Archivi del giorno: giugno 10, 2006

Guerre culturali

Immaginate di voler scrivere un articolo sulla preoccupazione principale di Papa Benedetto XVI: il relativismo. E’ sufficiente che vi ricordiate del paradosso di Epimenide cretese per: essere brillanti, sconfiggere il relativismo assoluto, fare contenti il Direttore del Foglio, dare addosso ai laicisti ottocenteschi che non sono seri come voi e su questi paradossi ci passano sopra con disinvolta eleganza, e mostrarvi infine all’altezza della gravità dei problemi.

Poi continuate: paradosso, paradosso… Qualcosa dovrà pur venirvi in mente. Ma sì! I paradossi di Zenone! Non c’entrano nulla, ma sempre paradossi erano. E così, forti della vostra brillante associazione di idee, potete stendere un altro paragrafo su Achille e la tartaruga: quanti mai saranno i professori di liceo o gli studenti saputelli che leggono il giornale? Pochi: andate avanti. Potrete concludere con: "Il concetto, la possibilità stessa della verità – messa in forse dalla formidabile logica greca…". Di nuovo, non è che Zenone a quel che risulta volesse mettere in forse la possibilità della verità, però ora avete un’altra parola su cui esercitarvi.

Continuate ancora: verità, verità… qualcosa verrà fuori. Ma sì, il Vangelo, San Paolo, tutto torna! Ora potete chiudere brillantemente il vostro articolo con Pilato che domanda Quid est veritas? Chi è più serio e grave di voi? Altro che i relativisti frou frou, e i vecchi laicisti ottocenteschi. Voi siete laici, però seri, però gravi, però di quelli che sanno quanto la cosa sia drammatica. Voi siete un uomo di cultura.

Manca un’ultima cosa. Una cosa campata in aria, ma che vi dia al contempo una certa aria. Avete scritto un pezzo in cui fate finta di saperne di più, sia pure con materiali di liceo, ora non potete fermarvi: "Un logico impenitente [vi piace fare la figura dei logici impenitenti: avete cincischiato con i paradossi della logica, con l’infinito zenoniano, ne avete tutto il diritto] potrebbe a questo punto chiedersi se la parola della Chiesa possa (o debba) essere assimilata a un ‘metalinguaggio’, la categoria logica inventata dal grande logico (polacco) Alfred Tarski ". E’ fatta. L’avete buttata là: non c’entra una mazza, ma col metalinguaggio della Chiesa – grandiosa ipotesi! – ora potete tornare al paradosso, e lo potete pure risolvere! Avete cominciato il pezzo con l’aria dimessa e finto ingenua di chi dice di non comprendere come mai tanta polemica, e ora tirate fuori il metalinguaggio! Ora giganteggiate col logico polacco! Ora potete persino dire che, fidatevi, il paradosso è risolto: io lo so, certo qualche professore di liceo ne avrà letto qualcosina, ma voialtri lettori no, però con la garanzia del logico polacco starete tutti buoni, che il paradosso si risolve. 

E cioè? O buon lettore, cosa penserai adesso? Raramente, ma davvero, mi è capitato un simile inutile e presunto sfoggio di erudizione da liceo. Da prima liceo. Se Il Foglio ha pubblicato una roba simile, a firma (ahimè) Angiolo Bandinelli, sono sicuro che è per dare una precisa misura del livello culturale delle battaglie in cui si impegna. 

Pornografia

"Lists today, no matter how titillating, are like pornography".

E così pornografando, trovo la lista dei literary theorists maggiormente citati da Critical Inquiry, "the premier egghead journal of the land". E l’articolista (Lindsay Waters) commenta: le liste su Critical Inquiry, è come se Troia avesse nuovamente aperto le porte al nemico.

Però, ora che ci siamo, vi riporto i numeri:

Jacques Derrida 177 citazioni
Sigmund Freud 174
Michel Foucault 160
Walter Benjamin 147 (con la specifica, citato per lo più più senza impegno, come una specie di rituale accademico)
Sotto le 100 citazioni
Roland Barthes 92
Jacques Lacan 80
Fredric Jameson 79
Edward Said 77
Più giù Nietzsche, 57, Aristotele, 38, Chomsky 17.
Giorno verrà che ci sarà la lista dei most frequently cited di Azioneparallela.

 

Un po' di sano (si fa per dire) conservatorismo

Ma poi chi era, Kojève? Uno psicopatico, uno stalinista dichiarato, nutrito dello stesso fervore nichilistico di cui si nutrivano i bolscevichi, uno che non semplicemente teorizzava, ma desiderava e alacremente progettava la fine della storia, l’universale governo della burocrazia e un ultimo uomo esangue e senza amore, un homunculus che peraltro conosceva bene, perché quell’homunculus era lui.
E infatti: a chi dobbiamo la rigida e irreformabile burocrazia dell’Europa? A Kojève, che fu tra quelli che la costruirono. Diamo uno sguardo all’Europa: non vedete che nella sua forma costituzionale e nel suo corso storico non tende affatto verso la democrazia, non vedete che preferisce i diritti collettivi ai diritti individuali, non vedete un continente che rinnega le sue radici storiche e la sua identità culturale?
E l’America? L’America non va da nessuna parte: come un organismo vivente che si sballottola di qua e di là l’America vive alla giornata, tenuta assieme dalla sua identità nazionale e dall’eredità giudaico-cristiana che è infestata da simbiotici parassiti liberali
L’Europa ha sposato coscientemente la fine kojèviana della storia, l’America niente salvo se stessa.
 
Resta l’Islam. Io mica penso che gli islamisti siano come i nostri nichilisti. Fukuyama la fa facile: c’è una legge universale della storia che tende verso la liberaldemocrazia, e chi non c’è arrivato presto o tardi ci arriverà. Ma gli islamisti non hanno proprio nulla a che spartire con l’universalismo e nulla ne vogliono sapere. E la democrazia liberale, quella – ha ragione Huntington – è figlia [chissà quanto legittimo, ndb] del solo cristianesimo. E poi Fukuyama dimentica la biologia: certe cose brutte succedono per mere ragioni biologiche: siamo cattivi, e perciò niente pace perpetua.
 
Conclusione. Cristo ci insegnò a sconfiggere quelle [brutte] cose, e ne pagò il prezzo. Forse è un effetto a lungo termine del suo sacrificio che la storia europea abbia marciato verso la liberale democrazia – il che conferma che essa è un episodio locale, tutto interno alla cultura cristiana