Archivi del mese: Maggio 2006

Beata gioventù

Thomas Altizer non ha smesso i suoi abiti di teologo radicale (che con Kierkegaard e Nietzsche qui si riassumono così: il Dio di Gesù Cristo è l’esatto contrario del Dio dell’istituzione ecclesiastica) e alla bella età di 79 anni s’è letto Il Codice da Vinci!

D’accordo, è fiction, ma almeno ti fa riflettere sulle profonde trasformazioni storiche che il cristianesimo ha conosciuto, poiché non è mica stato sempre lo stesso. Porca miseria, quanti sanno quello che dice Heidegger, che la latinizzazione è il passaggio dall’aletheia greca all’imperium romano? E non è questo imperium il nocciolo del dogma cristiano? Ben venga dunque lo scandalo, che mi ricorda i bei tempi in cui io parlavo della morte di Dio, del Dio dell’establishment (a proposito, non è mica una coincidenza che la scandalo scoppia proprio mentre è in crisi il consenso intorno a Bush). Non fraintendetemi: come romanziere Dan Brown mi fa schifo, però mi diverte un casino vedere le reazioni allarmate del Catholic establishment  per l’effetto enorme che il suo romanzo ha avuto, e mi chiedo se grazie ad esso il cristianesimo radicale non possa diventare finalmente un movimento di massa. Per ora, mi ha fatto entrare in un movie theatre che erano trent’anni: beata gioventù!

(A puzzled Tom)

Geni

Il DRD4 è il gene del temperamento sessuale. Ne esistono due versioni, e se tu hai quella energizzante, la libidine sessuale ti schizza alle stelle.

Io adoro queste notizie. Solo, mi piacerebbe che in mezzo a tante eredità genetiche e basi biologiche, i ricercatori si dedicassero anche a scoprire il gene della ricerca scientifica: chi ha la versione strong, gli diamo il Nobel, e chi ha la versione moscia lo mettiamo a cercare le afrodisiache versioni del DRD4.

I barbari alle porte

Ho finalmente letto il celeberrimo articolo di Citati sull’università italiana, e in particolare sull’organizzazione degli studi nelle facoltà umanistiche.
Citati dice che è un fatto positivo che solo il 20-30% degli studenti arrivi alla laurea. Questa è una fesseria sesquipedale. Parli chiaro, e dica piuttosto che il vero fatto positivo sarebbe per lui un altro, e precisamente che solo il 20-30% degli studenti si iscriva all’università.
Citati sostiene che il corso minor di tre anni non va bene: lo studente termina gli studi senza saper quasi nulla. Poiché è difficile supporre che dopo i quattro anni del vecchio corso di laurea lo studente sapesse quasi tutto, non credo proprio che il problema sia il numero di anni. Senza dire che è un effetto della sua percezione distorta della riforma ritenere che essa si propone di dare in tre anni quello che prima si dava in quattro. Citati sostiene che il sistema dei crediti è un "complicato meccanismo": non è vero, per la sua applicazione richiede l’esatta conoscenza delle sole quattro operazioni, e basta. Citati elogia i vecchi corsi annuali. Io non escluderei nell’organizzazione della didattica che alcuni corsi di base possano durare il doppio di altri: non sarebbe uno stravolgimento, Citati sarebbe contento. Citati scrive che non è possibile che "la Sapienza di Roma stabilisca che, durante un modulo, uno studente non debba leggere più di 200 pagine (testi compresi)". Ha ragione, ma qui il problema non è la riforma, ma la Sapienza di Roma. Citati scrive che "i dottorandi non devono, nello spirito della riforma [e cioè: non possono] insegnare nei licei. Ora, se sono bravi, 19 (età anagrafica) +8 (triennio + biennio + dottorato) =27: i dottorandi sarebbero ben in tempo per entrare ad un’età accettabile nei licei: il problema, di nuovo, non è certo il sistema 3 + 2. Se gli viene imposto di fare altri due anni di specializzazione, arriverebbero a 29. Ma a parte l’età, comunque inferiore – a quel che mi risulta – all’età media di ingresso di un ricercatore nei ranghi dell’università, il problema non è la riforma del corso di studi: basterebbe considerare il dottorato equivalente alla scuola di specializzazione.
Citati vuole ridurre il numero delle cattedre insensate. A volte, questo è un problema di pura denominazione, altre volte è un problema che dipende solo da una distribuzione insensata di docenti e insegnamenti (e relativi crediti), da parte dei corsi di laurea.
Citati sostiene che centoventi ore di insegnamento frontale sono troppe. Io quest’anno le ho fatte, e oso dire: non mi par vero. Non mi pare vero che siano incompatibili con le attività di ricerca del docente. Poiché Citati ragiona ignorando qualunque problema di compatibilità economica, gli si può osservare che si potrebbe ben concedere a un docente di sostenere un minor carico didattico, rinunciando a parte dello stipendio.
Sui finanziamenti Citati ha ragione: se il criterio della densità studentesca determina in maniera largamente preponderante se non unico l’entità dei finanziamenti, il livello di serietà degli studi ne risente.
Ma Citati non affronta praticamente nessuno dei problemi che ha l’università è che sono anzitutto problemi di fondi, di borse, di tasse, di concorrenza, di criteri di distribuzione delle risorse, di accesso concorsuale alle cattedre, di età del personale docente, di distribuzione del personale docente e delle popolazioni studentesche negli Atenei, di svecchiamento della didattica. Problemi, in ogni caso, che secondo me non si risolvono ritoccando il 3+2 o i moduli, queste cose che Citati disprezza, alla fin fine, perché americane. Citati conclude con un pronostico sulla colonizzazione della cultura italiana da parte di cinesi e indiani. Ed è strano, perché gli americani, quelli dei crediti e delle cattedre sui sandali per i tropici, da queste parti a colonizzarci sono venuti già da un po’.
(L’articlo è commentato anche da Angelita)

Il diritto dell'uomo

E’ un vero peccato – dice il filosofo J. Habermas – che una frase del discorso di Papa Benedetto XVI, sul gruppo di criminali che usa e abusa del popolo tedesco per soddisfare la propria sete di dominio, abbia rovinato un discorso bello, meditato e profondo. E infatti oggi i giornali si esercitano sul tema della responsabilità collettiva, della colpa collettiva della Germania (vedi Lucio Caracciolo). Lerner su Avvenire ricorda in una lettera molto equilibrata che le colpe di Auschwitz non possono essere addossate solo a un gruppo di criminali. Dino Boffo risponde che trova ingenerose le critiche. Baget Bozzo intende la spiacevole frase così: il Papa, figlio del popolo tedesco, voleva ricordare che il nazismo "fu anche una violenza contro la cultura e la storia della Germania". Galli della Loggia si spinge oltre, e tira in ballo il "demoniaco prepolitico": in un discorso forse troppo teologico e poco politico (questa era poi anche l’opinione di Lerner, che motiva il suo giudizio opposto a quello di Galli della Loggia) non c’erano "i precisi excursus fattuali", ma questo non significa negarli.

Su Left Wing, io, che storico non sono e non mi riesce di essere, mi sono soffermato esattamente sul senso teologico. Che nel mio modo irrispettoso si riassume così: il male è uno scandalo, l’orrore di Auschwitz è uno scandalo insoportabile. Perché dunque Dio lo ha sopportato? Dov’era Dio? Che me ne importa se i responsabili siano stati uno, cento o centomila tedeschi, o un milione o tutti i tedeschi! Ma il Papa dice: a questa domanda non c’è risposta:

"Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio – vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia". Ora io domando, chi è morto ad Auschwitz non ha almeno questo diritto, di scrutare il segreto di Dio? Non ha almeno il diritto di togliere la scusa che vediamo solo frammenti? Se non ha almeno questo diritto, tutti gli altri diritti essendogli stati strappati, quale diritto gli rimane? E questo diritto da chi deve essergli riconosciuto (dico: deve) se non da Dio stesso? Chi di voi direbbe all’uomo che è morto ad Auschwitz: abbi pazienza, ma tu questo diritto non ce l’hai. E se Dio ha taciuto ad Auschwitz, come può prendere la parola dopo? Come può ancora mettere a tacere l’uomo, e dirgli: non puoi capire, sei piccolo, sei finito, non puoi sapere, vedi i frammenti?

Le parole del Papa sono per lo più le parole della teologia contemporanea. Che rinuncia alle vecchie teodicee e chiede all’uomo di avere purtuttavia fiducia, di sperare nonostante Auschwitz, nonostante i campi, nonostante lo sterminio. Ma poiché esse significano: chi sei tu, uomo, per giudicare?, io credo che chi è morto ad Auschwitz ha il diritto di rispondere: io sono colui che è morto ad Auschwitz.  E se io chino il capo e mi vergogno di essere uomo a cospetto di colui che è morto ad Auschwitz, quanto più profondamente deve chinare il capo e vergognarsi Dio?

P.S. La conclusione dell’articolo di Zizola è la peggiore cosa che abbia letto al riguardo)

Contro il Kitsch

Siamo alla trentanovesima settimana. Può darsi che già martedì prossimo i figli siano tre, ma mentre la seconda veleggia senza intoppi verso i sei anni, il secondogenito ha un intoppo: è stitico.
Non è un po’ stitico, non si tratta di mera pigrizia intestinale, come dice la Marcuzzi, no: si tratta di una svogliatezza cronica, totale, assoluta. Mio figlio mangia tutte le verdure di questo mondo, tutti i legumi che gli vogliate servire, e i biscotti e la pasta integrali, le fibre e la crusca. Mio figlio prende tutti gli sciroppi che le multinazionali del farmaco hanno inventato per regolarizzare gli intestini di tutto il mondo, mangia pere da quando è nato, ma da quando è nato, ormai quasi tre anni fa, non c’è giorno che Dio manda in terra che lo abbia visto andare di corpo con regolarità, con scioltezza, con elegante disinvoltura.
Mio figlio fa i clisterini, i microclismi: come li chiamate? Le pompette. Lo stomaco entro in subbuglio; lui, poveretto, scalcia come un mulo, e finalmente si libera. Fino a un paio di mesi fa, abbiamo atteso a volte tre, a volte quattro, una volta persino sei giorni prima di intervenire con il clisterino. Da un paio di settimane, esigiamo da lui che faccia cacca ogni giorno. Telefono azzurro è sulle nostre piste.
La sera, dalle ore 21.00 alle ore 22.00 circa, va in scena per l’udito dei vicini lo sgozzamento del maiale. Qui siamo in campagna, c’è ancora chi ricorda quali urla mandasse il secondo maiale dopo che ha sentito l’odore del sangue del suo compagno di porcile, e come scalcia quando lo si vuole legare per issarlo sul tavolaccio e scannarlo. Quelle urla si odono la sera. E pure quei calci. Fai la cacca, Enrico. Forza, fai la cacca. Enrico, fai la cacca. Spingi. Dai, spingi. Fai la cacca sennò domani esce dura. Fai la cacca sennò non ti racconto la storia. Fai la cacca per la mamma, fallo che lo diciamo a nonna. E falla, maledizione!
A volte mio figlio chiede la presenza dell’intero nucleo familiare in bagno; a volte prova a spingere ma proprio non ce la fa; altre volte si rifiuta ostinatamente. Poi chiede di farla sul vasetto, nel pannolino, nel lavandino, mentre lo tiene papà, mentre lo tiene mamma, mentre lo guarda Renata, da solo, in compagnia, prima, dopo, dopo che ha lavato i denti, dopo che ha dormito, dopo che gli ho raccontato la storia, dopo.
Quando esce, la cacca esce quasi sempre dura e preziosa come un diamante. Ultimamente un po’ meno, poiché stiamo cercando di fargli fare cacca ogni giorno, proprio per evitare che sia troppo dura, gli faccia male e lui si rifiuti di spingere. Ma è un’impresa titanica, che richiede una pazienza jobica, e molto tempo a disposizione. E siamo alla trentanovesima settimana.
Io poi stimo molto il filosofo spagnolo Felix Duque, e quando venne a Napoli a proporre il suo breviario filosofico sulle cose ultime, e conferì su escatologia e scatologia, capii. 
(E perché il Kitsch, mi chiederete? Ma per le ragioni che teorizza Duque. Scrive infatti Milan Kundera: “E’ questa una parola tedesca nata nella metà del sentimentale diciannovesimo secolo e poi propagatasi in tutte le lingue. A furia di usarla, però, si è cancellato il suo significato metafisico originario: il Kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterale quanto figurato: il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile”).

Ironie e pacchetti

Caro Ambasciatore,
Ho letto lo spiritoso intervento dell’on. Giulio Tremonti sul Corriere di ieri, che ironizzava sullo ‘stile Telefunken’ del pensiero del nostro attuale Ministro degli Esteri, Massimo D’Alema. In particolare, l’on. Tremonti ironizzava sull’ispirazione kantiana della globalizzazione attraverso il diritto, e su quella concorrente, schmittiana, di globalizzare attraverso la forza. Colpito dalla sagace ironia, ho digitato su Google le parole: globalizzazione diritto Kant. Delle circa 128.000 occorrenze, bastava fermarsi alla prima per capire che l’idea è tutto meno che peregrina. Poi ho digitato: globalizzazione forza Schmitt: 13.800 occorrenze, e già la terza chiariva tutto. L’on. Tremonti non apprezzerà forse che si affidi la verifica ai motori di ricerca. Ma io non vorrei fare , come lui, il saputello. Se però replica, la prossima volta gli conferisco una biblioteca.
Cordiali saluti,
Massimo Adinolfi

(A beneficio dei lettori del blog aggiungo che l’intervento dell’on. Tremonti, che fra 15 anni qualcuno di sicuro proporrà come senatore a vita, non dà mostra che l’ex ministro abbia compreso la cosa più banale, che cioè le due idee sono presentate nel’intervista di D’Alema come concorrenti. L’on Tremonti infatti scrive. "Con Schmitt è meglio andarci piano. Soprattutto in Germania": l’intervista di D’Alema era infatti a un giornale tedesco. Ma D’Alema ci va così piano che in verità con Schmitt non ci va proprio, visto che dichiara di ispirarsi tra gli altri a Habermas, e visto che la linea kantiana che giunge sino ad Habermas è presentata correttamente in contrapposizione a quella schmittiana. Tremonti, infine, ironizza sul "pacchetto di citazioni a presa rapida di D’Alema". Uno legge l’intervista di D’Alema, l’intervento di Tremonti, e sa subito chi lavora coi pacchetti di citazioni).

(Aspettando Walter…)

Pagina di Repubblica su Heidegger, a trent’anni dalla morte. Escono nuove traduzioni di Essere e tempo, e Gnoli, che firma l’articolo, comincia dall’oscurità del linguaggio heideggeriano. (Si veda sotto, specie i commenti; ma Essere e Tempo non è mica così oscuro). Le prime due colonne e mezzo-tre dell’articolo però mi piacciono (e Heidegger che a 38 anni ha letto tutto mi sgomenta un po’: sarebbe la mia età attuale…); quando poi Gnoli passa alla verità e a come possa darsi mi piace molto meno. E non mi pare proprio, infine, che si legge Essere e Tempo, a distanza di 80 anni, per capire una buona volta come si passa dall’inautentico all’autentico (che è lo snodo inquietante e finale dell’articolo).

Copia cache

E’ uscito il nuovo numero di Left Wing. La goccia è Ivan Karamazov, e questo dà già un po’ il senso della cosa. La seconda pagina allo stato s’intitola: Auschwitz e il giudizio dell’uomo. Dico allo stato, perché una versione meno irrispettosa sta viaggiando in rete e fra poco arriverà a destinazione.

(Sia chiaro: meno irrispettosa verso Dio, poiché se una cosa Auschwitz per me significa – la stessa cosa, forse che, la Passione significa – è che non c’è da mettere il rispetto al centro della relazione con Dio).

P.S. Aggiunta esoterica per coloro che dopo la morte mi leggeranno: io non sopporto le vecchie teodicee, ma ancor meno sopporto i tragicismi contemporane).

Spinoza on my mind

Rebecca Goldstein ha scritto un libro su Spinoza, Betraying Spinoza. In questa intervista, spiega che da filosofa era abituata a scrivere in "voiceless, storyless, centerless, impersonal way". Poi s’è messa a scrivere romanzi, e quando è tornata alla filosofia non ho voluto riprendere il modo impersonale di prima. Così il libro tradisce due volte Spinoza. Primo perché guarda all’uomo, e cerca in questo modo di capire la filosofia di quel filosofo che ha "il più impersonale degli approcci alla verità". Secondo perché lo prende in considerazione in quanto ebreo, che ai suoi occhi doveva essere un fatto semplicemente contingente e irrilevante:

"Parte della nostra salvezza – della nostra salvezza secolare, come la vede Spinoza – consiste nel decostruire la nostra identità. Credo che in qualche modo la cosa stia per lui così fin dai suoi esordi filosofici: essere ebreo non rientra nell’essenza dell’identità di coloro che sono ebrei; non è essenziale dal punto di vista etico. Questo è un punto di vista che l’ebraismo non credo possa tollerare – non al tempo di Spinoza, e non oggi".

Qui dirò che non condivido affatto questa lettura secondo la quale il contingente è semplicemente irrilevante: ciò che Spinoza dimostra è casomai la necessità di questa contingenza – e la contingenza di questa necessità. Non solo l’una, non solo l’altra. Che poi dal punto di vista etico non sia essenziale essere ebrei non significa che quel che è essenziale, è essere uomini, poiché anche essere uomini è un fatto contingente. Così, se la Goldstein pensa che la salvezza etica consista nel dmenticarsi della propria individualità per elevarsi all’universale, fraintende completamente Spinoza. Della sua vita e del suo rapporto con la comunità ebraica ne so ben poco – peraltro: poco se ne può sapere – però io non penso che Spinoza volesse semplicemente non essere più ebreo (per essere cosa?), ma cercava di essere ebreo in un altro modo. Cercava di essere non solo ebreo (senza un ‘ma anche’ di riserva, però).

(Sullo stesso libro, una recensione del Washington Post)

Asor Rosa al bar

Georgiamada pubblica un articolo in cui Rossana Rossanda difende Asor Rosa: è una canagliata, Asor Rosa non diventa ministro perché lo si accusa di un antisemitismo che non esiste.

Non ho letto il libro di cui parla la Rossanda e non ho seguito le polemiche. Non so nulla, parlo d’altro. Mi piacerebbe infatti chiedere alla Rossanda qualche giudizio sul mondo universitario, sul ruolo che vi giocano i professori universitari, sul modo in cui ha interpretato questo ruolo Asor Rosa.

Poi c’è la riforma. Professori più a sinistra di me mi dicono che Asor Rosa l’avrebbe semplicemente cancellata. Sinistra e modernità.

Non so: mi farebbe piacere poter pensare che la scelta del ministro sia dipesa anche dalle idee che il candidato aveva in testa circa il destino di questa riforma. Poiché penso che non si tratta di cancellarla punto e basta, non sono dispiaciutissimo che Asor Rosa non faccia il Ministro. E contrariamente a quel che pensa il molto onorevole Saia, per il quale una lesbica non può andare alla Famiglia, sono lieto che non sia un professore a guidare il ministero.

(E poi ieri da Antonello sedevo al bar a bere un caffé doppio con Mico e Walter, quando mi arriva Asor Rosa e si siede alle mie spalle. Io ho buttato là con nonchalance:- Grande, quel Fabio! -. E: – Addà veni’, baffino! -. Ma Mico e Walter non sono buone spalle).

Post a luci rosse

La mia immaginazione erotica ha bisogno di una ripassata. Dei 25 sexiest novel che siano mai scritti (secondo Playboy) ne ho letti solo tre. E ormai c’ho un’età. (Però il primo scrittore che passa di qui mi risarcisce con un po’ di titoli italiani, così magari mi rinfranco un po’)

(Via Assouline, che si compiace per la presenza in classifica di Bataille).

Filosofia cisalpina

Non ho letto Dies irae di Giuseppe Genna. Sul suo blog, leggo un’intervista resa a Giovanna Zucconi. Genna dice:

"L’Italia è ai vertici europei per consumo di psicofarmaci, in un’età che sembra non avere più miti e riti di iniziazione al fantastico, ma solo a una falsa idea di realtà".

Io ho difficoltà con affermazioni come queste. Non entro nel merito, ma chiedo: si può lavorare a un’idea vera di realtà, a una teoria dell’immaginario, e tirare in ballo la performance degli italiani nella classifica degli psicofarmaci? Ci si può proporre un compito grande quanto una filosofia, ma autorizzandolo solo su basi cisalpine?

Dies irae è splendidamente recensito da Francesco Pacifico sul Riformista. Nel tentativo di risposta (anch’esso interessante), Genna scrive:

"La forma principe della prosa, cioè il romanzo di eredità borghese, mi sembrava un canone formale, per dirla con Piperno, "sputtanato". Il romanzo è per me una forma storica che ha esaurito la sua compulsione all’imitazione e al disvelamento della realtà". Condivisibile o no (e più sì che no, per quanto mi riguarda), capisco. O almeno credo. Poi Genna continua: "Ciò che mi spinge a una considerazione simile è la mancanza di pratiche epiche nel romanzo contemporaneo italiano, almeno nelle stagioni in cui mi sono formato". E questo non lo capisco. Se queste pratiche epiche ci fossero nel romanzo italiano, quella considerazione perderebbe il suo valore?

Nel tentativo di risposta Genna sostiene: il mio stile, la mia poetica cerca di rendere "un mondo che sta mutando quanto alla sua interpretazione". Sveglia, scrittori! C’è la fisica quantistica, e ci sono le neuroscienze. A me pare che uno scrittore che si ponga questo problema si pone un giusto problema. Però questo non significa forse che "la compulsione all’imitazione e al disvelamento della realtà" da parte del romanzo non si è affatto esaurito, visto che cerca di accordarsi e di corrispondere al mondo che sta mutando?

Buonanotte

"La disascostità, il che è to me dynon pote, il non infracedere mai della succedutezza che essenzia nella succedenza, nella nascondizione.

"Qui c’è già il sostegno principiale per la procedenza nell’aei della costanziazione.

"E’ altro, ma ugualmente essenziale l’en di Parmenide".

(M. Heidegger, Sul principio, traduzione di G. B. Demarta, p.124 [85-86], § 69).

Ora, chi sono io per discutere la traduzione di Demarta? Sono mica Carnap che mi posso permettere ironie con Heidegger! Eppoi io, nella discussione, sono mica analitico: sto con Heidegger! Ma ora che in Italia Heidegger lo stanno traducendo un po’ tutti, contendendoselo e litigandoselo, se tradurre è fare cose come questa che ho citato (pescandola in libreria e ricopiandola su uno scontrino di parcheggio, perché ero a Roma a bighellonare e a vedere Antonello da Messina con un fine heideggeriano, Walter), non sarà meglio darci direttamente il tedesco, e buonanotte?

Adinolfi non si può permettere di dire molto di più

Capita che uno legga un blog mentre non ha molto tempo e non ha neppure molta voglia di scrivere. Capita che uno legga un bel post e rilasci un commento di approvazione.

Però poi capita rubytuesday, che come si legge sul suo blog le canta chiare a tutti e legge il post in questione e prende di mira pure il commento, accusando l’uno e l’altro di non argomentare un bel nulla. (Ovviamente nel post in questione l’argomento c’è eccome, mentre manca del tutto, sull’oggetto del post, nella bella canzonatura di ruby)..

Ora potrei lasciar perdere, ma sono fuori sede, a un convegno, che è già iniziato, e l’organizzatore è stato così gentile da lasciarmi guardare un secondo la posta elettronica, e io sto qui in presidenza di facoltà e leggo un messaggio che mi segnala il post di quella che me la canta, e allora non posso perdere l’occasione di scrivere un bel post in cui non argomento un bel nulla. Se ne parla giovedì.

Dan Brown e la religione nei cartoon

E’ vero che ho mancato di parlare del nuovo governo e della Juventus, ma chi l’ha detto che non c’è due senza tre? Veramente: da dove nasce questo modo di dire? E quale mistero cela? Comunque, su Left Wing m’è toccato Il Codice da Vinci. La goccia è Kundera, ed è la risata di Dio.

(Sul Codice, c’è anche questo. Vi si dice: una religione che dice questa cosa incredibile che Dio s’è fatto uomo, può mica meravigliarsi se ne spuntano fuori di cotte e di crude! Con il Dio dei filosofi, ad esempio, chi se le inventava tutte queste storie? Vero, ma perché si tirano in ballo i filosofi? Perché non gli dei del mito? Con gli dei del mito, eccome se ce n’erano di storie: quegli dei erano le storie!)