Archivi del giorno: giugno 2, 2006

Neophobic

Una articolata difesa dei videogames sul Wall Street Journal: chi dice che sono stupidi, violenti o amorali semplicemente non li conosce. La difesa è convincente, salvo il passaggio su Platone, che per la sua avversione alla scrittura diviene il capostipite della neophobic tendency.

Solo che Platone scriveva.

I filosofi, questi scervellati

(1) senza cervello, niente pensiero. Se mai visto qualcuno pensare senza cervello?
(2) Il pensiero è una funzione del cervello: si tratterebbe di una faccenda assai più complicata di quanto lo sia la digestione per lo stomaco, ma non sarebbe di specie diversa. Non c’è in linea di principio alcuna ragione di supporre che il pensiero, per quanto più complesso, stia rispetto al cervello in una posizione diversa da come la digestione stia rispetto all’apparato digerente.
(3) La strategia che Malvino dice materialista e riduzionista credo funzioni così: si possono descrivere i corpi materiali (molecole, enzimi, quello che si vuole) impegnati nel processo digestivo, e descrivere pure la cacca che ne vien fuori e tutto il resto. Alla descrizione non mancherebbe nulla, i fenomeni sarebbero tutti spiegati, senza bisogno di supporre che esista una cosa come LA digestione, benché in tutta evidenza ci siano corpi che digeriscono (crescono, fanno la cacca).
 (4) Oppure (sono io qui che per un momento prendo una posizione appena più debole): il pensiero sia quel che gli pare, ma ci dà a conoscere scientificamente qualcosa del pensiero solo quella ricerca che ci spieghi come ‘funziona’ in termini di neuroni, opportunamente stimolati e connessi.
 
Ora prima di obiettare qualcosa, devo fare presente che chi a questa posizione materialista e riduzionista obietta qualcosa, non è per ciò stesso uno spiritualista sfrenato. Aggiungo pure che il post di Malvino si chiude su un altro punto, quello della responsabilità del pensiero, cioè della figura non solo ontologica ma etica della soggettività. Sono fresco reduce da una lettura averroista, e dunque particolarmente sensibile alla distinzione, che intendo far valere: si può non essere materialisti riduzionisti à la Malvino, e tuttavia rifiutare il corredo etico, in termini di libertà e responsabilità, dell’hic homo intelligit di Tommaso d’Aquino. Malvino pensa che il pensiero sia il più formidabile alleato dell’anima cristiana, e perciò si accanisce. Un greco antico non comprenderebbe un simile accanimento. (Poi nel suo post c’è anche dell’altro, ma mi fero qui)
Ora obietto, il più brevemente possibile.
 
Ad 1. Fior di spiritualisti sfrenati potrebbero sottoscrivere questo primo punto. Che senza cervello non si dia pensiero non dimostra che il cervello è il pensiero, o che non vi sono che cervelli e una cosa come il pensiero non c’è. Che il cervello sia la condizione fisica per incistare il pensiero nella testa di certi animali, potrebbe dire qualcuno, non significa che il pensiero sia il cervello.
Ad 2. Perché il grado di complicazione dovrebbe essere ontologicamente irrilevante? Quale ontologia è qui presupposta in ciò che si afferma in linea di principio? (a occhio, un’ontologia alquanto cartesiana)
Ad 3 (soprattutto). Per una parte, a questo punto si può far fronte con quanto si è già osservato al punto 1. Ma voglio aggiungere: prendo una testa, la apro, vedo quel che succede nel cervello, quali neuroni scaricano quando il titolare della testa vede una parete verde; concludo: vedere una parete verde è questa e questa scarica di neuroni. Poniamo che qualcosa del genere potrebbe un giorno accadere (se già non accade). Ma che significa ‘essere’ quando dico che vedere una parete verde è questa scarica? Qui essere – molto sommariamente – significa equivalere. Non c’è scienza che possa fondare questo senso dell’essere: la scienza deve presupporlo. (Questo poi non significa che sia infondato, ma che se allo scienziato non risulta altro che quell’equivalenza, questo risultato non è legato solo all’evidenza empirica e sperimentale, ma anche a un determinato senso dell’essere).
Ci sono poi filosofi i quali si impegnerebbero a mostrare da dove parte tutta questa faccenda. Il titolare della testa che vede la parete verde deve, per dir così, collaborare. gli tocca di dire quel che vede. Quel dire non è innocente (tutta la filosofia riposa per me su questa convinzione, che il dire non è innocente, e non lascia mai le cose come stanno): suppone per esempio (e ipersemplificando) che si faccia astrazione da un bel po’ di cose perché si costituisca la situazione sperimentale in cui si può stabilire l’equivalenza. Quel dire suppone che si sappia già qualcosa di ciò di cui si deve ricercare il ‘funzionamento’. La scienza produce i suoi risultati in sistemi chiusi (tipo: per cortesia non badate all’attrito), dai quali rimane necessariamente fuori il gesto, l’operazione con il quale il sistema chiuso s’è costituito. Ci sono filosofi i quali proverebbero a mostrare che il sistema non è mai perfettamente chiuso, che (faccio per dire) i condizionamenti entrano in laboratorio, e altri (quorum ego) che insisterebbero su quel gesto che comunque non può che rimanere fuori.
Ad 4. Qui non ho granché da obiettare. Nessuna delle osservazioni precedenti nega in principio validità scientifica a un certo risultato (a parte burlarsi del Corriere, ancor prima che della ricerca scientifica; o forse di una certa ansia di visibilità di ricercatori a caccia di finanziamenti). Come filosofo, posso solo osservare che non c’è solo il conoscere scientifico, che scoprire come funziona una cosa non significa scoprire che cos’è una cosa. (Il che non vuol più dire – ora che la filosofia ha dismesso certe pretese – che solo il filosofo sa veramente cos’è una cosa, e che quello della scienza è uno pseudo-sapere). Che certo, sapere che cos’è una cosa dopo che si sa come funziona sembra del tutto inutile– come le specie intenzionali della metafisica scolastica per la scienza moderna (e per Descartes, che infatti non si dava neppure la pena di negarne l’esistenza). Ed è effettivamente inutile. Solo che è inutile alla ricerca scientifica, che infatti non sa che farsene. Ma che la ricerca scientifica non sappia che farsene (et pour cause, direi), non vuol mica dire che è un sapere del tutto vuoto. Può darsi che i filosofi sappiano cosa farsene…
(Infine, credo che Malvino tema che si approprino i teologi dello spazio in cui i filosofi vorrebbero cercare il loro sapere. E di ciò dà la colpa proprio ai filosofi, che considera ‘oggettivamente’ alleati con i primi. Io invece penso che i filosofi stanno lì a presidiare uno spazio che né gli scienziati, né i teologi possono mai occupare).