Fukuyama spiegato con mio figlio

Sul Magazine del Corriere di questa settimana: E ora vi faccio vedere come (e perché) si «converte» un neo-con americano. Il neo-con è Francis Fukuyama, quello de La fine della storia, che adesso ha scritto un libro critico verso la politica estera dell’Amministrazione e verso il neoconservatorismo, evolutosi in qualcosa che Fukuyama non se la sente di sostenere più.

Della cosa si è già occupato Chrstian Rocca, qui procurando l’impressione che questo Fukuyama sia un po’ confuso, e qui discutendo le tesi del libro, e mostrando in particolare di non condividere assolutamente l’idea di Fukuyama secondo la quale "la minaccia islamica è sovrastimata". 

Io penso invece che, per ciò che una minaccia è, su dieci minacce otto sono sovrastimate, ma mia moglie me lo dice sempre che non sono un tipo apprensivo. Oggi per esempio, al parco giochi, mi diceva di fare attenzione perché Enrico è piccolo e può cadere dall’altalena. Io non le ho dato retta, finora Enrico non è mai caduto, però oggi Enrico è caduto. Ma non si è fatto nulla: il che mi fa pensare che il pericolo minacciato fosse comunque sovrastimato.

Però questo non c’entra. Di Fukuyama si occupa questa settimana anche The New Yorker. E lì dello storico leggo questo: "Jihadism is an antibody generated by our way of life, not a virus indigenous to Islam".

Jihadism è una difesa. Camillo (e un bel po’ di gente) pensa che jihadism è semplicemento la forma islamica del fascismo. Appunto, dice Fukuyama. Anche il fascismo (e anche il comunismo) erano difese contro il secolarismo, il consumismo, la modernità:

"Fascism and jihadism are nihilisms; they cannot be co-opted into the modern system of pluralism, and so they have to be wiped out. But they stand, in a perverse way, for the dark side of disenchantment, which is that, as life becomes more rational and transparent, people lose the sense that there are spiritual forces in the universe greater than themselves".

Ora, che jihadism sia una difesa non significa che stia dalla parte della ragione, se non altro perché è una difesa dalla ragione. Però rende la ragione meno innocente (né si vede perché debba esserlo e come possa esserlo). Se poi mi si fa osservare che la ragione da cui ci si difende è la ragione dell’Occidente, io dico d’accordo. Ma non credo che se analoga obiezione mi muovessero i miei figli (che presto me la muoveranno), figli che cerco (anche) di educare, mentre loro cercano (anche) di difendersi, non credo che solo per questo rinuncerei a ragionare con loro, o consentirei che loro non ne ragionassero con me.

Anche perché dalla ragione mi aspetto non che spacci per sempre le forze dello spirito (qui e non solo qui sta il mio disaccordo con Fukuyama), ma che spacci la sua funesta alleanza con la fiamma. (Che è poi quello di cui avrei voluto parlare  a New York)

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