Primo giorno: Compass

L’aereo arriva puntuale all’aeroporto J.F.Kennedy. Sono le 18.15, ovvero le 00.15. Prima di ritirare i bagagli (il mio collo pesa, secondo il tagliando, 26 chilogrammi), si passa il controllo: fotografia e impronte, indice destra e indice sinistro. Il prof. Vitiello mette prima l’indice della mano destra, poi solleva il rilevatore e lo sposta sulla sua sinistra. Il funzionario lo guarda esterrefatto: ha divelto l’apparecchio dalla sua sede. Io invece non riesco a calcare bene sul rilevatore con l’indice della mano destra: il funzionario mi prende il dito con disappunto e lo schiaccia con forza sull’apparecchio.

 

All’aeroporto ci aspetta il prof. Pascale, che è venuto gentilmente a prenderci. Per portarci in città a Manhattan impiegherà circa due ore, prendendo l’autostrada nella direzione sbagliata. Percorriamo sicuramente più di centocinquanta chilometri prima di imbroccare un ponte che immette nella città. Io ho tempo di giocare una partita a scacchi alla cieca con mio fratello, e di perderla.

 

Il prof. alloggia presso la St. John Church, a due passi dal Madison Square Garden, noi più giù, all’angolo sud-est di Greenwich West Willage, vicino a Soho e Little Italy (che non esiste più, dice Pascale, perché gli italiani han fatto i soldi e si sono spostati). Salutiamo il professore, poi lasciamo i bagagli nei pressi della Our Lady of Pompe Church, dove ha sede pure il Patronato Acli, e andiamo a cena da Compass, dove mangio uno splendido filetto (Grilled Filet Mignon) e il primo di una lunga serie di dolci squisiti (Chocolate Tart). Mio fratello sceglie il vino (American Sirah), con l’intenzione di bere per una settimana vini americani. Scoprirò che a New York si mangia proprio bene e in quantità, e che in particolare il pane e i dolci sono davvero ottimi. Scoprirò pure che si mangia bene sborsando 200 $ in tre, che i prezzi a listino sono IVA esclusa, e che la gratuity è tutta meno che gratuita, e si aggirà intorno al 20%.

Intanto si fa l’una di notte, che per il mio fuso europeo significano le sette del mattino. Pascale ci accompagna alla Subway. New York, o almeno Manhattan, è ormai, dopo la cura Giuliani, una città sicura. C’è gente per strada, e le strade sono illuminate. Prima di lasciarci Pascale ci suggerisce però di salire sulla vettura centrale (è più sicura, c’è del personale a bordo), e di aspettare il metro lontana dalla linea gialla (a qualcuno potrebbe saltare in mente di farvi uno scherzo…). A me paiono preoccupazioni ingiustificate. Scendiamo all’incrocio fra la Quarta Strada e la Sesta Avenue. L’indirizzo dice: 25 Bleecker Street. Quando usciamo dalla Subway siamo intorno al numero civico 200, sbagliamo direzione, e ce ne accorgiamo quasi cento numeri dopo. Ci rimettiamo in cammino nel verso opposto, per scoprire che arrivare a 25 significa camminare chilometri: non può essere. E infatti non è. Siamo al numero 25 di Carmine (Carmain) Street, all’angolo con Bleecker Street.

 

Però ci siamo fatti una bella passeggiata notturna, a sei o sette gradi sotto zero, fin quasi alle due del mattino. Bleecker Street e le traverse che la incrociano sono animate da diversi locali etnici, ristoranti e caffé non eleganti ma abbastanza caratteristici. Le case non hanno più di tre piani, hanno le famose scale anti-incendio esterne e sono bianche e rosse. All’incrocio con la Sesta Avenue, si vedono finalmente i grattacieli. Il semaforo è bianco, attraverso e mi fermo a metà della strada. C’è vento, l’aria è tersissima. Mi guardo indietro, guardo davanti e in alto. Ho un sonno oceanico, ci penserò domani.

 

3 risposte a “Primo giorno: Compass

  1. utente anonimo

    ehm, “our lady of pompe” è quantomeno sconveniente 😉

    porph.

  2. 🙂 Anche io volevo scriverlo: Our Lady of Pompe non è il massimo, come nome.
    Perdonami, ma non è una grossa scoperta che con 200 $ non si mangi male, nemmeno a New York!!

    Saluti

  3. utente anonimo

    Compass…
    e’ davvero un ristorante da provare..

    Il Nobile

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