Con tutta semplicità e forse ingenuamente

Se mai entrerò nella discussione di questo o quel punto dell’articolo di Giulio Mozzi – Che cosa chiedo alla critica letteraria (articolo troppo lungo) , sarà necessario che tenga presente questo:

"Stando così le cose, continuò Socrate, "io non riesco più a capirle, non riesco più a spiegarmele tutte le altre cause, quelle tirate in ballo dai sapienti che mi vogliono far credere che una cosa è bella perché ha un bel colore o una bella forma o altra roba del genere, tutte cause che io te le saluto e che mi lasciano assai perplesso; mentre, invece, con tutta semplicità e forse anche ingenuamente, io me ne resto nella mia convinzione che una cosa è, bella soltanto perché in essa vi è o la presenza del Bello in sé o una sua partecipazione o un qualche altro rapporto qualsiasi, perché io non faccio tanto questione di questo ma solo del fatto che è per il Bello che tutte le cose belle sono tali. Questa è, infatti, la spiegazione più convincente che io posso dare a me stesso e agli altri. Fedele a questo principio, son certo di non cadere mai in fallo e che tanto per me, quanto per gli altri, la risposta sicura è che le cose belle sono tali per il Bello. Non credi?" (Fedone, cap. XLIX)

Io così credo. E credo anche che, dovendo scegliere tra il filosofo che dice che l’opera è bella perché partecipa del bello e il critico (il sapiente) che gli dice che è bella per il sapiente dosaggio di questi o quegli elementi, oppure perché evoca il mito archetipico, oppure perché diagnostica il nostro tempo, o perché pronostica il venturo, perché rinovella la lingua, o perché le restituisce splendore, perché cambia le cose o perché recupera la tradizione, perché sposa perfettamente forma e contenuto, perché libera la forma, perché lascia erompere il contenuto, io credo che chiunque di voi sceglierebbe il critico.

Farebbe bene. Ma la filosofia non è critica letteraria. E perciò io sto con Socrate. (Se scrivessi che sto un passettino oltre mi salutereste e mi mandereste a spasso, e perciò mi fermo qua).

21 risposte a “Con tutta semplicità e forse ingenuamente

  1. esiste anche una critica oracolare quanto la versione socratica. io mi pregio di oracolare.

  2. ebregio, e perché sarebbero fazioni contrapposte? e poi, bisogna proprio schierarsi di qua o di là, e rimetterci comunque qualche cosa? ma chi ce lo fa fa’?!

  3. Sì, la filosofia non è critica letteraria. Infatti Platone, pur grande scrittore lui stesso, come critico valeva così poco che Eschilo e Euripide non gli piacevano.

  4. Ma affermare che “l’opera è bella perché partecipa del bello” non è come affermare che “l’oppio fa dormire perché ha la proprietà di addormentare” (Molière, malato immaginario)?

    Va bene che un filosofo non è uno scienziato o un critico, però forse varrebbe la pena osare ed andare oltre Socrate e il suo truismo!

  5. @ dhalgren: critica oracolare mi par un bell’ossimoro. Ma capisco che un oracolo non se ne spaventi. E io non ho nulla contro gli oracoli.
    @ paolo: non ho detto mica che sono contrapposti o che bisogna schierarsi.
    @ davide: a me non pare che a Platone non PIACESSERO Eschilo e Euripide, e comunque non è questo il punto
    @ ivo, finalmente! Era questo il commento che volevo provocare: non sospetti che non io, ma Platone stesso può averlo ben visto che dire di una cosa che è bella perché partecipa del bello non dice poi granché? Platone era ingenuo, o c’è dell’altro?

  6. Nemmeno io sono convinto che a Platone non *piacessero* Eschilo ed Euripide; e nemmeno che non sapesse riconoscere la loro grandezza letteraria. Sono invece convinto che Platone ritenesse inopportuno che la poesia, tragica e non, svolgesse un ruolo educativo all’interno della società, non essendo il poeta un individuo filosoficamente educato.

    E non sono nemmeno convinto che Socrate, e più ancora di lui Platone, si siano limitati a dire che una cosa è bella perché partecipa dell’idea del bello. Detta così, è troppo ingenua, “anche” per Platone. E poi, una cosa dovrebbe essere fangosa perché partecipa dell’idea di fango che, stando almeno al “Parmenide”, non c’è. (Il discorso si complica e va fuori strada: stop!).

    Saluti

  7. Una delle poche cose che ho imparato all’università è che Platone non è così ingenuo come più di due millenni di critica spesso lo dipingono.
    Sicuramente c’è dell’altro, in Platone. Ma per scoprire cosa è questo altro dovrei (ri)leggermi tutti i dialoghi. Prima o poi lo farò, per ora mettiamo da parte il problema su Platone ingenuo.
    Quanto al problema di partenza… boh? Ci penserò.

    Ivo

  8. «Pertanto», continuai, «i poeti tragici, nella loro sapienza, vorranno perdonare noi e quanti si governano come noi se non li accoglieremo nel nostro Stato, dato che inneggiano alla tirannide».
    «Da parte mia», disse, «credo che i più intelligenti tra loro ci perdonino».
    «Ma io penso che essi trascinino gli Stati verso la tirannide e la democrazia girando per le altre città, radunando le folle e assoldando voci belle, forti e persuasive».

    Carta canta, mi pare: è il libro VIII de La Repubblica, che – in certe sua parti – è una specie di saggio contro la fiction. Ora: se uno scrive ‘sta roba, potrà esser pure un grande filosofo: ma come critico letterario vale zero.

    (Sulle cappellate che poi scrivono sovente i filosofi quando discettano di narrativa, si potrebbe scrivere un’opera in trenta volumi: tanto per fare un esempio, dinanzi alle scempiaggini scritte da Schlegel su Eschilo – che dimostrano una totale ignoranza dei processi di analisi testuale, da parte di Schlegel – generazioni di critici fanno ancora risate grasse. Ora, io non dico che i filosofi non debbano parlare e scrivere di narrativa, per carità. Ma si facciano una cultura, si leggano, chessò, qualche testo serio di narratologia o di critica letteraria formale, prima di iniziare a discettare in proposito.)

  9. Scusa Davide, ma cosa dimostra il passo che citi? Che a Platone non piacevano eschilo e euripide? Che Platone sta rendendo un giudizio estetico o critico? E credi che nel sottotesto, nelle note a pié di pagina, nel suo diario personale, nelle chiacchiere con Speusippo, Platone abbia scritto o detto che qui parla da critico letterario? Ma io non ho scritto forse che il filosofo NON è un critico letterario? Non ho proposto il passo del Fedone per spiegare con nobili parole che il filosofo non è un critico letterario?In verità, è l’unica cosa che ho scritto, perché di tutto il resto il mio post è (volontariamente) monco. Mi riprometto di tornare sulla cosa, ma chissà quando.

    Si filosofi che pontificano a sproposito, ti dò ragione. Però sto per cominciare un corso su dostoevskij, a maggio o giugno vedremo se mi riuscirà di organizzare una cosa in cui filosofi leggono romanzi: non è che siccome non è un critico letterario non può occuparsi en philosophe di romanzi. Spero che tu non intenda questa, altrimenti vorrà dire che per te il filosofo non deve occuparsi di nulla (o almeno, di tutto ciò di cui non si occupa l’esperto di turno, e un esperto lo si trova sempre).

    Su Schlegel che scrive di Eschilo sono ignorante. E da ignorante ti domando: ma contemporanei di Schlegel che ne capivano di ‘processi di analisi testuale’ ce n’erano, all’epoca? E chi erano?

    (Se a maggio/giugno la cosa si fa, sei invitato, ovviamente).

  10. Credo che il passo citato dimostri anzitutto che Platone temeva il fatto che poeti tragici come Eschilo ed Euripide tenessero in pugno, per così dire, le coscienze degli ateniesi (e non solo). Che la fiction fosse, nella formazione degli ateniesi e dei greci, tenuta in maggior conto della filosofia. Ora, io dico: se Platone avesse capito qualcosa di teoria letteraria, avrebbe anche saputo che è ovvio che la fiction sia tenuta in maggior conto, nella formazione delle coscienze, della filosofia. E la ragione si capisce leggendo Emile Benveniste, che distinguendo tra storia e discorso, ci rivela come la storia sia sempre più forte, a livello di impatto psicologico (e dunque, di effetto sulle coscienze) rispetto a qualsiasi discorso: altrimenti, per tramandare significati morali e trasmettere istanze d’ordine etico, i popoli avrebbero da sempre adoprato come significante il discorso filosofico e non l’apologo morale.

    Ciò detto, fin da tempi remotissimi si fanno discorsi seri di analisi testuale (si veda la “Poetica” di Aristotele: ch’era sì un filosofo, ma di analisi testuale capiva ben più di Platone; o i testi di retorica scritti in epoca romana e medievale): dunque, non occorre mica arrivare ai tempi di Schlegel… il fatto che io citi Aristotele non è affatto casuale: voglio dire, con ciò, che non è che un filosofo non possa scrivere di letteratura (ci mancherebbe altro): ma che dovrebbe assicurarsi di non scrivere stupidaggini gravi, spinto da istanze etiche. Ovviamente ciò non vuol dire che i filosofi abbiano l’esclusiva nello scrivere scempiaggini in fatto di letteratura, ma questo sarebbe poi un altro discorso.

  11. Sono totalmente d’accordo: Platone temeva proprio “il fatto che poeti tragici come Eschilo ed Euripide tenessero in pugno, per così dire, le coscienze degli ateniesi (e non solo)”. Temeva, detto altrimenti, che i greci continuassero a imparare da Omero ciò che è bene e ciò che è male, che solo la filosofia è in grado di dire “rendendo ragione” delle proprie affermazioni.
    Ma Platone era perfettamente consapevole della forza psicagogica dell’eros, della manìa, della poesia e della retorica. Infatti, si guarda bene dal lasciarle del tutto fuori dalla filosofia: basti pensare al “Fedro”, che insegna proprio che non tutte le forme di manìa sono necessariamente un male e che esiste una retorica “buona” (leggi: filosofica, orientata al vero). La “Repubblica” è un caso piuttosto singolare: lì Platone edifica il suo Stato ideale, proprio lì dice nel modo più forte che a educare la polis devono essere i filosofi e solo i filosofi: ecco perché il tono verso la poesia si fa più radicale. Non per ignoranza della teoria letteraria, che pure ignorava, ma per la natura del discorso politico che stava conducendo.

    Non credo, infine, che Platone abbia scritto “stupidaggini gravi, spinto da istanze etiche”. Infatti non ha scritto che Eschilo ed Euripide erano poeti poco abili e che le loro opere dovessero venire cestinate. Ha scritto – e non dimenticherei quando lo ha fatto – che non sono Eschilo ed Euripide, ovvero la poesia, a dover educare i cittadini sul bene e sul male perché non lo conoscono: ne parlano, ma non lo conoscono. Non sanno “logon didonai” di quel che dicono. Tu affideresti le chiavi dell’anima a uno che non sa rendere conto di quel che dice? Platone no. E nemmeno Aristotele, a ben guardare.

    Saluti

  12. Io non sono tanto preoccupato dal misurare l’accordo o il disaccordo con Davide, quanto di mettere a fuoco l’oggetto del post. Mi limito perciò a osservare che il giudizio di Platone su Omero o sui tragici NON è un giudizio estetico, e non è un giudizio critico; che le tragedie o l’epos non sono per Platone o per i Greci fiction (e aggiungerei che di sicuro per Platone non sono nemmeno letteratura, così che non si capisce che teoria letteraria Platone ignorerebbe: ma, di nuovo, non è questo il punto); che nel mio post NON si trattava affatto della capacità di giudizio di Platone sulla poesia e sull’arte; che il post mirava a distinguere, non a confondere, filosofia e critica letteraria o artistica. E’ per questo che continuo a non capire la pertinenza della carta che Davide vuole che canti.

  13. Quando dico che Platone ha scritto “stupidaggini gravi, spinto da istanze etiche” non voglio dire che abbia scritto che Eschilo e Euripide erano due mezze seghe: anzi, era troppo intelligente per non rendersi conto della forza di quei tragediografi. Lui li avrebbe censurati proprio in virtù delle forza dei loro testi, del devastante impatto emotivo ch’essi avevano: e sappiamo che ce l’avevano: tant’è che quando Eschilo mise in scena “I Persiani”, a Siracusa, destò grave scandalo il fatto che la figura di maggior grandezza morale tra i personaggi di quella tragedia fosse la regina madre Atossa, una donna e perdipiù persiana (dunque barbara): e sappiamo che alcuni tra gli spettatori volevano linciare l’autore per via di questo fatto (non dimentichiamoci che i Persiani avevano causato tra i Greci lutti numerosissimi). Platone ha scritto “stupidaggini gravi, spinto da istanze etiche” quando ha scritto che si può fare a meno dei grandi narratori: e che dunque esiste una possibile alternativa alla narrativa (che per lui era la filosofia) nel porre questioni morali, etiche, intellettuali a un vasto pubblico: e qui si torna alla differenza tra storia e discorso espressa da Benveniste. Nessun discorso può avere la forza di una storia; e nella comunicazione tra individui, le forme più forti prevalgono, obbligatoriamente. Anzi, come rivela Claude Brémond ne “La logica del racconto”, il discorso è una forma embrionale di comunicazione, rispetto al racconto: perché non consente l’identificazione. La psiche umana è fatta così, c’è poco da farci: Eschilo e Euripide tenevano in pugno le coscienze degli ateniesi perché, inevitabilmente, ogni tema adeguatamente articolato in narrazione (anche se dice una menzogna) è più incisivo di un tema articolato in discorso (anche se dice la verità). [La parola “adeguatamente”, qui, è in corsivo perché su cosa è adeguato e cosa no son stati versati fiumi d’inchiostro, da Propp in poi, ed è un terreno veramente minato]

  14. Massimo, quando scrivi “che le tragedie o l’epos non sono per Platone o per i Greci fiction”, vuoi dire ch’essi pensavano realmente che Paride avesse rapito Elena di Troia? Perché se ti riferisci ai Greci del V sec., sappiamo per certo che non è così.

  15. @Massimo: sono d’accordo e ho cercato di dirlo: il giudizio di Platone non è un giudizio estetico; e il tuo post non riguardava Platone. Però volevo rispondere, su Platone, a Davide. Ho abusato dello spazio commenti, in realtà! 🙂
    @Davide: Platone era consapevole della forza persuasiva della retorica e della narrazione: ha inventato e scritto grandi miti ed è stato uno scrittore straordinario, senz’altro uno dei più grandi, se non il più grande di tutta la Grecia. Se fosse stato convinto che un discorso vero è comunque più persuasivo di una narrazione falsa, né avrebbe scritto come e quel che ha scritto, né avrebbe voluto censurare i poeti. Se leggesse Brémond, almeno nell’aspetto da te citato, Platone sarebbe quindi d’accordo. Però non possiamo dimenticare che la “Repubblica” – e più in generale la sua filosofia – è la risposta a una crisi etica e politica gravissima che aveva colpito Atene e che aveva visto i poeti e i retori incapaci di indicare linee di condotta risolutrici. Se riportiamo il discorso di Platone nel suo contesto, la sua furia anti-letteraria ha una portata più ridotta. Tuttavia, Platone forse direbbe anche oggi che il filosofo, che per lui si occupa eminentamente di questioni etiche, non può permettere che sia il poeta a definire il bene e il male. Non so se sia una stupiddagine, né se sia grave. Però forse è quel che devi dire un filosofo. Chissà che ne pensa Massimo…

    Saluti
    Filippo

  16. premetto che parlo da semplice dilettante (precisazione inutile lo so)
    a mio parere per fortuna, e per natura, le opere dei buoni narratori sono quasi sempre più interessanti delle “istanze etiche o filosofiche o politiche ecc” che loro vorrebbero metterci dentro cioè, la funzione letteraria lavora astutamente contro i “messaggi” consapevoli e invero, a parere di manganelli che parafraso, quasi sempre così confusi, scontati e irrilevanti da lasciare perplesso qualsiasi politico o filosofo di terza categoria. Ma se il politico cercasse lì la sintesi strategica, o il filosofo l’argomentazione puntuale, non è che si dovrebbero lamentare non trovandola. Infatti che io sappia in genere non si lamentano affatto, e lì cercano tutt’altro.

    il che ci spingerebbe a chiederci in cosa consista questa funzione letteraria che differenzia poesia e narrazione da discorso razionale e le separa bene anche dalla propaganda o arte di soggiogare le coscienze con le storielle (e che tuttavia non ne fa affatto un discorso formale e vuoto rispetto alle questioni etiche, o politiche, o conoscitive, anzi, tutt’altro, come rileva Davide. Qui sta il punto)

    Su questo – quando un testo è letteratura e quando no, o cosa si intenda per “artificio”, o per finzione, e quindi per vero, non proprio un elemento secondario dunque – che io sappia, ma posso sbagliarmi, la critica non conosce accordo generale – da aristotele a genette – anzi il disaccordo è sovente ammesso della critica stessa (per non parlare degli scrittori, che in quanto primi critici sono in disaccordo sempre). Io invito nel mio piccolo a leggere la spassosa introduzione di Anatomia della critica che è a mio ignorante parere una delle letture più sagge che si possano fare a questo proposito.

    A quanto ho capito le soluzioni “meta-critiche” in genere si incartano nella tautologia: letterario è il discorso in cui compaiono i tali caratteri letterari: dimostrazione che qualcuno prima o poi riesce sempre a smentire portando ad esempio un testo che da alcuni è inteso come letterario e non ha quei caratteri, dal che si deduce che il problema non è l’elenco dei caratteri, ma l’indimostrabilità critica del giudizio di valore letterario. Le soluzioni meno fragili sembrano situate in territorio semiotico – non a caso – ma anche sembrano arenarsi in genere a causa di un trattamento naturalistico del segno (ma qui è campo minato per me)

    (viceversa, molti accordi mi sembrano esserci su come funziona un testo che “sappiamo” – ma non sappiamo come lo sappiamo, a parte l’oracolo, che è l’unico ad ammettere di saperlo e basta – essere letterario, sulle tecniche usate e via discorrendo, almeno da genette in poi, e si tratta di cose molto rilevanti e persino appassionanti)

    Forse Massimo sta dicendo questo: il filosofo può sapere o non sapere di critica letteraria, sapere o non saper dire perché un testo funziona né come lo fa. Se vuole diventare critico e dire cose di critica dovrà necessariamente saperne. Ma se vuole parlare filosoficamente di letteratura, il problema specificatamente suo sarà un altro, proprio quello che il critico forse non ha armi per affrontare ossia il “cos’è questo”, che platone come è noto risolve “meta-fisicamente” – bello è ciò che partecipa del Bello – e noi dovremmo risolvere in modo differente, immagino. Che il cos’è e il funzionamento abbiano poi un punto prospettico comune – il significato di un oggetto è ciò che ci spinge a fare, gli abiti di risposta di un interpretante – è forse una prospettiva di accordo non trascurabile

  17. “chiederci in cosa consista questa funzione letteraria che differenzia poesia e narrazione da discorso razionale e le separa bene anche dalla propaganda o arte di soggiogare le coscienze con le storielle” è veramente un interrogativo-bomba: sul tema son stati fatti discorsi importanti, che però guardacaso escon sempre fuori dalla critica lettararia tout court (vedi gli studi di Joseph Campbell sulla nascita delle narrazioni come strumenti per tramandare miti, o quelli di Cesare Segre sulle modalità per mezzo delle quiali il racconto “costruisce” le funzioni del linguaggio e ne è a sua volta modificato: ma qui siamo già in campo antropologico).

  18. Io non me la so cavare con un commento. Lavorerò, qualche cosa farò, qualche cosa di sicuro io farò: posterò.
    (Però quando non so)

  19. utente anonimo

    davide, ma non è curiosa, non è interessante la situazione in cui si trova la critica? (lo pongo proprio come interrogativo, non ho una risposta, anche se ho un sospetto):
    uno si aspetterebbe, e parrebbe logico, che la definizione del suo oggetto, cioè la distinzione tra quello e altri, sia il punto di partenza. Invece è un punto cieco e tipicamente o si evita di porlo (“non è un interrogativo rilevante, occupiamoci dei testi”) e lo di dà per deciso occupandosi già di oggetti “ovviamente” letterari (“è il tempo che decide cosa è significativo e cosa no”: come se il tempo fosse una risposta e non un oggetto metaforico e sociale assieme) o lo si decide ricorrendo al trucco di usare i risultati di altre scienze – antropologia, psicologia, sociologia, semiologia ecc – come presupposto (la concezione strumentale è un esempio: i miti “servono” a rinsaldare la comunità, le storie “servono” a tessere miti, le rime “servono” a sviluppare la memoria orale, le a, le o nel tal verso “servono” al tal poeta per dare la tale o la talaltra impressione), risultati che purtroppo scontano per conto loro quella che un professore caro a Massimo chiamerebbe “retrocessione del testimone”

    (te li vedi ‘sti tre tizi della tribù primordiale intorno al fuoco che si chiedono: ragazzi, qui occorre rinsaldare lo spirito del nostro gruppo sociale. Sì ma come? Ehi perché non inventiamo dei bei riti di passaggio e delle storie di dei? Cazzo che idea! Vero? Dai domani mattina li inventiamo, ora vado a casa che c’è la puntata di beautiful e ho il dvd-recorder rotto)

    b.georg

  20. utente anonimo

    Discussione interessante: ma mi chiedo qual’è la differenza tra il ‘fare critica’ e leggere ‘filosoficamente’ un testo letterario? Forse che non sono la stessa cosa? Cosa altro è la Critica se non un confronto filosofico, giudizio teoricamente orientato sull’opera? Se si separano le due cose temo che si vada a finire nelle opposte unilateralità di una critica che è semplice reperto filologico o specialismo linguistico-strutturale, e di una lettura filosofica che rischia la caduta nell’arbitrario, di andare troppo oltre la datità originaria dell’opera, del testo. Certo c’è Croce qui dietro (per lui, si sa, filosofia sempre critica è) ma soprattutto c’è De Sanctis che una qualche sintesi tra critica e filosofia forse l’aveva trovata.

  21. @b.georg, qui per risponderti ho bisogno di un po’ più di spazio di quello che mi offre un commento: urge un post (penso di scriverlo domani con calma, e di postarlo lunedì). Il problema, come sai, è annoso e non credo di aver risposte definitive: al più, dispongo di qualche intuizione, se ti accontenti…

    @Anonimo, tra il ‘fare critica’ e leggere ‘filosoficamente’ un testo letterario c’è di mezzo il mare del Formalismo russo, tanto per dirne una: che, credimi, è un mare bello vasto.

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