Archivi del mese: luglio 2006

Compiti per le vacanze

Spengo il computer fra un’ora, e nel passo d’addio trovo questo bellissimo post di malvino, su vera e falsa filosofia, fisica e metafisica, per rispondere degnamente al quale dovrei rinviare la partenza. Mia moglie non è d’accordo. E nemmeno i miei figli (papà, ma stai ancora al ocmputer!).

Facciamo così . Ve lo assegno e me lo assegno come compito per le vacanze. (Il bello è che io sono ben d’accordo con Malvino: "filosofo è quello che dichiara artefatta ogni distinzione fra fisica e metafisica – negando con ciò ogni metafisica". Secondo me (ma, ripeto, è il mio compito per le vacanze, e calza a pennello con il libro su Spinoza che vorrei una buona volta cominciare a scrivere) questa negazione si può fare solo in filosofia (d’altronde malvino scrive: filosofo è…), e non nelle scienze empiriche.

(Voi, mi raccomando: buttate giù trenta righe e speditemele al mio indirizzo di posta elettronica).

Un due tre

Il titolare del blog domani se ne va in vacanza per l’intero mese di agosto, a Palinuro, con la famiglia. Se riuscirà a connettersi tre volte nel mese sarà tanto. Ha con sé tanti libri e tanti film: chissà. (Chi passa di lì è benvenuto: basta recarsi nella località Saline, scendere a mare e gridare Azioneparallela! Azioneparallela! Non posso essere che io: lascio i bimbi e vi vengo a salutare)

Domani esce Leftwing, e compare l’ultimo elezviro e l’ultima goccia prima della pausa estiva. Non so dirvi i titoli, ma il primo è sul valore del valore, e la seconda è di Nietzsche.

(Il precedente post conteneva e ultime parole, non famose, del saggio Una passione senza misura che apparirà su Il pensiero prima o poi. E’ colpa loro se l’attività del blog è diminuita in queste ultime giornate).

Le ultime parole famose

"Davvero sentiamo e sperimentiamo di essere eterni, perché, benché la nostra vita patisca il tempo e non riesca ad essere un tutto, tuttavia dalla morte nulla potrà esserle strappato".

Chi l’ha detto?

Il punto sulla campagna obbligatoria di vaccinazione antiheideggeriana

La si può leggere qui. È lunga 32 pagine, si scaglia contro il maccartismo antiheideggeriano sui giornali francesi e tedeschi (in specie Le point), sui quali lo specchietto ‘Affaire Heidegger’ attira parecchie allodole, e poi si incazza anche e perfino con E. Faye che parla di inediti corsi hitleriani, e manipola e falsifica, e con un certo professore Gourinat, autore di un manuale, che sè scandalizzato per la "consacrazione ministeriale" della filosofia heideggeriana, come se la comparsa di testi di Heideger nell’esame di Agrégation equivalesse a una consacrazione e Heidegger ne avesse un assoluto bisogno.
Questo Gourinat citerebbe poi lo stesso Heidegger che dice nel ’55 una filosofia heideggeriana non mi interessa per nulla, per concludere che dunque Heidegger lo sapeva lui stesso anzicchenò di non essere un filosofo! Di qui ad affermare che dunque Heidegger rigetta quasi ogni principio e addirittura ogni rigore, non dice mai che roba è il pensiero di cui si parla, perché è tutta una maschera per passare all’hitlerismo, il passo di Gourinat sarebbe breve (e se è così, se a questo siamo, il manuale di Gourinat non lo leggerò mai).
Poi c’è la frase sul Fuhrer (p. 11), e qui l’autore di questa requisitoria mi sembra un po’ troppo assolutorio e vago al tempo stesso. Heidegger si appella al Fuhrer contro i barbari ideologi del nazionalsocialismo.
Ma, di qui in avanti, è tutto molto/troppo assolutorio e vago. Va bene che l’interpretazione di Gourinat è decisamente rozza, ma riesce difficile dare alle parole più compromettenti di Heidegger il senso che secondo l’autore avrebbero: il nazionalsocialismo avrebbe agli occhi di Heidegger il carattere di una sfida al nichilismo moderno e ne sarebbe solo un’espressione.
Verso pagina 20 si torna a Gourinat, che scova l’errore filosofico fondamentale di Heidegger: aver misconosciuto la verità come conformità. Con sgomento scopro di essere sospettabile di acquiescenza al nazismo!
Al’autore non va giù nemmeno che la si metta in forma di dilemma: Heidegger tutto ‘nero’, Heideger a due facce, Heidegger tutto ‘bianco’, (credo perché, essendo palese che tutto bianco non può essere, gli si attribuisce automaticamente un lato oscuro). E soprattutto domanda che finalmente si riconosca che dal ’35 al ’45 Heidegger insegnò in uno spirito esistenziale, con il quale si opponeva al nazismo “dall’interno stesso della catastrofe” (p. 30).

Si finisce coi filosofi francesi che al giorno d’oggi si domandano se leggere i tedeschi valga un’ora di lavoro, e soprattutto lamentando che l’attacco ad Heidegger investe ormai non solo l’uomo, le sue compromissioni col nazismo, ma il suo pensiero, che nell’”incultura organizzata” del nostro tempo viene orrendamente sfigurato con la complicità dei media. Son cose volgari, ma finora non gli si è risposto col tono dovuto. Mo basta, però.

Aiuto

In questo momento è entrato nello studio un essere dotato di ali (qualcosa? qualcuno?) di oltre 4 cm di lunghezza. E’ silenzioso, nero e cammina sul vetro. Non so come farlo uscire e sono solo in casa.

E infine una domanda ineteressante

"Faccio un elenco di alcune questioni sulle quali credo che le neuroscienze non hanno proprio nulla da dirci (e quando ci provano dicono solo banalità sconsolanti): perché ci piace osservare un tramonto? perché un ateo dichiarato e convinto si interroga sul senso dell’esperienza religiosa? Sono libero? E’ un buon sistema economico quello capitalistico? Cosa vedo quando osservo il volto della persona che odio? Che facciamo con le parole delle lingue che parliamo? In che senso cura la psicoanalisi? Che differenza c’è fra un errore ed un malfunzionamento? Sono tutti problemi che hanno a che fare con lo spazio interpersonale, linguistico, ovviamente sociale. Le neuroscienze si occupano di ciò che succede dentro i cervelli individuali. Non è attrezzata per comprendere quello che succede fra i cervelli; si pensi ai mirror neurons, straordinaria scoperta scientifica, ma che non hanno nulla da dirci sul perché nonostante i nostri neuroni "provano empatia" per l’altro gli possiamo egualmente sparare; qui c’è tutta l’incolmabile distanza che separa la fisiologia dall’etica. Il giorno che un fisiologo avrà qualcosa di interessante da dirci sull’etica lo staremo a sentire, ma come filosofo, non come fisiologo! Al momento, oltre che le solite banalità (siamo corpi, serve il cervello per l’etica, c’è l’istinto oltre che la ragione; banalità, appunto), non hanno aggiunto una riga interessante su questi problemi. Dopodiché: che i fisiologi vogliano fare i filosofi lo posso capire, perché non sanno cos’è la filosofia, e forse si sono accorti che tanto avanti, con la fisiologia, non possono andare. Ma che i filosofi, che non possono fare i fisiologi (non ne hanno né i mezzi né le competenze) vogliano fare i fisiologi, proprio non lo capisco. La domanda interessante, per me, è: perché questo fastidio per la filosofia?"

Felice Cimatti, su Res cogitans

La tecnica in gioco

L’"Associazione "Basilicata 1799" organizza una ricca serie di incontri sul tema della tecnica, nelle città lucane di Potenza Matera, Maratea, Metaponto, Venosa. I primi ci sono già stati lo scorso settimana, i prossimi nel prossimo, e poi a settembre. Qui il programma, qui la presentazione. Il fine settimana che mi riguarda è a settembre, a Matera: venerdì 9 settembre Edoardo Boncinelli tiene una conferenza su L’anima della tecnica, il giorno dopo Vitiello e il sottoscritto dialogano su Arte scrittura tecnica.

Heidegger Derrida Severino sono pregati di non intervenire, ma voi sì.

Quel che si vorrebbe che

"Un tempo i filosofi erano incaricati di dimostrare prima di tutto l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima, ovvero proprio le cose di cui tutti all’epoca si dicevano convinti (ma non dovevano esserlo poi tanto, dato che avevano bisogno di ricorrere ai filosofi per certificarlo). Oggi, dai filosofi ci si aspetta che fondino la razionalità della scienza, la bontà della tecnologia e il sistema democratico liberale a cui vogliamo convertire tutto il pianeta con le buone o con le cattive. Ancora una volta, si chiede ai filosofi di rassicurarci su ciò di cui siamo già convinti (eppure qualche dubbio sottile ci rode: altrimenti perché ricorrere a filosofi?). Insegnanti, dentisti, giornalisti, bottegai, tutta la brava gente sia di sinistra che di destra è contenta se qualche professore pensa per loro, e garantisce loro che quello in cui credono ha una copertura filosofica adeguata, così come un assegno è adeguatamente coperto dalla banca".

S. Benvenuto, Derrida o dell’autodecostruzione (con una bella idea di decostruzione). 

Un cadavere è qualcosa o qualcuno?

Su Leftwing, di questa settimana. La goccia è: La natura tecnica dell’uomo.

(Letto l’articolo, potete anche leggere queste due prese di posizione sul Corsera. A me sembra purtroppo che la Bonino sia effettivamente generosa nell’interpretazione)

Sulla filosofia (nei suoi dintorni)

Porphyrios mi chiede con apprezzabile ironia: come si distingue il vero dal falso filosofo? Rispondo prendendo abbastanza sul serio la domanda, con qualche breve osservazione in ordine deliberatamente sparso:

1. Lungo tutta la storia della filosofia si fa e si disfa questa distinzione. Se ne può trarre la conclusione che quella distinzione non la si riesce a fare, ma si può anche ritenere che proprio questo farsi e disfarsi abbia a che vedere con l’essenza stessa della filosofia.

2 Se due cose sono indistinguibili, sono perciò identiche? Io credo di no. Il minimo che si possa dire, è che l’identità fondata sull’indiscernibilità è un’identità pro tempore.

3. Che io non possa indicare una volta per tutte l’aspetto sotto il quale la filosofia vera si distingue da quella falsa, significa che la distinzione non c’è, o che non si può indicare a questo modo?

4. Che io non possa indicare l’aspetto sotto il quale la filosofia vera si distingue da quella falsa, significa che non c’è, o che si cancella ogni volta che si traccia? (Faccio spuntare fuori ovunque il tempo, la vita, la prassi).

5. Qual è la natura della linea di demarcazione fra filosofia e non-filosofia? Siamo sicuri che è una linea logica? O somiglia piuttosto al punto in cui l’Achille di Zenone superare la Tartaruga. Poiché Achille supera la tartaruga, ma non in un punto. E se la filosofia si distinguesse dalla non filosofia non già in virtù di un simile punto? Se la filosofia si distinguesse dalla non filosofia, ma non in una proposizione?

6. V’è mai capitato di percepire una certa aria, un certo stile? Non è necessario pensare che siano cose fumose, o inspugnabilmente mistiche.

7. (Non è difficile peraltro indicare quando Achille sia più vicino alla Tartaruga. Non è difficile nemmeno indicare, con buona approssimazione e in termini operativi, la differenza fra la filosofia e la gastronomia. Sicché non disperiamo: certe cose si possono fare pure su un blog).

8. Possiamo anche mettere insieme le due cose: nel tracciare la differenza tra filosofia vera e falsa, quel che conta è lo stile con cui lo si fa, perché poi il tempo e porphyrios cancelleranno la differenza.

9. Ma al non-filosofo interessa tracciare quella differenza? La vera filosofia ha questo interesse, questa specie di passione inutile; la falsa filosofia se ne disinteressa (come la falsa moglie dinanzi al Re Salomone).

10. Poi qui ci posso pure mettere una definizione istituzionale di filosofia, ma sappiamo tutti che sarebbe insufficiente. L’insufficienza dei mezzi logici, l’astheneia del logos è, di nuovo, un’esperienza filosofica. Il non-filosofo terrà semplicemente quella insufficienza come dimostrazione di una insufficienza della cosa, e passerà oltre; il filosofo come l’occasione di una domanda, che lo afferrerà.

Laicità

L’Associazione Italiana Filosofia e Teologia e la rivista Filosofia e Teologia (della quale faccio parte) organizzano, in collaborazione con il Centro Universitario di Cultura e Pratica Filosofica di Falconara, il terzo convegno su

Tramonto o trasfigurazione di cristianesimo, quest’anno dedicato alla Laicità. Il redivivo capodivisione Tuzzi, che a settembre tornerà a nuova vita, pubblica la delineazione del tema e degli intenti scritta da Giovanni Ferretti, che è un filosofo serio.

P.S. Tra i materiali che sul sito di Ferretti sono messi a disposizione degli studenti, segnalo il corposo avvio alla lettura di Dato che, di Jean Luc Marion, che è fra i più interessanti filosofi cattolici viventi (oltre che uno straordinario conoscitore di Descartes, Husserl, Heidegger)

Jahanbegloo

Ho già segnalato la sua detenzione. Oggi Giancarlo Bosetti su Repubblica dà nuova evidenza al caso del filosofo iraniano in prigione dal 27 aprile senza che nulla si sappia della sua sorte, e io torno a darvene notizia

Per la corporazione

"Una volta mi capitò di fare, in merito al filosofare e ai suoi linguaggi, una osservazione che mi intrigò non poco" (sott. mia).
Come se uno dicesse: una volta stetti lì così tanto a pensare al punto che la mia intelligenza mi sorprese.
(L’osservazione che in merito al filosofare Angiolo Bandinelli una volta fece per rimanerne intrigato è: non tutte le lingue hanno la possibilitò di sostantivare l’infinito del verbo essere. I lettori del Foglio, che sicuramente sarann intrigati dalla versatile e multicolore cultura di Bandinelli, devono altresì sapere, al riguardo, che Bandinelli è solo un altro nome del famoso linguista Benveniste, il quale non è morto, ma è tornato sull’argomento a distanza di diversi decenni dal suo famosissimo saggio Categorie di pensiero e categorie di lingua).
P.S. Non mi dite perché mi occupo di Bandinelli. Io mi occuperei solo di Bandinelli, di gente cioè che pensa si possa filosofeggiare, almeno sui giornali, per il solo fatto di aver letto libri, indipendentemente da come li si è letti. Insomma, la mia è una difesa corporativa: la fanno i tassisti, perché non anch’io?)

Facciamo un esempio

Per non dispiacere nessuno, prendo un esempio di ciò che intendo proprio dai giornali. L’editoriale di Ernesto Galli della Loggia apparso ieri sul Corriere. Io comincio a leggerlo con il proposito di formarmi un’opinione, ma man mano che procedo nella lettura comincio a chiedermi se, indipendentemente da torti e ragioni, è scritto in maniera che le sue asserzioni siano coerenti e giustificate. L’editoriale in questione non è affatto scritto male. Galli commenta le parole del Ministro degli Esteri D’Alema, a proposito della sproporzione fra l’attacco a Israele e la sua reazione. La sua opinione è: la reazione è sproporzionata, ma ci rendiamo conto di cosa sia e di cosa capita in Israele da qualche decennio in qua? Ora, perché, giunto alla fine, Galli aggiunge un periodo sul valore simbolico del territorio sopra il quale sorge lo Stato di Israele, periodo che con il resto dell’articolo non c’entra nulla? Io immagino che l’articolo finisca prima dell’ultimo periodo, e vedo che non perde in nulla la sua efficacia. Anzi: forse che se le terre fossero altre, la reazione sarebbe meno o più sproporzionata? (A riprova, leggete Israel, che con amara ironia mette austriaci e italiani al posto di palestinesi e israeliani, e il gioco gli riesce, secondo la sua opinione, senza ulteriori investimenti simbolici). Ovviamente, l’articolo è opinabile: qualcuno potrà dire poche storie, la reazione è sproporzionata e basta, e qualcun altro che non lo è affatto. Ma io non riesco ad ‘opinarlo’: prima ancora di ‘opinarlo’ io lo butto semplicemente via, perché è palesemente difettoso. E a che vale avere opinioni anche dotte, quando poi difetta la capacità di ragionarci su?

(Qualcuno potrebbe difenderlo così: non hai capito, Galli vuol proprio dire che solo il significato simbolico di quelle terre spiega la reazione sproporzionata. Ma, se è così, perché non porta uno straccio di argomentazione? Perché si limita a mettere in fila reazioni ‘esagerate’, per poi limitarsi a dire che non si comprendono se non si tiene presnte il valore simbolico? Se questo è il senso del suo articolo, dov’è non dirò la dimostrazione, ma l’argomentazione che sostiene la sua opinione? Forse l’articolo doveva cominciare là dove finisce)

Lo vedo strano

La mia dieta mentale prevede che io mi formi il minor numero di opinioni possibili. La tenuta di un blog è una costante tentazione a trasgredire la dieta, ma io mi sforzo di portare opinioni che siano perlomeno argomentate, e così mi assolvo. Le poche volte che rilascio un’opinione senza argomentazioni a sostegno, è perché confido in cuor mio che saprei trovarne di buone.

A voler rispettare questa regola, non mi riesce di formarmi un’opinione su ogni singolo episodio dell’infinita crisi medio-orientale. Non parlo degli obiettivi di lungo periodo, del diritto dei popoli, della pace o della sicurezza. Parlo di cose come chi ha cominciato, se la reazione sia proporzionata, se c’entrano la Siria o l’Iran o tutti e due, se debba andarci l’ONU, se l’Europa debba muoversi e come, ecc. ecc. Non che non abbia opinioni in proposito, ma si tratta appunto di opinioni, fondate su dati di seconda e terza mano. Io non nutro un particolare interesse per le mie opinioni (in quanto opinioni), figuriamoci per quelle altrui. E invece vedo che molti blogger, compresi quelli che apprezzo e stimo, non hanno alcuna difficoltà a formarsene una. Beati loro. Peraltro, sono abbastanza convinto che molti non supererebbero un esame di storia contemporanea, eppure vedo che nutrono opinioni precise su faccende sulle quali io non mi raccapezzo affatto.

Ma manifestare un’opinione è anche un atto politico, e io non penso affatto che si sia titolati a compierlo solo con assoluta cognizione di causa. Mi domando tuttavia perché certi blog sentano questa urgenza politica, e se siano consapevoli che è essa, più che la conoscenza diretta della questione a spingerli a scrivere. Non vorrei essere frainteso: non sto proponendo cose alle Sartori. Sto solo dicendo che la natura del mio blog torna ad apparirmi strana, ogni qual volta vedo la blogosfera scossa e fremente, attraversata da quei temi sui quali tutti sentono il bisogno di dire la loro: che si tratti dei Mondiali di calcio o, questa volta, della crisi in medio-oriente (di nuovo, non in generale, ma nello specifico dell’attuale spirare dei venti di guerra). Proprio allora, io sento molto poco il bisogno di dire la mia, preferisco anzi non averla neppure.

(Mi si dirà: ma per i giornali è la stessa cosa. Le opinioni vi galleggiano allegramente. E’ vero. Ma io non sono il titolare di un giornale).