Archivi del giorno: novembre 3, 2005

Il quinto

Su Lipperatura si legge un bell’articolo di De Michele su Deleuze e Pasolini. In quattro punti, che commentano quattro proposizioni di De Michele, ho aggiunto qualche brevissima considerazione. Il quinto ancor più brachilogico e criptico punto si legge solo qui, perché non c’entra più con De Michele Deleuze e Pasolini.

1. “Il linguaggio sarebbe una sorta di staffettista che informa, cioè passa i contenuti da un parlante a un ascoltatore”.
Il linguaggio non è semplicemente una forma in cui passa senza che nulla gli capiti il contenuto: d’accordo.
2. “È proprio Pasolini a fornire gli argomenti decisivi nelle sue analisi su Dante”
Beh, questa è un po’ forte: è ‘anche’ Pasolini, magari.
3. “il linguaggio non va da un percepito a un detto, ma da un dire a un dire”
Questa proposizione è quella filosoficamente più impegnativa. La domanda è: c’è un percepito di qua, e c’è un detto di là? No. Non basta dire che si va da un dire a un dire, senza capire come ci si ficchi dentro il percepito. E tutto sarebbe perduto, se il percepito rimansse al di qua, e a nulla servirebbe moltiplicare i livelli linguistici. Se De Michele osserva giustamente al punto 1 che il linguaggio non si limita a passare i contenuti, qui bisogna pure che osservi che il ‘percepito’ non si limita ad essere il contenuto amorfo che il linguaggio veicola. L’impegno ‘critico’ sul linguaggio deve insomma riguardare anche quello che De Michele chiama il ‘percepito’. E infatti Pasolini interessa a Deleuze, mi permetto di aggiungere, perché i suoi segni non stanno sul piano esangue (e già irregimentato) di un codice linguistico, ma sono la realtà stessa (“la lingua della realtà”) “non linguisticamente formata […], ma semioticamente, esteticamente, pragmaticamente formata” (G. Deleuze, L’immagine-tempo).
C’è un sistema delle immagini e dei segni “indipendentemente dal linguaggio in genere” (ibid.); c’è una semiotica più ampia della semiologia, che studia i segni senza ricondurli a determinazioni “già relative al linguaggio". La realtà ‘parla’: e questa parola non è una parola.
4. “Non c’è bisogno di rimasticare oscure frasi di un filosofo tedesco coi calzoni alla zuava per sapere che dove c’è pericolo, là c’è anche ciò che salva: basta leggere Pasolini”. Questa proposizione serve forse per concludere ad effetto, ma serve solo a quello.

5. Ma poi la realtà, di sotto ai linguaggi e alle istituzioni che la imbrigliano, ‘parla’? Bisogna che parli, e bisogna davvero dargli la parola? (Prego di fare attenzione: la realtà che non parla non è il ‘percepito’ di qua, di contro al detto di là: ma è casomai ciò che di là – noi siamo già sempre transitati di là, nella parola – resta pur sempre di qua. E tace. E a volte accusa. A volte splende. A volte s’inabissa e scompare, in-differente al detto)

Last minute

(Dovrei scendere di casa verso le 13.00. Il che significa: avere una risposta entro le 12.00. Entro quattro ore. Vediamo cosa succede).

Siccome che vorrei partecipare alla fiaccolata  del Foglio che essendo a Roma in via Nomentana 361 lle 21.00 faccio tardi, molto tardi, e poi stanotte cinque ore ho dormito, essendo che i figli si svegliano, io vado a letto tardi e mi sveglio presto, senza dire che domani lavoro, però ho detto pure che a Roma vorrei andare anche se si fa tardi e si parte al pomeriggio, quando c’era pure la consulenza filosfica che perciò devo spostare e son soldi che se ne vanno e i soldi ci vogliono pure per il treno per andare e per tornare, perché sennò dovrei dormire in albergo, e appunto sono soldi, e poi dovrei mettermelo pure a cercare e perdere altro tempo oltre ai soldi e io questo tempo non è che ce l’ho, non è che passa di qui qualche gentile lettore romano, che magari conosco, e dice che va pure lui alla manifestazione, che se si perde il treno delle 23.00 o delle 23.10 può pure pensare di ospitarmi per una notte, considerando che io posso garantire che non russo, ho un sonno di pietra e impiego cinque secondi per cadere nel sonno dei giusti? Anche se a pensarci, che faccio? Mi porto una borsa e vado in giro con quella tutto il pomeriggio a Roma, non mi porto nulla e dormo in mutande, io che sono così freddoloso e che ne so che tempo fa a roma? Insomma: vado o non vado? Intanto: aderisco

(L’email è a destra).

Morire democristiani

Odifreddi è passato di qua (a proposito: non torna?), Marcello Pera non ancora, e così tra i tanti che lo stanno criticando mette Romano, Scalfari, Teodori e Craveri, Lerner, Zagrebelsky, Severino, Odifreddi, e non mette me. E sì che di critiche, in passato, gliene ho rivolte! Ma Pera, ahimè, non è passato di qua.

io però sono passato di là. E ho letto la lettera aperta, a cuore aperto, di Marcello Pera agli amici di Magna Charta. Amici!, ha scritto Pera, perché ci criticano? Che abbiamo fatto di male? Ci criticano forse perché il Papa ci manda i messaggini? Perché coloro che ci criticano sono pigri, e ragionano con vecchi schemi ottocenteschi? Perché diciamo che bisogna dialogare con la Chiesa? Perché denunciamo fatti che sono sotto gli occhi di tutti, avvertiamo i problemi identitari che sono sotto gli occhi di tutti? E’ perché questo che ci criticano? Perché diciamo quel che è implicito nella nostra costitutzione, che i diritti fondamentali stanno in capo alla persona, e lo Stato non li crea ma casomai li riconosce? Sì, ci criticano per tutto questo, e per dell’altro ancora. Ma la vera ragione, la "ragione non detta" (sst!) è un’altra. E qual è? (Scusate se vado a capo, ma qui mi pare proprio indispensabile):

"il cattolicesimo in politica si è collocato prevalentemente a sinistra e, quel che è ancora più rilevante, il dialogo con i cattolici è stato monopolizzato dalla sinistra". Ora che non è più così, ecco che criticano.

Ebbene, chiedo aiuto agli storici, perché se debbo appellarmi ai miei ricordi sì, ho sentito parlare di preti con l’eskimo e di Barbiana, ma mi pare che il seguente ragionamento possa tenere: il cattolicesimo in politica si è collocato prevalentemente a sinistra; il cattolicesimo in politica si è collocato prevalentemente nella DC; la DC era un partito di sinistra.

(E i vescovi la sera andavano a Botteghe Oscure a prendere la linea. Ma perché allora non si voleva morire democristiani?)

L'aspetto di Cristo

Io sono mancino. Mancino era Guillermo Vilas, mancino era Jimmy Connors, mancino era John McEnroe. E poi c’era Borg (sì, vabbè, c’era pure Lendl, e con ciò?).

Borg aveva "quella somiglianza a Cristo, aveva quest’aspetto cristico, quella dignità estrema, quel rispetto che riscuoteva in ogni giocatore […] Borg crea uno stile di fondo campo, l’arretramento assoluto, il lift e palle alte sulla rete. Qualunque proletario lo può capire, qualunque impiegato può capire quel gioco, non dico che possano rifarlo… Il principio stesso: fondo campo, lift, palle alte è il contrario dei principi aristocratici, sono principi popolari". L’aristocratico puro era McEnroe: "McEnroe non colpisce, ostenta: manifesta. I suoi non sono colpi, ma epifanie: «Difatti ha inventato colpi prodigiosi, ha inventato un colpo che consiste nel porre la palla, una cosa curiosa direi, non la colpisce nemmeno, la pone. Ha fatto una successione di servizio e volée che non esisteva»".

Io tifavo Vilas, non erano in molti a tifare Vilas. Non era il massimo dell’eleganza, Vilas. Ma io giocavo sull’asfalto, con uno spago come rete, e le saracinesche come corridoi laterali, e le palline senza un minimo di peluria, e la racchetta maxima torneo in legno (che Dio l’abbia in gloria), e Vilas ci stava bene con tutto ciò. Ma mi andava bene pure quando perdeva con Borg. Vilas era proletario ma non aveva l’aspetto cristico. In effetti: Deleuze ha ragione.