Risposta a Girolamo de Michele

Non sono sicuro di essere riuscito a individuare bene il punto di disaccordo con Girolamo de Michele, che riprende su Liberazione l’articolo di Luisa Muraro al quale mi sono applicato anch’io. Vediamo.
De Michele dedica una prima parte del suo articolo ad una distinzione importante e utile, che non era oggetto delle mie considerazioni. La distinzione passa tra la negazione pura e semplice di un dato di fatto, che è passibile di accertamento storico (e che dunque pone solo i problemi che pone l’effettiva ricerca storica), e il suo inserimento dentro un’interpretazione, un’ipotesi esplicativa, un discorso politico, ecc. (che pone invece problemi di altra natura, e teorica e politica, proprio perché non sempre ci si libera di una cattiva interpretazione attraverso il semplice accertamento storico del dato). Credo che in questo modo de Michele voglia situare correttamente la questione più generale sollevata dall’articolo della Muraro, che potrebbe essere riassunta così: fin dove può spingersi il relativismo delle società liberal-democratiche, e se esso, lasciato a se stesso, non degeneri in un preoccupante indifferentismo.
De Michele distingue fra relativismo e indifferentismo. Per relativismo de Michele intende “il riconoscimento della caduta (del disvelamento della menzogna) dei valori, e al tempo stesso il punto di partenza per quella pratica costituente della verità cui allude”.
A prima vista, questa definizione suona problematica. Il relativismo, nell’interpretazione di de Michele, ha a che fare con la caduta dei valori, ma non con la caduta della verità (anzi è il punto di partenza per). Se poniamo mente a Nietzsche, che qualche parte in questa faccenda l’ha avuta, dobbiamo chiedere a de Michele se qui non debba dire qualche parola in più sull’idea di verità, che lascia sopravvivere alla caduta dei valori. Io provo a intendere la definizione di de Michele così (mi dirà lui se sbaglio): il relativismo non è una posizione di principio che si assuma su un astratto terreno logico, ma è il frutto di un determinato processo storico, che ha portato al tramonto di un certo e determinato set di valori (e, nel caso della verità, bisognerebbe forse aggiungere: di una certa e determinata interpretazione della verità)[1]. Che certi valori siano dubbi e anzi menzogneri lo ha dimostrato la storia, non un logico; o meglio: se oggi abbiamo una ‘logica’ che ci consente di mostrare il carattere dubbio e menzognero di quei valori, se oggi possiamo pensare questo pensiero mentre non possiamo più pensare, per dirla con Foucault, certi altri pensieri segnati dalla tradizione metafisica occidentale, è perché siamo dove e nel tempo in cui siamo. (Si potrebbe persino dire: questa è la ‘verità’ del nostro tempo). In questa interpretazione, la logica non è più, se mai lo è stata, la sede in cui ne va della verità di un pensiero[2].. Che certi valori siano dubbi e anzi menzogneri lo ha dimostrato la storia, non un logico; o meglio: se oggi abbiamo una ‘logica’ che ci consente di mostrare il carattere dubbio e menzognero di quei valori, se oggi possiamo pensare questo pensiero mentre non possiamo più pensare, per dirla con Foucault, certi altri pensieri segnati dalla tradizione metafisica occidentale, è perché siamo dove e nel tempo in cui siamo. (Si potrebbe persino dire: questa è la ‘verità’ del nostro tempo). In questa , la logica non è più, se mai lo è stata, la sede in cui ne va della verità di un pensiero.
Bene, io ho posto in corsivo in quest’ultimo, lungo capoverso – in cui spero di non aver troppo frainteso, riportandolo nei miei termini, il pensiero di de Michele – la parola interpretazione, solo per segnalare qui che ovviamente sono al corrente (ma anche de Michele immagino lo sia) di quel che un filosofo della riflessione potrebbe obiettare, abbassando al rango di mera interpretazione la storia di De Michele, la sede che lui indica come luogo di costituzione della verità (e che io ho detto genericamente storia, ma che mi pare de Michele pensi più determinatamente: in che modo, qui non rileva). Ne sono al corrente, ma poiché credo di essere d’accordo con de Michele.nel ritenere che la sede logica, astratta e formale, nella quale ogni interpretazione è in linea di principio ugualmente legittima, non sia affatto la sede in cui ne va della verità, e sia oltretutto ben legata a determinate condizioni di emergenza storica, per tutto ciò io non proporrò una simile obiezione, neppure ad hominem. Resta tuttavia importante tenerla presente, poiché una volta che quella sede sia destituita, bisognerà fronteggiare comunque l’obiezione di chi dirà allora che la sede ‘storica’ è solo una delle molte sedi possibili, e che anzi proprio questo dimostra la storia di de Michele, che si sono moltiplicate le sedi, o le storie. E il confine tra relativismo e indifferentismo rischierà di sfumare irrimediabilmente[3]..
Ma, ripeto, faccio conto di aver fronteggiato questa obiezione, poiché sono d’accordo con de Michele sulla tesi[4], e mi domando: dov’è allora il disaccordo? , e mi domando: dov’è allora il disaccordo?
Nell’articolo, io mi sono proposto di smontare una vecchia convinzione kelseniana (che è al contempo ormai una communis opinio), che cioè la democrazia è possibile solo se si rinuncia alla verità. La mia idea è che non è vero affatto che i paesi a costituzione liberal-democratica diano cittadinanza a ogni e qualunque interpretazione. La mia idea considera cioè quei regimi nella loro determinatezza ‘storica’, proprio come vuole de Michele: non ogni pensiero si pensa in quei regimi. Mi sembra però che de Michele dia un giudizio diverso proprio su quella costituzione liberal-democratica, che io mostro di considerare solidale con il processo di costituzione della verità, mostro cioè di considerare come una sede abilitata a secernere verità storica, e de Michele invece mi pare che ritenga piuttosto solidale ai processi in cui si dispiega, nella nuova dimensione imperiale del capitalismo post-moderno, piuttosto la menzogna che la verità.
Ma anche questo punto di disaccordo devo circoscriverlo, poiché io, nel mio pezzo, scrivevo, a proposito delle società liberal-demoratiche, “quando funzionano”, e a sua volta de Michele, nel ricordarmi quel che mi ricorda, scrive “non sempre” – cioè mi ricorda ciò di cui mi ero ricordato: che non sempre le società liberal-democratiche funzionano.
E tuttavia il disaccordo rimane. Se “non sempre” non è solo una concessione retorica, se cioè de Michele non pensa piuttosto “mai, o quasi mai”, mi chiedo se il disaccordo non stia comunque (e semplicemente) nel diverso giudizio che rendiamo sulla società nella quale oggi viviamo. A scanso di equivoci perciò domando: ritiene de Michele che le nostre società liberal-democratiche non camminino verso la verità? Oppure ritiene che per puntare verso la verità quella forma costituzionale (in senso largo) non sia in generale e per principio adeguata?[5] E qual è la forma adeguata, che non tradisca il carattere contingente e relazionale della verità di cui parla Luisa Muraro? Soprattutto, c’è – e se c’è qual è – una forma di transizione verso quella forma adeguata che non tradisca anche solo provvisoriamente il carattere contingente e relazionale, cioè (mi par di capire) non autoritario né violento della verità? E non crede de Michele (ma mi scuso per il carattere molto artificioso della domanda) che mettere la verità da un’altra parte rispetto all’orizzonte attuale è un’operazione di per sé violenta, magari di una violenza necessaria (“pura”?) ma comunque violenta (e sospetta proprio perché violenta per principio), visto che richiede necessariamente l’abolizione dello stato di cose presente? E qual è la forma adeguata, che non tradisca il carattere contingente e relazionale della verità di cui parla Luisa Muraro? Soprattutto, c’è – e se c’è qual è – una forma di transizione verso quella forma adeguata che non tradisca anche solo provvisoriamente il carattere contingente e relazionale, cioè (mi par di capire) non autoritario né violento della verità? E non crede de Michele (ma mi scuso per il carattere molto artificioso della domanda) che mettere la verità da un’altra parte rispetto all’orizzonte attuale è un’operazione di per sé violenta, magari di una violenza necessaria (“pura”?) ma comunque violenta (e sospetta proprio perché violenta per principio), visto che richiede necessariamente l’abolizione dello stato di cose presente?
(Perché ora la mia posizione non suoni troppo continuista, prego chi volesse obiettarmi di stolido continuismo di considerare due cose:
– che il mio non è un atto di fede. Proprio perché siamo scesi su un terreno storico, io non intendo affatto escludere che le società liberal-democratiche possano evolvere, anzi involvere, in un senso che ne mortifichi il carattere aperto, contingente e plurale;
– che continuo e discontinuo sono concetti ben relativi, a meno che non si ritenga che discontinuità si produca solo tra l’uno, il continuo, e l’assolutamente altro. Questa, però, è teologia).
Infine: scesi come siamo sul terreno sul quale possiamo vedere la determinatezza storica delle società liberal-democratiche, nelle quali (come del resto – aggiungo – in ogni società) non si pensano certi pensieri, non crede de Michele che io abbia ragione almeno su un punto, nel chiedere alla Muraro e alla sinistra di lasciar perdere il fantasma del relativismo, questa trita canzonetta, poiché quale che sia il giudizio che diamo sulle società liberal-democratiche nella loro storica determinatezza, di esse si potrà dire tutto, ma non che siano semplicemente indifferenti alla verità, cioè che diano spazio a ogni e qualsiasi interpretazione, visto che in esse non tutti i pensieri si possono pensare (in esse e in ogni altra società, come ho già aggiunto)?
Se su quest’ultimo punto concordiamo, concordiamo almeno, ferma restando la diversità di interpretazione dell’attuale quadro storico, sul punto che mi stava a cuore e sul quale concludevo il mio articolo su Left Wing.
[1] Mi pare di capire peraltro che quel che ho chiamato qui, un po’ immaginificamente, una “posizione su un astratto terreno logico” sia proprio ciò che De Michele dice essere (o ciò che ha a che fare con l’) indifferentismo.
[2] E di conseguenza il carattere dubbio e menzognero di un pensiero non si dovrebbe misurare più (o forse soltanto) in termini di vero/falsità.
[3] Qui sta a mio avviso un certo lavoro teorico che deve interessare anche l’idea di verità, ovviamente, ma questo ora non può certo essere ripreso qui.
[4]Se mi leggerà, De Michele potrà anche togliermi una curiosità: si era avveduto di questo primo e importante accordo? Io credo di no, ma temo per colpa mia, poiché su questo punto il mio articolo è abbastanza reticente, o forse contiene troppi impliciti.
[5] C’è un poco di veleno in questa domanda, in ciò che metto: “in generale e per principio”…

2 risposte a “Risposta a Girolamo de Michele

  1. Avevo letto il tuo articolo e l’ho trovato molto interessante. Aspetto sviluppi.

    (R4)

  2. utente anonimo

    Scusa se invado questo spazio, ma avevo una comunicazione URGENTE da farti. Non puoi non occuparti di questa roba, è assolutamente pazzesco!! Vai sulla pagina web http://www.liminaedizioni.it/lineabianca/numero5-005/b_sommario.html. Trovi un articolo di Carlo Sini su Maradona e uno di Sergio Givone sull’estetica del calcio! Non si riesce a capire se e fino a che punto siano “falsi d’autore”, perchè l’intera rivista sembra esistere realmente e riporta nomi e cognomi di filosofi con tanto di breve bibliografia… Se riesci a scoprire cosa c’è sotto facci sapere, perchè io non l’ho ancora capito! Se te n’eri già occupato in passato, perdonami, sono un po’ disattento.
    A presto,

    Husserl

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