Archivi del giorno: marzo 21, 2006

All'Istituto, all'Istituto!

Oggi sono a Napoli, alle 16.00 per il semiinario del prof. Luigi Vero Tarca, Pratiche del pensiero tra Occidente ed Oriente. Il tema odierno è pratiche dell’intero. (Qui trovati i suoi corsi alla SIS del Veneto di introduzione elementare alla logica e alla filosofia della scienza, e qui, alla fine, la domanda che preme a Tarca)

Giaculatorie

“È curioso allora che l’uccisione del dio cristiano secondo Nietzsche, agevolata dal senso di protezione offertoci dal progresso tecnico e scientifico in antitesi al terrore millenario dell’uomo di fronte alla wilderness dello stato di natura, anziché portarci ad affrontare con lucidità la circostanza della nostra finitudine ci spinga verso un nuovo rifiuto dell’irreversibile, una rimozione ottenuta proprio attraverso l’apparato che avrebbe dovuto essere, secondo le previsioni del filosofo tedesco, lo strumento della nostra emancipazione”.
Questo apparato è l’apparato dell’Occidente industriale avanzato, il cui spirito sarebbe perfettamente rappresentato da Santa Claus. Lascio a voi la lettura del saggio di Nicola Lagioia, di cui Il primo amore pubblica un significativo estratto, e domando:
visto che l’uomo non la smette di rifiutare l’irreversibile, di rimuovere invece di affrontare la circostanza della finitudine, non sarà che questa grandiosa produzione immaginaria, che si tratti del mito, della religione o della Coca-Cola, non è solo una ideologica copertura della nostra vera natura da affrontare con lucidità, ma parte essenziale della nostra vera natura, un’illusione sì, ma naturale e inevitabile?
D’altronde, se è un’illusione non naturale ed evitabile, queste analisi perdono gran parte del loro fascino: mostrano quel che, non essendo naturale né inevitabile, non sarà difficile scrollarsi di dosso e forse non pesa poi tanto. Se è invece l’illusione naturale e inevitabile, allora la critica perde gran parte del suo mordente: e allora non solo la critica delle rimozioni e delle sustruzioni non smaschera un bel nulla, ma viene naturale chiedersi se quella di smascherare finalmente non sia l’illusione naturale e inevitabile della critica.
Infine: e se come Spinoza esperissimo che siamo eterni? (In subordine: e se questa giaculatoria sulla finitudine la mettessimo un po’ in discussione?)

New York, 6 marzo, Istituto Italiano di Cultura

[secondo giorno qui] A nanna poco prima dell’una mi sveglio alle tre. Leggo in bagno dalle tre alle cinque. Dormo fino alle sei e trenta. Mi sveglio di nuovo. Fuso orario, caffè o preoccupazioni non so: negli ultimi trentotto anni, quando vado a dormire dormo, in un tempo più piccolo di un tempo scelto a piacere.
 
Però sono le preoccupazioni. Decido di dedicare la mattina alla relazione per il pomeriggio. Il problema è il seguente: per tre quarti non dico nulla di particolarmente originale: l’eurocentrismo, la fenomenologia e l’Europa, Derrida. Nell’ultimo quarto tento di raccogliere l’esigenza posta da Derrida di inventarsi un gesto diverso. E torno a Spinoza. Ora, io tengo all’ultimo quarto, ovviamente, ma ci arriverò? Riuscirò a stare nei tempi? Forse è meglio se lo taglio, e faccio una cosa piana e comprensibile. Non parlo a filosofi, ma agli italiani d’America e alle gentili signore che ruotano intorno all’Istituto italiano di Cultura. Ho mandato il testo (senza l’ultimo quarto) al prof. Pascale, che ha apprezzato, perché confacenti al pubblico, i riferimenti all’attualità. Dovrei tagliare, allora. Si vedrà. (Lo schema della relazione, non letto, e l’inizio, dal capodivisione)
 
Trascorro la mattinata un po’ intontito nei dintorni di Bleecker Street, percorrendo la Sesta, oppure la Houston Street. E recitando come un doloroso mea culpa per aver gettato una mattinata un testo che a stringere a stringere non riesco a tenere sotto i 25 minuti. Verso mezzogiorno con Vitiello andiamo in sopralluogo all’Istituto, che sta sulla Park Avenue.
 
Park Avenue, che scenografia! Ma ci sono film in cui l’inseguimento della polizia si conclude con l’auto che termina la sua folle corsa infrangendosi sul muro di grattacieli che chiude la strada?
 
Con Vitiello si chiacchiera sul tempo: non quello metereologico, ma quello di cui ragiona la filosofia. Anzi: non quello di cui ragiona la filosofia, che non è mai volgare, ma proprio di quello volgare. Ci sarà pure la temporalità autentica, ma da dove spunta fuori quella volgare? Gli chiedo di Deleuze. Apprezza, ma non si sbilancia.
 
A pranzo mangiamo alla trattoria Spaghetto, gestita da un abruzzese. Fusilli Vitiello, linguine io. Al dente: perfetti. Caffè e vino: meno di sessanta dollari. Poi, di nuovo in camera.
Dormo meno di un’ora. Mio fratello è in camera. Abbiamo appuntamento con Vitiello alle 16.45. Alle 16.15 ho già la cravatta, e ho ripreso a passeggiare. Stavolta, sulla Settima.
 
All’Istituto giungiamo puntualissimi, e veniamo ricevuti dal Direttore. E chi ti fa il direttore a New York? Ma è Claudio Angelini, il quirinalista del Tg1! O meglio: lo stesso più dieci chili e una faccia un po’ gonfia, che ci racconta come è finito in quel posto. (Pascale ci dirà che si dà da fare molto più del suo predecessore, riempie l’Istituto di eventi, ma non si sa se rimarrà al suo posto in caso di vittoria del centrosinistra). Rimarrò alquanto sorpreso quando aprirà la serata leggendo il breve testo di presentazione in inglese dopo aver introdotto in italiano. Ma allora potevo anch’io parlare in inglese!
 
Sta il fatto che c’è la traduttrice simultanea. Che vorrebbe farci domande prima di cominciare, ma nessuno le dà retta (ed è un peccato…). Io, peraltro, ho mandato il testo per Pascale il quale mi ha assicurato di averlo girato a colei. Ma non è vero, come saprò a fine serata, dopo aver visto la traduttrice annaspare su alcuni passaggi un po’ più ostici.
 
Affluisce un po’ di gente. Arriva il Nunzio, l’Archbishop Celestino Migliore, molto cordiale, si comincia. Introduce Pascale (Vitiello, il più grande filosofo italiano…), poi Angelini, poi il Nunzio (geopolitica morbida, i valori, questa bella famiglia di nazioni), poi Vitiello. Vitiello è categorico. Rinuncia programmaticamente alla sostanza delle sue argomentazioni (come so avendo già letto il suo testo), e fa bene. Il cristianesimo è questo, la filosofia è quest’altro, l’Europa ce la fa se fa questo. Scandisce con autorevolezza, non gesticola. Piace, perché dice che non c’è tutta questa opposizione fra ragione e fede, e perché distingue cristianesimo storico e cristianesimo ‘invisibile’ (non dice proprio così), Paolo e Gesù (questa cosa piace sempre: Vitiello sa bene che gli obiettano ma è una cosa che si diceva nell’ottocento, però funziona).
Passano i minuti e io capisco che Spinoza ci sta come un pesce fuor d’acqua.
 
Inizio l’intervento. Dopo 5 minuti Pascale mi passa un biglietto: finisci subito perché il Nunzio vuole porre una domanda a Vitiello, ma deve andare via. Ma come cavolo faccio? Procedo mentre mi domando come dare senso compiuto a una cosa del genere, ma dopo altri 5 minuti il Nunzio va via. Meglio così: decido che mi prendo almeno un altro quarto d’ora.
L’esito: è la prima volta che parlo con traduzione simultanea, e non ho i tempi. All’inizio cincischio con ‘umanità’ e ‘tutti gli uomini’, la traduttrice strabuzza un po’ gli occhi (ed è un peccato…). Quando arrivo a Spinoza, dopo aver sfrondato il testo di molte citazioni husserliane, taglio corto: niente logica dell’infinito, niente argomenti. Dio è il tavolo, Dio è questo bicchiere. Mi butto sull’etico a fini di edificazione: se l’infinito è qui, non getti via il finito per guadagnarti un premio, e dunque non fai il terrorista. Sarà l’unica parte della relazione che, nei commenti del dopo-partita, mi parrà apprezzata.
 
Rinfresco, cordialità, dovete tornare. Vitiello è la star, c’ha pure il fisico (da filosofo, intendo). Io ho con me qualche entusiasta signora. Poi si va a cena. L’aria fredda della sera, mentre a piedi raggiungiamo il locale, produce su di me l’effetto migliore: con Pascale facciamo progetti, parliamo in dialetto, dedichiamo un pensiero maschile alla traduttrice. Per il resto, riesco a tenere perfettamente la conversazione senza dare alcuna importanza a quello che dico o ascolto, mentre guardo la città, guardo il cielo fondo, guardo mio fratello fingere anche lui di discutere con attenzione con il Presidente della Camera di Commercio a New York (o qualcosa del genere), guardo Vitiello camminare a passo lungo e decisivo con Padre Giuseppe al fianco. Guardo le luci dei semafori e delle auto e rimpiango di avere negli occhi le lentine, e di non poter vedere le luci sfumare lievitando in grossi palloni rossi sospesi nel buio, con la stessa lievemente euforica leggerezza che sospinge me.
Mangiamo di fronte al Moma, al ristorante Il Gattopardo, con vini da un centinaio di dollari a bottiglia, con Angelini e la moglie (allieva di Menna!), con la tuttofare capolista del’Unione per la circoscrizione America settentrionale e centrale (ma come si fa la campagna elettorale? Sono ammirato), con il presidente di non so quale associazione, natvo di Solofra, con il giornalista del Tg2 Petrone, con Padre non mi ricordi chi e con altri. Mangio bene. Dormo meglio.