Archivi del giorno: gennaio 5, 2006

Il gioco della torre

La lettera di Prodi. Domanda. Se il gioco della torre fosse: cosa scegli, di vivere in un paese deocratico ad alto tasso di corruzione, oppure in un paese autocratico a basso o nullo tasso di corruzione? Casi ipotetici, perché la verità è che la corruzione alligna molto più volentieri nei regimi non democratici, a scarso ricmbio di élites dirigenti, ecc. Ma tu cosa scegli?

Prodi scrive: "esiste ancora una maggioranza, una massiccia maggioranza, di Italiani per bene (per bene, non perbenisti), di cittadini onesti (moralmente onesti e non moralisti) che si stanno rivolgendo a noi proprio in ragione del fatto che alla classe dirigente del centrosinistra riconoscono una maggiore tensione morale". Ora, cosa scegli, di votare per uno schieramento i cui fini politici condividi e che ritieni imprescindibili per la tenuta democratica del tuo Paese, benché poi nelle fila di quello scieramento alligni la mala pianta della corruzione, oppure per quello ad esso opposto, di cui non condividi i fini politici, che anzi consideri pericloso per la tenuta democratica del tuo Paese, ma che è formato da uomini integerrimi? Queste domande non sono fatte per avere risposta, e io per primo mi sottraggo. Ma servono almeno a mostrare che il problema non è affatto – come su molti blog ho visto lamentarsi fino all’indignazione – che Prodi vanti ancora una superiorità morale del centrosinistra, ma che, se anche questa ci fosse, non sarebbe necessariamente una cosa di cui vantarsi che gli italiani votino per quello.

(Che se poi la maggioranza degli italiani votasse in ragione della superiorità morale di una parte, non la sinistra ma l’Italia sarebbe un Paese moralmente superiore. Il che – si può dire? – non è).

Figure

La lettera di Prodi. Quale immagine si è tornati a dare in questi giorni? Cosa si è vista proporre la società? C’è una parte della società che guarda a noi con fiducia, che non vuole vedere le Camere umiliate, ecc., ma vuole vedere all’opera una classe dirigente animata da, ecc.. E noi: con quale immagine ci andremo a presentare? Ci deve essere un confine, oltrepassare il quale fa intravedere l’interesse solo di alcuni.

Da come l’ho ricostruita io, non è che si capisca molto. Ma io vi ho riportato quel che mi colpisce: che si tratti per Prodi dello spettacolo che la politica da di sé in questi giorni. Dell’immagine che si dà al Paese. Non si tratta di quel che s’è visto, ma di quel che si dà a vedere (o viene dato a vedere? Neanche su questo Prodi dice chiaramente). Prodi dice: ci vuole il confine tra politica e affari; i politici governino, orientino, vigilino, e non partecipino. Ma non dice: quel che è accaduto, è che hanno partecipato. E non dice nemmeno: ma mi fate capire a cosa hanno partecipato, quei bricconi, e cosa hanno fatto? Sembra dire: come che stiano le cose, non diamo l’impressione che. Non facciamo brutte figure.

Con una lettera così non mi pare però che si faccia una bella figura.

Repetita iuvant

Ahimé, Sandro Magister non legge il mio blog, mi pare chiaro. Legge invece il Foglio, benché con molta calma. E così si imbatte solo ora nell’articolo novembrino di Giuseppe Scaraffia su Diderot ratzingeriano, Diderot che fa come se Dio ci fosse, al quale avevo dedicato un post. Ora, siccome con la fine d’anno molti blogger hanno ripubblicato alcuni post, oppure fatto un bel resumé, mi prendo anch’io la libertà di dare una ripassata, e metto nuovamente il pezzo sullo scoop mancato del Foglio. cioè sul completo fraintendimento di Diderot. Questa volta, a uso e consumo di Magister (il cui blog, peraltro, è tra i più interessanti della rete).

Al Foglio remano contro (uno scoop mancato)

 

Pagina de Il Foglio (a firma di Giuseppe Scaraffia) dedicata a Denis Diderot. Per quanto sia ben scritta, non ho proprio capito perché Diderot sarebbe il padre illuminista dell’ateismo devoto, come dice il titolo della pagina. (Se lo fosse, sarebbe uno scoop!)

Comunque, devo supporre che sia perchè nell’Entretien d’un philosophe avec Mme la Maréchale de ***, "vertice del suo [= di Diderot] pensiero etico", La Marescialla chiede: "siete voi quello che non crede in niente?". E Diderot: "proprio io". La Marescialla: "Però la morale è quella di un credente"; Diderot: "Perché no, quando si è un uomo onesto?"[…]. "Insomma, cosa ci guadagnate a non credere?". Diderot: "Proprio niente, Signora: si crede forse perché c’è qualcosa da guadagnare?".

Ora, non so se Scaraffia abbia ben compreso la citazione di Diderot, ma se l’ha ben compresa, ha giocato davvero un brutto tiro al suo ateodevoto Direttore. Perché quel che Diderot dice è press’a poco: la religione non mi serve per essere un uomo onesto. La virtù trova premio in se stessa. La stessa cosa pensavano Socrate, Pomponazzi e Spinoza, e nessuno dei tre mi pare sia un campione dell’ateismo devoto (della devozione con o senza ateismo, direi). Se poi uno legge anche il resto della citazione – la Marescialla che confessa che sì, lei è credente, e "presta a Dio per ricavarne un utile", mentre Diderot "dà a fondo perso" – vi trova pure l’affermazione della superiorità della morale laica rispetto a quella cristiana (ovviamente, dal punto di vista del credente, vi trova magari l’orgoglio luciferino della ragiona autonoma).

Se l’ateo devoto deve fare come se Dio credesse perché conviene (è il senso immediato della scommessa di Pascal, richiamata a questo proposito da papa Ratzinger), il testo di Diderot dice esattamente il contrario, che, convenga o meno ("dò a fondo perso", dice), bisogna fare quel che bisogna fare. Il testo di Diderot dice: la religione non mi serve. Non ho bisogno della religione per essere quello che sono.

Ma Scaraffia (o Ferrara) hanno forse letto le parole di Diderot, parole come "senza credere ci si comporta quasi come se si credesse" e hanno preso il contenuto senza riflettere sul suo senso. Diderot sta casomai dalla parte di Bayle, dell’ateo virtuoso, non dell’ateo devoto. E se il contenuto della morale razionale coincide per lui, in termini di virtù, con quello della morale religiosa, è perché è razionale, non perché è religioso. L’ora in cui si dovessero separare (l’ora di Giordano Bruno), chi volesse avere Diderot per padre illuminista, seguirebbe senza difficoltà la ragione, non la religione. Convenga o meno