Archivi del giorno: giugno 22, 2006

Chi la fa l'aspetti

Ma in forza di cosa un embrione, un preembrione, un ootide, le tre cose insieme, quello che volete voi, sono già un uomo? In forza del DNA. Al tempo dei referendum sulla legge 40, ce l’hanno spiegato in tutte le salse: c’è il DNA, c’è l’uomo. (Mons. Sgreccia, che Dio lo perdoni, scriveva che il vero galileiano, attento alle risultanze scientifiche, era lui).

Oggi l‘editoriale di Avvenire di Roberto Colombo ("La tedenza a ridurre l’umano dell’uomo": ma va!?) manifesta la preoccupazione della filosofia e della teologia che questa nuova antropologia scientifica riduca la natura dell’uomo al suo DNA. Chi la fa l’aspetti, mi verrebbe voglia di dire.

(Pregando poi l’illustre editorialista di non confondere la difesa della filosofia e quella del Comitato Scienza e Vita, di Monsignore Elio Sgreccia, e delle pastorali ecclesiastiche).

Tra gli scarti e il rumore

“Ho sete, e ho davanti a me una Sprite e una Pepsi. Ci penso un attimo, allungo la mano e prendo la Pepsi. A che punto ho scelto? Mi pare: in un qualche istante tra il problema di decisione che mi sono posto e il gesto di prendere la Pepsi e lasciare la Sprite nel frigo.
Chiama questo istante "t". Che è successo nell’istante "t"? Direi: si e’ verificato una certo evento fisico x nel mio cervello. Perché non dovrei dire che l’evento è x la mia scelta? Che *cosa* è la mia scelta, senno’?”
 
Non c’è nulla di sbagliato in questo purtroppo anonimo commento (a questo post). In generale, il punto di vista filosofico non consiste nel correggere risultanze scientifiche, e lo scienziato neuroeconomico che così procedesse non commetterebbe alcun errore.
Tuttavia faccio osservare che per concludere senz’altro al modo in cui si conclude, occorre:
1. selezionare ciò che s’intende per scelta prima di verificare quale sia l’evento fisico che accade nel cervello; 2. delimitare per bene, come in una scatola, il lotto di cose ed eventi su cui verificare cosa accade quando si sceglie; 3. presupporre che se in un dato tempo ‘t’ io so tutto quello che accade, allora so anche il senso di quello che accade.
(Faccio osservare pure che chi obiettasse a questi tre punti che d’accordo, però se si vuole capire qualcosa di come funziona il cervello allora si deve procedere così, trascurerebbe la mia premessa: io non dico che lo scienziato non deve procedere così se vuole ottenere risultati, prevedere il comportamento dei consumatori di Pepsi o non so quale altro risultato pratico ed effettivo. Dico invece che la filosofia si occupa piuttosto del senso di un simile procedimento, e pretende che una simile questione non sia affatto risolta quando si producano tutti i risultati di questo mondo).
Vediamo, brevemente:
1. Ciò che intendo che sia scegliere non è irrilevante. Che ‘scegliere’ non sia soltanto una cosa come prendere la Pepsi (al punto che qualcuno potrebbe ritenere che quella non è una vera scelta, o che non ha nulla di paragonabile a scegliere la propria compagna di vita) non indica solo che il concetto è equivoco, ma che la cosa è equivoca, e che ai fini del suo controllo sperimentale (scientia est potentia)viene ridotta e semplificata con Pepsi e Sprite. Non basta nemmeno che si metta in premessa: “a condizione, beninteso, di intendersi previamente su ciò che chiamiamo scelta”, poiché il problema filosofico riguarda proprio il modo in cui si costituisce (a volte: si precostituisce) e questa condizione e l’oggetto che ne risulta condizionato.
2. L’oggetto sottoposto a controllo scientifico deve essere messo al riparo da ogni genere di elementi di disturbo. Se scelgo tra Pepsi e Sprite, e mia sorella, mentre allungo il braccio, grida ‘la Pepsi è mia!’, l’esperimento va a carte quarantotto. Mia sorella deve stare zitta, mentre io scelgo. Questa condizione di isolamento, puntuale e locale, della scelta, non è la condizione in cui avviene la scelta. Mia sorella non sta mai zitta. Ciò che è attorno non sta mai fermo, il passato non è pari a zero. Ancora una volta, azzerare tutto ciò che non è il braccio che s’allunga verso la Pepsi si può fare, come s’è sempre fatto: di considerare trascurabili rumori, attriti, e quant’altro. Ma se in filosofia si sostiene che l’uomo è l’ente che vive in mezzo al rumore, la scelta di cui parla lo scienziato neuroeconomico non è una scelta umana, oppure il mondo che la scienza descrive e magari qualcuno paventa che costruisca (posto che faccia solo questo, il che non è) non è un mondo umano.
3. Questa osservazione è più radicale. Mi è difficile spiegarmi in poche parole. Direi: comunque stiano le cose, vi è per principio un margine tra le cose come stanno (posto che le cose stiano, il che è inverificabile, poiché è la premessa di ogni verificazione) e come debbano essere prese. Non c’è cosa che io non possa prendere come questo o come quello. (Prego chi non fosse d’accordo e contestasse il principio di avere pazienza, perché qui non ne fornirò alcuna dimostrazione). Tra ciò che accade quando scelgo e ‘la scelta’ vi è una differenza, e scegliere di considerarla indifferente o nulla è, appunto, una scelta. Questo non significa che la scelta sia un’altra cosa, e neppure che sia oltre tutto quello che accade. In particolare: non significa che è un fatto spirituale. Concludere così è, per mio conto, cattiva filosofia. Mettere una cosa (fosse pure uno spirito) dove non ci può stare una cosa solo perché le altre cose non bastano, è cattiva filosofia. Ma con ciò quello scarto, quel gioco fra la cosa e il suo senso di cosa non è mica tolto. Quando quello scarto non lo vedi, e pensi che quel che accade nell’evento ‘t’ è la scelta, quando pensi che sta scritto chiaro e tondo in ciò che accade che quella è una scelta, non è che lo scarto non ci sia, è che non te ne avvedi. Che qualcosa o qualcuno l’ha colmato per te, e a te viene naturale di pensare così.
La filosofia è ciò che mette scarti tra le cose e il loro senso.