Archivi del giorno: gennaio 25, 2006

Qualcuno era riformista

(E’ la prima volta che scrivo un testo lungo del genere sul blog. Prego di considerare il testo rivedibile, invito anzi tutti a rivederlo, se non altro per questa ragione: che è scritto di getto. Non ho il tempo di rileggere e aggiustare. Se interessa, vedremo in seguito di farlo).

E’ difficile provare a rispondere all’appello di Giuseppe Caliceti (Spiegateci, vi prego, cosa è il riformismo), e poi io non sono uno dei politici a cui si rivolge l’appello. Nessuna risposta è possibile se non si comprende bene l’orizzonte di provenienza della domanda – poiché le domande non vengono mai da sole, e ai miei studenti dico sempre: se vi domandano: ‘cos’è la filosofia?’, domandate a vostra volta: ‘perché lo chiedi? cosa vuoi sapere? cosa ti aspetti che sia?’ –. L’orizzonte della domanda di Caliceti non mi è del tutto chiaro. Sembra che abbia implicitamente in premessa una cosa come: al punto in cui siamo arrivati… E’ una premessa che non condivido.
L’appello comincia con un: sì, lo so, non è il momento, ora ci sono le elezioni, bisogna fare quadrato, non bisogna strumentalizzare, però bisogna pure che qualcuno ci dica che cos’è. Che cos’è illriformismo? E’ governare la modernizzazione? E ‘modernizzazione’ è solo un altro nome per ‘capitalismo’? Oppure vuol dire solo “individuare qualche segmento del mondo industriale o finanziario locale o nazionale da contrapporre a un altro blocco politico-finanziario”? O c’è dell’altro?
Io provo a rispondere come se Caliceti non abbia particolari malizie e pensi veramente che c’è dell’altro nel riformismo italiano, anche se temo che Caliceti pensi che non ci sia nient’altro che “trasformismo”, come in ultimo domanda.
E allora. Stando al vocabolario, bisogna che il riformista sia uno che pensi che lo Stato e la società italiana debbano essere riformate. Poiché qui si tratta del riformismo della sinistra, bisogna che il riformista in questione sia uno che pensi che le riforme vadano nel senso di una maggiore uguaglianza di opportunità e di una maggiore inclusività sociale.
A questo significato minimo, che contiene un primo principio di distinzione destra/sinistra, credo si possano aggiungere queste altre dimensioni di significato della parola. Mi limito ad elencarle, poiché non credo, o almeno non so se vi sia bell’e pronto un quadro teorico-sistematico dentro il quale collocarle. E così tiro fuori un’altra caratteristica saliente del riformista: riformista è uno che sospetta dei quadri teorici-sistematici, o che perlomeno è disposto a farsi istruire dalle cose come sono e tiene un elenco, ma lo tiene aperto.
Allora. Riformista è uno che è molto, ma molto riluttante a rinunciare a un miglioramento concreto e reale perché questo ‘fa il gioco del nemico’ (en passant: ne viene che mi posso definire riformista almeno in questo senso, che ho accettato di rispondere all’appello di Caliceti, benché non fosse rivolto a me, ma ‘ai politici di sinistra’, senza timore di fare il gioco del nemico). Invito Caliceti a considerare quanta parte della storia della sinistra sia stata condizionata da questo maledetto ‘gioco del nemico’ (domanda: è per caso successo anche a Nazione indiana, in passato?): avrà, credo, già un primo quadro della cultura politica che può alimentare una proposta riformista.
Ancora: riformista è uno che è molto, ma molto riluttante a rinunciare a un miglioramento concreto e reale in nome di qualche supposta coerenza teorica. Il riformista non è per questo uno che si adagi a credere che ‘in teoria va bene, però in pratica…’. No: ha un’idea alta di teoria, però è anche disposto a lasciarsi istruire dalle cose come sono, e pensa dunque che quel che in quel tal caso si presenta come coerenza teorica è solo ostinazione ideologica.
Ma così mi sto tenendo ancora sulle generali. Ovviamente non ho la pretesa di stendere un programma di governo, però posso venire un po’ più incontro a Caliceti, e aggiungere.
Riformista è uno che sa bene che ci sono le libertà individuali e civili, e che ci sono le disuguaglianze sociali. Sa che non si possono subordinare senz’altro le prima alle seconde, e sa anche che le prime, prese per sé sole, non cancellano le seconde (non è un liberista a 24 carati!). Sicché non ha una soluzione definitiva. A volte penserà che si può lasciar fare alle prime, altre volte penserà che bisogna intervenire per limitare le seconde. In relazione a determinati beni sociali, penserà che bisogna irrobustire le prime, in relazione ad altri beni penserà che bisogna anzitutto sanare le seconde. Il riformista è uno che, dentro il quadro delle moderne liberal-democrazie, sa che il trattino che unisce i due termini contiene una tensione: non crede di poterla risolvere del tutto, non crede che quel che promette un termine dia naturalmente quel che promette l’altro (però sa bene che anche il secondo termine contiene una promessa, non l’ha dimenticato). Si preoccupa dunque che fra i due termini non ci sia rottura né fusione. A volte è a mal partito, perché gli tocca di ricordare ai liberisti le promesse inclusive della democrazia, e ai democratici le promesse ‘esclusive’ del liberalismo (ci sono anche quelle).
Non credo che definisca in generale l’identità del riformismo, ma credo che quello che ora aggiungo valga per una buona parte del riformismo italiano. (Ed è forse quello che crea maggiori problemi a sinistra, per la faccenda del gioco col nemico) Io credo che gli attori politici che si dicono coerentemente riformisti immaginino che buona parte della società italiana sia bloccata, che maggiori elementi di dinamismo vadano introdotti ad esempio nel mondo bancario, o in quello delle professioni, o della ricerca. Credo che immaginino pure che in troppi luoghi corpi sociali lucrino rendite di posizione, e sono disposti a entrare in urto con una qualche parte della loro tradizionale base sociale, per modificare questo stato di cose. Che si tratti di magistrati o di camionisti, di benzinai o di farmacisti. O di professori universitari (i professori!).
Il riformista è di solito un consequenziarista: valuta cioè uno strumento (ivi compresi il mercato e la concorrenza) in base alle conseguenze. E tra le conseguenze non include solamente la maggiore efficienza, la maggiore produttività e neppure anche solo il maggior reddito individuale. Tra le conseguenze include anche gli effetti sul livello di uguaglianza e di pari opportunità tra i cittadini, anche se sa che non può mai prendere a pretesto l’eguaglianza per tollerare l’inefficienza (che spesso finisce col produrre maggiore diseguaglianza). E quanto all’efficienza, può aggiungere che in verità non tutti i beni sociali si lasciano misurare secondo un concetto economicistico di efficienza. (L’efficienza di una scuola, per esempio, per me si misura anche dal numero di libri presi in prestito dalla biblioteca scolastica, o addirittura in base alla qualità dei film che in qualche modo risulti che gli studenti apprezzano).
Sin qui mi sono tenuto dentro i limiti dell’azione politica come immagino che si disegni dentro il quadro delle liberal-democrazie nei paesi occidentali avanzati (quello che ho supposto fosse alle spalle dello stesso appello di Caliceti). Non è però l’unico quadro, e so anche che è solo una finzione metodologica quella che mi consente di parlarne separatamente dal resto del mondo. Ma non voglio scrivere su la vita l’universo e tutto quanto. Non, almeno, in una volta sola.
C’è però un altro punto che voglio in conclusione brevemente toccare, e che in verità mi sta molto a cuore (per ragioni, diciamo, professionali). Sul piano teorico, la sinistra (marxista ma non necessariamente) ha condotto così a fondo la critica/decostruzione dei concetti fondamentali del lessico politico moderno, che per esempio anche concetti cardinali come quello di ‘individuo’ o di ‘diritti umani’ finiscono col riuscire politicamente sospetti, e ideologicamente compromessi. Come riformista, io posso anche dire: a ragion veduta (cerco di vedere sempre le ragioni, io), e voglio tenere sempre presente questo genere di critica, e il modo in cui assilla le false rappresentazioni e le buone coscienze. Però non voglio privarmi di quei concetti, perché ‘fanno il gioco del nemico’. Voglio sapere che sono traballanti, che hanno la loro buona quota di finzione, ma non voglio sostituirli finché mi manca qualcosa di meglio.
Dirò di più (ed è il punto): proprio da quel genere di critica io posso apprendere che non sempre l’altezza alla quale quella critica funziona e invita ad agire è quella dell’azione statale e dello spazio istituzionale. Io (lo confesso) non incontro una donna come ‘individuo’, ma questo non significa che è semplicemente falsa la sua rappresentazione giuridica come individuo, né significa che il mio incontro non abbia la sua verità. Tutt’altro: magari ne ha di più, ma questo non significa che il diritto debba sempre essere improntato a questa verità. Temo questo genere di rettificazioni. Che le relazioni tra gli uomini si dispongono secondo linee diverse e non sempre convergenti mi impegna, come riformista, a non pretendere di cancellare queste differenze e anzi a valorizzarle. Ma anche a sapere che, proprio perciò, questa valorizzazione non occorre che si faccia sempre e necessariamente discorso e azione politico-statuale. (E che, se questo non accade, muoia Sansone con tutti i filistei).
In questo modo io credo di poter mettere a profitto certe radicalità di analisi filosofico-politica, e un impegno concreto in vista di ciò che è possibile fare.

Tanto di cappello

Ernesto trova molto ragionevole quanto affermato dal dottor Joseph Nicolosi su Studi Cattolici:

"Io non penso che l’omosessualità sia normale. La popolazione omosessuale è circa il 2 %, 1.5 – 2 %. Perciò statisticamente non è "normale" nel senso che è molto diffusa. Oltre a questo, non è nemmeno normale in termini di natural design2. Quando parliamo di legge naturale, e della funzione del corpo umano… quando guardiamo alla funzione del corpo umano, l’omosessualità non è normale. E’ un sintomo di qualche disordine. La normalità è ciò che adempie ad una funzione in conformità al proprio design; questo è il concetto di legge naturale – e in questo senso l’omosessualità non può essere normale, perché l’anatomia di due uomini, i corpi di due uomini, o due donne, non sono compatibili".

Nei commenti, io gli chiedo se non sia il cas di distinguere tra normalità statistica, scientifica e morale, allarmato in particolare dal riferimento al concetto di legge naturale. Risposta di Ernesto: normale "ha un significato chiaro già così com’è. Per essere più chiari: la distinzione che tu dici non c’è nelle parole di Nicolosi, non c’è nelle mie, e non c’è in quelle di Sofri e compagni. Normale significa normale".  Normale significa normale, e in mancanza di distinzioni anormale è immorale. Eppure, in foto, Ernesto sfoggia un cappello che proprio normale non è.