Archivi del giorno: gennaio 13, 2006

Per un naturalismo non riduttivo

"E’ innegabile, credo, che lo sviluppo delle nuove tecnoscienze […] stia rendendo insostenibile la tradizionale scissione tra scienze della natura e scienze dello spirito […]. Sta emergendo in primo piano l’unità della differenza tra ‘natura’ e ‘spirito’ […]: la dimensione in cui le invarianti biologiche dell’animale umano – che è ciò che in genere s’intende per ‘natura umana’ – si traducono nella cornice di ogni esperienza storica concreta, dunque in ciò che la cultura del ‘900 definisce la condizione umana. Non sono solo le nuove teorie scientifiche, quanto soprattutto le loro ricadute pratiche a investire direttamente questa dimensione antropologica primaria, col risultato che oggi il discrimine decisivo tra i programmi di ricerca passa tra chi ritiene, più o meno esplicitamente, che questa dimensione sia destinata comunque a restare un mistero (e non si tratta solo di teologi o filosofi, ma spesso di scienziati in senso stretto), e chi pensa che invece si possa (o persino si debba) affrontarla come un problema, passibile di un approfondimento e di un’indagine conoscitiva.

"Se optiamo per questa seconda prospettiva, il candidato più promettente per muovere i primi passi in questo territorio di confine mi sembra sia un genere di naturalismo non riduttivo che, per necessità di sintesi, mi limito a riassumere in tre punti. In primo luogo, si riconosce la differenza tra la condizione umana e quella del vivente in generale, rinunciando a ridurre l’una all’altra. Per essere più esatti, si riconosce che le facoltà specificamente umane – ovvero: il lingaggio e la prassi, e più ancora il loro peculiare intreccio, che presiede alla costituzione del senso – non sono riducibili ai modelli correnti di elaborazione programmata dell’informazione che sembra spieghino invece, con discreto successo, gran parte dei comportamenti animali. Detto in una formula sintetica: l’etica non è equiparabile all’etologia (almeno, non a quella di cui disponiamo ora). Secondo punto: questa diversità non è però confinata alle sole prestazioni superiori, come se l’uomo fosse un animale come gli altri, dotato in più di una speciale capacità ‘spirituale’. Al contrario: la chiave della diversità, se esiste, deve essere già rintracciabile al livello della natura umana. Infine, ed è il terzo punto, il legame così ipotizzato tra natura e condizione umana non è solo un presupposto generico e indifferente, una specie di preistoria che si possa dare per scontata nello studio di ogni esperienza culturale, ma è invece un momento essenziale e costruttivo, che entra in gioco sempre di nuovo in ogni atto di costituzione del senso, al punto che un modello interpretativo incapace di coglierne la dinamica è già solo per questo inadeguato a ogni serio interrogativo sull’umanità dell’uomo".

M. De Carolis, Natura umana e costruzione del mondo nel rituale, in Micromega 1/2006, pp. 117-118.

[Note: 1. la presenza del saggio di De Carolis è l’unica ragione che mi ha spinto ad acquistare l’Almanacco di Filosofia di Micromega; 2. Le righe che ho riportato – sperando di non essere incorso in alcun reato – costituiscono l’inizio-premessa del breve saggio, che poi si occupa del tema, indicato nel titolo: il rituale, come banco di prova del’ipotesi formulata. Mi sono insomma limitato a riprendere l’ipotesi, senza mostrarvela sul banco di prova; 3. vi è un unico punto che mi lascia perplesso: non perché non lo condivida, ma perché mi dà da pensare, e perché non so quanto e soprattutto come De Carolis ci pensi: cosa voglia dire (cioè cosa comporti) "…di cui disponiamo ora" e, più giù. "…entra in gioco sempre di nuovo". Credo che De Carolis giudichi non urgente e non rilevante la questione se in un futuro remoto quell’ora giungesse, e credo che non sia molto interessato a mettere quel sempre di nuovo (che esclude in verità che l’ora giunga) dentro una qualche ingombrante metafisica. (Una metafisica che per giunta tenga il punto: lo spirito non può essere qualcosa che si aggiunga in più). Ma questa, come capite bene, è un’altra storia]