Archivi del giorno: giugno 8, 2006

Scarrafone

La linea della mia argomentazione al seminario era:
1. Antica inimicizia arte e filosofia. Ne tengo conto, prima di mettermi davanti a un quadro mi dovete dire per quale razza di motivo, come filosofo, deve mettermi davanti a un quadro, posto che vogliate che il quadro, l’installazione, l’arte in genere non sia semplicemente l’oggetto di considerazioni filosofiche al pari di qualunque altro possibile oggetto.
2. La questione comincia da Platone. Il Sofista: che cos’è un’immagine, cosa fa di una cosa un’immagine.
3. La somiglianza, dite? Ma su cosa si fonda la somiglianza? Se si può dare ragione della somiglianza, l’immagine è spacciata, Platone e la filosofia la spuntano (la ragione: la forma logica), e tutte le chiacchiere che la filosofia fa occupandosi di arte, poesia, musica sono, appunto chiacchiere.
4. Se non si può dare ragione della somiglianza, non c’è pensiero dell’immagine.
5. Sulla natura del segno in genere, e del segno iconico in specie. Dove si mostra l’arcano del segno: che si costituisce solo in virtù di un’interpretante, di qualcuno o qualcosa (che un bel giorno sarà: la ragione adulta) per cui il segno è segno-di, dove non si capisce questo qualcuno o qualcosa come diavolo sia potuto sorgere senza supporre un iconismo primario (Peirce), dove però questo iconismo non può essere tale in virtù di un’interpretante, ma in virtù dei caratteri suoi propri. Cioè?
6. Cascata di conseguenze. Che l’immagine è immagine per nessuno, non per qualcuno. Che l’immagine non è il luogo di riconoscimento o identificazione dell’oggetto (riconoscimento, identificazione vengono dopo, sono nel luogo del terzo in cui coagula la relazione segnica, ma qui siamo alle palle). Che l’origine della significazione è indifferente alla significazione. Che tutte le volte in cui posso ricondurre l’immagine a una regola, a ciò di cui è immagine, ecc., allora non è immagine. Che l’immagine è essenzialmente s-regolata. Che essa fa emergere sulla superficie della somiglianza il fondo indifferente della dissomiglianza (questa non si capisce, ma prendetela per buona, così: la somiglianza dell’immagine è solo il modo in cui l’immagine funziona per qualcuno, per l’interpretante, e infine per la ragione). Che la relazione primaria è diadica, e l’immagine è immagine dell’oggetto ma qui, dove non c’è un terzo che li accordi, né l’immagine è immagine né l’oggetto è oggetto, ciascuno per i fatti suoi.
7. Leggete le proposizioni di cui sopra con riferimento al problema dell’opera d’arte, e capirete.
8. Se non avete capito, prendiamo Wittgenstein. Prima quello del Tractatus: noi ci facciamo un’immagine dei fatti. Ma l’immagine è a sua volta un fatto. Nessun oggetto è, qua talis, un’immagine, e tutti lo possono essere.
E tutti lo possono essere: l’orinatoio di Duchamp. (ready-made, arte concettuale, pop-art io ad esempio li spiego così)
9. Ora prendete il secondo Wittgenstein. Quello che mette un fatto in stato di riferimento a un altro e ne fa un’immagine è, al postutto, una forma di vita. L’immagine vale come immagine grazie a una Lebensform. Ma proprio questa forma s’è visto che al fondo non c’è (oppure, se preferite: che la vita non ha questa forma). E nell’arte contemporanea questa consonanza fra la nostra forma di vita e i suoi segni viene meno (niente più canoni), oppure ci sta stretta (abbasso il canone): espressionismo astratto e arte povera, io ad esempio li spiego così.
(10. Poi c’è Rothko)
 
Ovviamente, di questa linea concettuale quasi nulla ho potuto proporre. Qualche cosa dei punti 1-4, e nel secondo giro di interventi qualcosa del punto 5. Qualcos’altro invece ho detto a proposito delle figure di Serena Nono (e lì l’idea era: mi piace che son quiète, e la quiete è preghiera) e sulle installazioni di Rotelli (che scrive i luoghi e fa vedere la superficie delle parole, cose che la filosofia non può fare), ma molto timidamente, per paura della supercazzola. Ho difeso l’idea che arte e filosofia non sono proprio la stessa cosa. Ho protestato contro l’uso non problematico, in filosofia, di parole tipo interiore/esteriore, che a me non dicono nulla. Ho concluso (in verità mettendo la conclusione all’inizio) con Lyotard su Cèzanne:
Preghiera di Cézanne: che la montagna così familiare lo spossessi, che appaia altrove, altrove da dove lo attende e così lo seduca. Preghiera di deconciliazione, anti-preghiera”. E altrove: “Che la montagna Sainte-Victoire cessi di essere un oggetto da vedere, un evento nel campo visivo, è ciò che Cézanne desidera, che il fenomenologo spera di comprendere e che io credo non possa comprendere”.
 
Al seminario c’era pure la mi’ mamma, che ha detto: il tuo primo intervento non è che l’avevo capito, poi ha parlato Donà e ho capito cosa volevi dire.
Grazie, mamma.