Archivi del giorno: giugno 14, 2006

Te lo sei mai fatto un dire sagativo?

Caro Massimo, si può schiattare dal ridere in libreria? Direi di sì, se si sta ad esempio sfogliando un irresistibile libro di barzellette…o di Alberoni.
 
Io però oggi alla Feltrinelli ho suscitato un certo imbarazzo fra i commessi (librai?) e i clienti. Perché ridere a crepapelle mentre si sfoglia un serissimo libro di filosofia, per giunta dal serissimo titolo (Sul principio!!!), non può non lasciare gli astanti interdetti.
Solo che…come si fa a resistere?? ( forse mi sarò fatto due sniffate di dire sagativo, mi sarò fatto una canna nella lucazione dell’e∫∫ere):
 
«La stradonazione suprema traspropria l’impedizione della proprietà nell’esser-ci.
Questa stradonazione è la nascondizione pura nell’intimità dell’infracedenza.
“Sotto” non vuol dire qui “in giù”, ma piuttosto in su nella recondizione (“sotto” lo slancio ad arco della sua dignità).
La stradonazione può non dare corrispondenza a nessun prendere e a nessuna smania, soltanto la magnanimità della poveranimità nell’ente diatona l’esser-ci» (p.120).
….d’altra parte, si sa «L’ente è soltanto nella saga…Questa saga però non asserisce niente sull’ente, ma dice l’essere, è sagativa…»
 
….Perdonami, ma credo si sia trattato di una cedenza nel primo principio (procedenziale) o del principiamento d’una destinanza… ah, maledetta abscissura!
(by Walter)
p.s. Faccio notare che nella presentazione del libro, si dice che "Questa edizione è arricchita da apparati che permettono di addentrarsi nel lessico che governa il pensiero di Heidegger e particolarmente i manoscritti degli anni ’30 e ’40". Se dunque non avete capito, non preoccupatevi: nel libro c’è l’arricchimento. 

Post(i)

“Heidegger ha fatto una operazione grandiosa, ha distrutto la metafisica senza lasciare un vuoto al suo posto”.
Così scrive georgiamada. Credo che intenda riprendere così l’affermazione di Hannah Arendt, che subito dopo riporta: “sono convinta che tu [mio caro Martin], con il tuo pensare-alla-fine della metafisica e della filosofia, hai creato veramente lo spazio per il pensiero – senza parapetto”.
 
E’ una faccenda complicata. Se per esempio dico che una certa operazione critica toglie di mezzo la religione, ma non lascia un vuoto al suo posto, e cioè dico che al tempo stesso ne occupo il posto (o qualcos’altro ne occupa il posto), troverò un Marx o un Adorno che mi obietta che proprio quello è il problema.
Ma qui s’intende che Heidegger lascia uno spazio al pensiero, e pur decostruendo la storia della metafisica, pur pensando la fine della filosofia, non cede le armi a empirismi e scientismi vari.
Certo: d’accordo. Ma in questo modo rimane meramente negativo (che per me significa: non pensato) ciò che si sottrae alla resa alla scienza e alla tecnica. Che cosa infatti hanno in comune la metafisica e il pensiero senza parapetto? Solo la salvaguardia di un posto per ciò che non è scienza e non è tecnica? E perché una simile salvaguardia sarebbe per se stessa un bene? E dove sta scritto che occupare lo stesso posto dispieghi l’essenza di ciò che occupa (io mi alzo, un altro prende il mio posto: non va mica da sé che io e quell’altro dobbiamo essere pensati a partire dal fatto che abbiamo occupato lo stesso posto).
E qual è allora il compito del pensare oggi, aspettare che qualcosa o qualcuno riempia quel posto, o mantenerlo indeterminatamente vuoto, o né l’una né l’altra cosa? E se poi, togliendo quel posto, anche il resto ne sarebbe trasformato?
(Il resto del post contiene una bella intervista, datata 1988, a Ernesto Grassi, ma mi interessa molto meno)