Giaculatorie

“È curioso allora che l’uccisione del dio cristiano secondo Nietzsche, agevolata dal senso di protezione offertoci dal progresso tecnico e scientifico in antitesi al terrore millenario dell’uomo di fronte alla wilderness dello stato di natura, anziché portarci ad affrontare con lucidità la circostanza della nostra finitudine ci spinga verso un nuovo rifiuto dell’irreversibile, una rimozione ottenuta proprio attraverso l’apparato che avrebbe dovuto essere, secondo le previsioni del filosofo tedesco, lo strumento della nostra emancipazione”.
Questo apparato è l’apparato dell’Occidente industriale avanzato, il cui spirito sarebbe perfettamente rappresentato da Santa Claus. Lascio a voi la lettura del saggio di Nicola Lagioia, di cui Il primo amore pubblica un significativo estratto, e domando:
visto che l’uomo non la smette di rifiutare l’irreversibile, di rimuovere invece di affrontare la circostanza della finitudine, non sarà che questa grandiosa produzione immaginaria, che si tratti del mito, della religione o della Coca-Cola, non è solo una ideologica copertura della nostra vera natura da affrontare con lucidità, ma parte essenziale della nostra vera natura, un’illusione sì, ma naturale e inevitabile?
D’altronde, se è un’illusione non naturale ed evitabile, queste analisi perdono gran parte del loro fascino: mostrano quel che, non essendo naturale né inevitabile, non sarà difficile scrollarsi di dosso e forse non pesa poi tanto. Se è invece l’illusione naturale e inevitabile, allora la critica perde gran parte del suo mordente: e allora non solo la critica delle rimozioni e delle sustruzioni non smaschera un bel nulla, ma viene naturale chiedersi se quella di smascherare finalmente non sia l’illusione naturale e inevitabile della critica.
Infine: e se come Spinoza esperissimo che siamo eterni? (In subordine: e se questa giaculatoria sulla finitudine la mettessimo un po’ in discussione?)

6 risposte a “Giaculatorie

  1. utente anonimo

    “Io sono etern…Ahhh!”

    e morì.

    😉
    bg

  2. L’eternità – che palle.

  3. “Nel corso della comune ricerca di «ciò che esiste», questo io – un io che è tutt’altro – è stato rifiutato per il fatto della sua improbabilità costitutiva, in quanto esso è apparso come l’immagine arbitraria, e pure eminente, della non-esistenza: è invece proprio in quanto illusione che esso corrisponde all’esigenza estrema della vita.”
    (Georges Bataille, Sacrifices)

  4. Caro Malvino, mi meraviglio che lei pensi l’eternità democristianamente: non è mica durare in eterno!

  5. utente anonimo

    ” – E allora a che diavolo mi servono le vostre scienze? E’ meglio che giochi a scacchi, allora. L’unica legittimazione delle scienze consiste soltanto in questo, che devono rispondere alle domande che io pongo. E invece voi studiate soltanto perchè studiare è un’occupazione piacevole; anche se sai che non s’impara niente. –
    – E allora come si fa? – domandai io.
    – Ma è così. Di questo non ha colpa nessuno. Questa impotenza della conoscenza, questo divieto fatto all’uomo di assaggiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male è e rimane una immutabile caratteristica dell’umanità. Soltanto così bisogna parlare. Non bisogna menar vanto, se arriverò a conoscere fino all’ultimo particolare il significato di ogni geroglifico, e però non sarò in grado di capire il significato di una sola iscrizione geroglifica? –
    – Loro sperano di poterla capire. – Dissi io.
    – Sperano. E’ ora di capire che questa speranza vive da 3000 anni storici, e noi non siamo avanzati di un capello nella conoscenza di ciò che è giustizia, di cosa sia libertà, di quale sia mai il senso della vita umana. Giocare a scacchi è un’occupazione piacevole: ma in essa non c’è niente di cui andare orgogliosi, e ancor meno c’è ragione di disprezzare coloro che non sanno giocare a scacchi. – ”
    Lev Tolstoi, Una conversazione sulla scienza, in Tutti i racconti, Mondadori, i Meridiani, vol. 2° pag. 10.

    E c’è da aggiungere che giocare a scacchi è diventato pure meno piacevole, oggi che sembra più appassionante vedere due robot giocare, piuttosto che impegnarsi nella piacevole ed inutile occupazione di farsi di scacchi.

    ciao

    raffaele ibba

  6. utente anonimo

    “L’eternità – che palle.”

    Nelle braghe di Malvino, sicuramente.

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