Archivi del giorno: giugno 1, 2006

Biopolitica e soggettività

Nell’ambito di un ciclo di seminari su biopolitica e soggettività, Paolo Virno a Salerno ha parlato ieri de L’impossibilità di un’uscita dallo stato di natura. Moltitudine e katechon.
La linea principale dell’argomentazione può essere seguita con facilità. Nell’esporla procedo a singhiozzo, come i miei appunti: non ho il tempo per metterlai in bella. Sicché mi assumo le responsabilità di ogni possibile incomprensione (però Virno, se ha un pregio, è che parla chiaro. Ha anche distribuito un testo, ma io non l’ho avuto):
 
Biopolitica = antropologia + teoria delle istituzioni
(Biopolitica = a volte è l’asylum ignorantiae di quelli che non masticano troppo di biologia, né di politica).
Biopolitica = già da sempre + proprio ora. Il problema è: come si coniugano la dimensione invariante della natura umana e la dimensione storica delle istituzioni politiche.
 
Per porre il problema così come si pone oggi, occorre:
1. sul piano bioantropologico, caratterizzare la natura umana
2. delineare i termini della crisi dello stato e della politica moderna
Ad 1: l’uomo è l’animale aperto al mondo, disambientato, neotenico (poi anche: animale linguistico e istituzionale)
Ad 2. è in crisi il monopolio della decisione politica, e la capacità dello Stato di dar riparo
 
(intermezzo: a me non va a genio la proposta biopolitica che, al dunque, deve pensare l’uomo buono per natura. Voglio costruire la mia proposta politica senza occultare la pericolosità della natura umana. Una politica oltre lo Stato che sia all’altezza della critica schmittiana del liberalismo)
 
Guardiamo com’è sorto il moderno: Hobbes, il contratto, la sovranità, l’uscita dallo stato di natura.
Ma si esce veramente?
La cosa sta così:
stato di natura = pulsioni(-regole)
stato civile = (pulsioni-)-regole
I due stati sono siamesi, solo che nel primo è la dimensione normativa ad essere oscurata, nel secondo è invece quella naturale (=l’apertura al mondo). Lo stato moderno costruisce uno pseudo ambiente per proteggere. Nello stato di natura, le regole ci sono (=lex naturae), ma come assicurarne l’applicazione? Nello stato civile, l’applicazione è garantita (da potere/comando), ma a prezzo di mortificare la natura umana.
(Che rispunta fuori: nello stato di eccezione, a cospetto della moltitudo)
 
(intermezzo: la moltitudo, modo d’essere del comune, si definisce come una pluralità di singoli che vuole stare nella sfera pubblica senza trasferire diritti).
 
Il problema è dunque sempre l’applicazione della regola (cf. Wittgenstein). Dopo lo Stato sovrano significa: sono saltate le condizioni che assicurano l’applicazione non problematica delle regole.
La soluzione wittgensteiniana del follow the rule: prima e a fondamento della regola c’è la regolarità (usi costumi istituzioni, costanti antropologiche, modo di comportarsi comune, ecc.).
Questa costante funge sempre, ma oggi – proprio ora – balza in primo piano.
Questa costante storico-naturale, da cui Hobbes vuole usicre, in cui invece con Wittgenstein sprofonda il livello ‘trascendente’ della regola.
 
L’epoca della tecnica (l’epoca postfordista) si definisce per l’impossibilitò di ritagliare pseudoambienti circoscritti. Stato di eccezione permanente: ciò che fungeva sempre e stava al fondo, ora emerge in superficie. Il nesso implicito fra regolarità e regola da implicito si fa esplicito.
In termini logici, sfuma il confino tra grammaticale ed empirico, fra regola e applicazione, fra caso normale e caso anormale: ogni proposizione può essere ad un tempo fondamento del conrollo e proposizione da controllare.
L’epoca postfordista: i tratti antropologici di fondo (la regolarità) acquistano un immediato rilievo politico.
 
Il problema: quali istituzioni? Come contenere questa instabilità permanente, visto che il tentativo moderno di creare pseudoambienti non basta più?
Non più istituzioni artificiali (convenzionali/rappresentative/parlamentari), ma storico-naturali.
Es.: la lingua,il rito. (cf. De Martino, insieme a Wittgenstein l’altra stella polare dell’intervento di Virno)
In politica: i soviet, istituzioni non rappresentative, in cui grammaticale ed empirico, la regola e il caso oscillano essenzialmente).
La categoria teologica: il katechon. (la lingua è una ‘forza che trattiene’, il rit è una ‘forza che trattiene’. Ma lo sono anche un laboratorio sociale autogestito o una dittatura militare. Ambivalenza)
La logica: quella imitativa. Un rimedio omeopatico. Imitare per contenere senza abrogare.