC dov’è? E quando vince Schroeder in Germania, o Blair in Gran Bretagna o Zapatero in Spagna, come cambiano i programmi televisivi? (Zapatero in Spagna! Ma la Spagna non è uno dei paesi dove trionfano Raffaella Carrà e Laura Puasini)? Caro ffdes, ma a te piace il modo in cui la politica va in televisione (attento a non fare lo spocchioso)? E questo modo è democristianamente inellutabile? E gli italiani, che non hanno la DC da più di dieci anni, soffrono? E tu, caro Marco, soffri molto?

Come condannare un dittatore

Su Leftwing, seconda pagina. La goccia, invece, è un sempre verde: che cos’è l’illuminismo di I. Kant.

Per tutti i gusti

Sfoglio velocemente Il Domenicale del Sole 24 Ore.
Pagina 29, titolone: Mussolini ateo devoto. Bene! In basso: Chiaberge attacca così: “Non essendo riuscito a fermare la Storia, il professore Francis Cassandra Fukuyama ci riprova con la Genetica: Moloch terrificante, anticamera di un «transumanismo« peggiore di qualsiasi regime totalitario”. Benone!
Pagina 30, in basso: lettera di Raffaello Cortina, a proposito de Le livre noir de la psychanalyse (e di un articolo di Pagnini su di esso): ad eccezione della Francia, la psicanalisi non è affatto in crisi, e dialoga con le scienze. Sarà, risponde Pagnini, ma le teorie psicanalitiche mi paiono “inservibili a scopo conoscitivo”. Sarà, dice, ma io non vedo protocolli sperimentali. A me sembra assodato che la psicanalisi non è una scienza nel senso, poniamo, della neurobiologia, col che però la partita è tutta meno che chiusa.
Pagna 34: la monocultura del blockbuster. (Un tema che si può seguire in rete teoricamente e praticamente). Un bestseller tira l’altro. Però – sorpresa! – “le vere librerie di catalogo stanno diventando quelle online […]. IBS, La libreria virtuale italiana, nel 2004, ha venduto almeno una copia del 95% del catalogo adelphiano”.
Pagina 38: anticipazione di una pagina di R. Penrose, che cos’è la realtà e come ci si arriva? È un mistero come le nozioni matematiche possano descrivere la realtà, essere in un certo senso reali. C’è il mondo matematico,il mondo fisico e il mondo mentale – ma c’è pure, ahimè, il mondo di Penrose, e manifestamente non è il mio.
Pagina 39: Steven Rose ragiona intorno alla possibilità di manipolare il pensiero tramite impulsi magnetici, per ragioni nobili e meno nobili. Si tratta di quel che si può fare, non di quel che è: intrigante, dice Rose, ma filosoficamente abbastanza inutile, dico io.
Pagina 39: Roberto Casati consiglia di somministrare un ciclo di antibiotici agli antievoluzionisti prima di discutere con loro: quel che fanno è selezionare naturalmente i batteri (prima di sterminarli tutti). Come dire: il dibattito tra pro- e anti- è un’invenzione giornalistica, perché nella comunità degli scienziati un dibattito simile non c’è.
Poi, in ordine sparso, recensione di Raboni che mette sul trono del ‘900 poetico Tessa, Rebora, Saba; recensione positiva di McEwan, Sabato; presentazione di una gran mostra parigina sulla melanconia, curata da R. Clair, e della mostra milanese The Keith Haring Show, Simon Schama su Bob Dylan, Roberto Escobar su Romanzo criminale (il film).
 
Tutto ciò è molto interessante: devo dire al mio caro fratello (commercialista duro e puro) di passarmi il supplemento, intatto come al solito, un po’ prima: il numero del Domenicale che ho sfogliato è infatti quello di domenica 16 ottobre.

La Vernaccia di San Gimignano

«A chi venga da lontano subito il borgo sembra scivolato, di soppiatto come da una porta, nella campagna. Esso non dà l’impressione che sia possibile raggiungerlo. Ma se si fa tanto di riuscirvi, allora il suo grembo ci accoglie e ci si perde nel concerto dei grilli e nel vociare dei bambini […] Passata la porta S. Giovanni, ci si sente in un cortile, non in una strada. Anche le piazze sono cortili, e in tutte ci si sente al riparo […]; l’uomo che le abita dura fatica a rammentarsi di ciò che gli occorre per vivere, tanto il profilo di questi archi e di questi merli, l’ombra e il volo dei colombi e delle cornacchie gliene fa scordare il bisogno». Chi scrive queste raffinate impressioni di viaggio è Walter Benjamin. San Gimignano, il luogo capace di suscitarle. Ancora oggi, per il viaggiatore cui capiti il raro miracolo di camminare lungo le sue vie senza esser sopraffatto dall’orda dei turisti, questa splendida città nel cuore delle colline senesi può riservare momenti d’incanto. Si resta stupefatti dinanzi alla presenza intatta del suo medioevo, scorgendo il profilo delle torri, calcando la scena ‘teatrale’ e insieme ‘naturale’ delle sue piazze, soffermandosi fra le botteghe, percorrendo con sguardo paziente ogni particolare impresso negli affreschi della Collegiata. Ed insieme stupisce l’equilibrata simmetria della campagna che circonda il borgo, i filari delle sue viti, in un sapiente intreccio ove la storia del lavoro quotidiano appare intonata al ritmo lento con cui si modella la materia, si disegna il paesaggio.
Intrisa di medioevo è qui anche la storia del vino, soprattutto se si pensa alla celebre Vernaccia di San Gimignano. Le prime notizie dedicate ai suoi pregi risalgono al Duecento, e pare che ne fosse particolarmente ghiotto Papa Martino IV, il quale amava mangiare anguille annegate e cotte nella Vernaccia, meritandosi così la lunga attesa del purgatorio nella Commedia dantesca. Sarà Forese Donati ad indicare al poeta il papa goloso: «Questi, e mostrò col dito, è Bonagiunta, /  Bonagiunta da Lucca; e quella faccia / di là da lui più che l’altre trapunta / ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: / dal Torso fu, e purga per digiuno / l’anguille di Bolsena e la vernaccia».
Ma la Vernaccia ha raccolto anche altri nobili elogi letterari. La s’incontra ad esempio nelle pagine del Boccaccio, fra le fantasmagorie della contrada di Bengodi che seducono la credulità di Calandrino. Lì infatti «si legano le vigne con le salsicce e avevavisi un’oca a denaio e un papero giunta; ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevano che far maccheroni e raviuoli e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giú, e chi piú ne pigliava piú se n’aveva; e ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciola d’acqua». La Vernaccia rivaleggiava a quei tempi con gli aromatici bianchi del meridione, i vini ‘greci’ per eccellenza. Cecco Angiolieri dichiarava perentoriamente, infatti, di non voler bere altro, in taverna, «se non Greco e Vernaccia…». Oppure si legga l’auspicio che un cittadino illustre della città, Folgore da San Gimignano, formula in un sonetto dedicato al giorno di ‘mercoredie’: «ogni mercoredí corredo grande / di lepri, starne, fagiani e paoni / […] /coppe, nappi, bacin d’oro e d’argento,/ vin greco di riviera e di vernaccia…». 
Anche in virtù del suo celebre passato, è stato questo il vino che per primo, in Italia, ha potuto fregiarsi della denominazione d’origine controllata (poi ulteriormente nobilitata dal marchio DOCG).
La Vernaccia di San Gimignano si ottiene dalle uve del vitigno omonimo e ha colore giallo paglierino, tendente ad acquistare venature dorate con l’invecchiamento. Presenta un bouquet di rara eleganza, fruttato e floreale. Ha sapore secco ed asciutto, fine e di superiore armonia, con un caratteristico retrogusto amarognolo che ricorda la mandorla. La gradazione alcolica minima e di 11°, 11,5° per la versione Riserva.
Come accostamento letterario mi sembra d’obbligo il richiamo alle ‘corone’ dei giorni e dei mesi cantate – secondo lo stile cortese del tempo – da Folgore da San Gimignano nei suoi Sonetti. Ma come non lasciarsi deliziare anche dalle pagine ineguagliate del Decameron di  Boccaccio?
Per quanto riguarda l’abbinamento filosofico proporrei, in accordo con la citazione iniziale, di sorseggiare la Vernaccia di San Gimignano leggendo un libro come Angelus Novus, di Walter Benjamin.
by Walter

Traduzione

"Debbo subito esprimere la mia riconoscenza a Marcello Pera, che è Presidente del Senato” (E. Severino, Corriere). Traduzione: se non fosse Presidente del Senato, non gli risponderei nemmeno.
(Severino gli risponde, ma solo per sfottere, e finisce con un’ottima, gustosissima "pera buoncristiana" da Niccolò Tommaseo).

Slowpolitik

(Una stanza vuota. Un tavolo. Una lampada da tavolo. Un uomo anziano, non bello, anzi decisamente brutto, parla con una lentezza esasperante della filosofia di Porfirio. Ecco una trasmissione politica. E antiberlusconiana. Perché tutto il bene del mondo sarà rock, ma il pensiero è lento. E la libertà nasce dal pensiero.)

Minimokarma