Sofri, Heidegger, Celan, Bazarov, Hersch

Mi ero tenuto alla larga dalla questione Heidegger, Heidegger e il nazismo. Adriano Sofri ha scritto un lungo articolo su Heidegger e Celan e io mi ero tenuto alla larga. Poi scopro che Bazarov sfotticchia la lectio magistralis di Sofri, in verità senza troppo entrare nel merito. Anzi: senza entrarci per nulla.
Poi scopro che a commentare risentito si scomoda Sofri in persona (o almeno così pare), e fa giustamente presente a Bazarov che a parte gli insulti si aspetterebbe che si discutesse, appunto, il merito.
Poi mi accorgo che ieri, sul Riformista, Livia Profeti torna sulla faccenda mettendo a confronto il dibattito francese (rinfocolato dal libro di Emmanuel Faye, che ho a suo tempo segnalato) e quello italiano (che va abbastanza a rimorchio). La sua opinione è che quello francese è più avanzato, perché non si discute più della compromissione della persona, ma della compromissione del pensiero – e l’articolo di Sofri sarebbe un’eccezione.
Poi vi linko Roberta De Monticelli, che si affida completamente al giudizio di Jeanne Hersch, che di Heidegger fu allieva, per riassumere i tre capi d’imputazione contro non l’uomo ma contro il suo pensiero. E vi metto qui questa sua non irrilevante considerazione:
“La maggior parte dei filosofi che direttamente o indirettamente sono stati ispirati dal pensiero heideggeriano propende per il primo corno dell’alternativa.. E’ la tesi dell’irrilevanza, come possiamo chiamarla, che la riduce a una leggerezza, a una svista temporanea – mentre l’adesione continuata al partito si spiegherebbe con l’opportunismo, cioè con la viltà. Una tesi che “salva” la dignità intellettuale della filosofia di Heidegger al prezzo di ridurre l’uomo che l’ha prodotta – e che aveva l’ambizione di essere un pensatore epocale, dove l’epoca è la modernità e quindi anche il presente – a uno sbadato prima, e a una figura morale di rivoltante meschinità – un opportunista – poi. Che non gli riconosce dunque neppur la dignità della coerenza, attestata dal suo lungo silenzio”.
Vengo, infine, a me. Non formulo opinioni sul grado di compromissione di Heidegger e del suo pensiero. Non sto a dire che Essere e Tempo è un capolavoro: lo sa chiunque ne sa di filosofia. Dico un’altra cosa, che non mi è ancora capitato di scartare una posizione filosofica (diciamo così) in ragione delle sue sgradite conseguenze politiche. Non sto affermando che il nazismo sia una conseguenza politica o sia politicamente coerente e congruente con Essere e Tempo (o con tutto il resto). Dico invece che non mi riesce di assumere nessuna conseguenza negativa – anche la più orrenda e inumana – come principio assoluto del filosofare. (E non è una scelta comoda, la scelta di filosofare).
 
(Sarà per questo che penso in maniera un po’ impudente che, in un certo fondamentale senso, dalla filosofia non consegue proprio nulla. Ma per favore non domandate su quest’ultima, indifendibile affermazione. E leggete per bene questo post, prima di accusarmi di filonazismo).

6 risposte a “Sofri, Heidegger, Celan, Bazarov, Hersch

  1. Massimo, prima di intervenire, vorrei che mi chiarissi meglio questo passaggio: “[…] non mi è ancora capitato di scartare una posizione filosofica (diciamo così) in ragione delle sue sgradite conseguenze politiche. Non sto affermando che il nazismo sia una conseguenza politica o sia politicamente coerente e congruente con Essere e Tempo (o con tutto il resto). Dico invece che non mi riesce di assumere nessuna conseguenza negativa – anche la più orrenda e inumana – come principio assoluto del filosofare. (E non è una scelta comoda, la scelta di filosofare).”

    non capisco, in particolare, l’ultimo passaggio (“non mi riesce di assumere nessuna conseguenza negativa come principio del filosofare”).

    emilio/millepiani

  2. Dico banalmente: se qualcuno mi dimostra che da quel che penso consegue X, e X è una conseguenza moralmente inaccettabile, dico che s’è fatto ancora il meno, e chiedo che mi si dimostri che X è una conseguenza moralmente inaccettabile, e soprattutto che mi si dimostri che essendo quella conseguenza moralmente inaccettabile è falso quello che io penso.
    (in questa mia esemplificazione prendo tutti i termini che impiego nell’uso più banale e ordinario possibile, benché su quest’uso avrei molto da ridire, ed è il molto criptico senso dell’ultima proposizione che lascio del tutto implicito qui).
    Se mi è consentito, grossolanamente: io voglio respingere Heidegger perché la filosofia è meditatio vitae, voglio (vorrò) spiegarmi su questa cosa qua, e tutto il resto mi pare infinitamente meno importante.

  3. [prendi questo dialogo come una premessa a quello che vorrei scrivere – è molto tempo che vorrei farlo]

    Se da ciò che penso scrivendolo ne consegue una posizione inaccettabile ‘moralmente’, non significa che quello che penso – scritto e pubblicato – non debba essere pensato in sé e confutato di per sé.

    Su questo sono d’accordo con te.

    Mi sembra, però, una posizione difensiva per quanto riguarda la filosofia, alla quale si è spesso rimproverata una certa mancanza di coerenza tra le affermazioni e le conseguenze delle affermazioni.

    In qualche maniera, emerge in questa questione il problema del rapporto tra ‘ragione pura’ e ‘ragione pratica’ – prese nella loro accezione rigorosamente filosofica -, che è croce e delizia di grande parte della riflessione filosofica.
    In questo senso, direi che la filosofia è l’unica disciplina in cui – abissalmente – si pone questo problema.

    Heidegger, volutamente, si rifiuta di affrontare questo problema – ben prima della sua adesione al nazismo. E sono pannicelli caldi i rimproveri sul silenzio successivo, proprio perchè il ‘suo silenzio’ è, purtroppo, precedente.

    Quello che scrivi, mi sembra paradossalmente ricalcare la posizione heideggeriana: è la posizione di ‘Essere e tempo’ che deve essere criticata, abbattuta, smontata o che altro. Non le sue conseguenze ‘morali’ (io le chiamerei ‘implicazioni etiche’).

    Mentre sono d’accordo con te che il percorso induttivo – dalle conseguenze morali alla verità del pensiero esposto in ‘Essere e tempo’- è totalmente da rifiutare, mi pongo il problema delle implicazioni etiche presenti in ‘Essere e tempo’.
    Lo faccio a partire dal saggio di Levinas sulla ‘filosofia dell’hitlerismo’, magnificamente commentato da Abensour (Quodlibet).

    [à suivre]

    emilio/millepiani

    ps: la tua ultima affermazione (“dalla filosofia non consegue niente”) è, ai miei occhi, totalmente trasparente. Ed è proprio questo che vorrei interrogare: è vero: dalla filosofia NON DEVE CONSEGUIRE ‘nulla’. Ma la filosofia porta in grembo sempre ‘qualcosa’. E l’amore per ciò che la filosofia ‘porta in grembo’ e per come ‘portarlo alla luce del mondo’ è, da Socrate in poi, precisamente il mestiere dei filosofi.

  4. Un estratto da una lettera.

    “La domanda fondamentale che chi frequenta la fenomelologia dovrebbe porsi è: perchè Husserl ha scelto come suo allievo prediletto Martin Heidegger?
    Senza questa preliminare domanda, senza questa preliminare risposta, tutte le parole dei fenomenologi di oggi sono foglie al vento, perchè non affrontano centralmente il problema che li riguarda. Questo problema tocca, precisamente, il come sia avvenuto il passaggio tra una certa fenomenologia e l’ermeneutica.
    Meglio detto: come sia avvenuto che Husserl abbia scelto, in luogo di Edith Stein, Martin Heidegger come prosecutore fondamentale della linea fondamentale della fenomenologia.
    (Non sto qui a spiegare e ricordare le pubblicazioni nelle riviste, le scelte degli assistenti, le varie dediche – dichiarate, tolte e ridichiarate: chiunque mastica ‘filosofia’ del XX secolo sa di cosa parlo).

    Ripeto la domanda fondamentale: cosa c’era in ‘Essere e tempo’ di così particolare da indurre Husserl a ‘nominare’, ‘indicare’ Heidegger come ‘l’allievo prediletto’?
    Alla quale aggiungo un’altra domanda, altrettanto fondamentale per chi conosce la fenomenologia: cosa ha indotto Paul Ricoeur, dopo ‘Finitudine e colpa’, a torcere la sua ricerca dalla più rigorosa fenomenologia – sviluppata negli anni cinquanta – alla più radicale interrogazione ermeneutica?

    Poichè la fenomenologia non è la ‘messa in pubblico’ delle note biografiche di chiunque, non è interrogazione filosofica a partire dalle note biografiche di chicchessia, ma l’interrogazione più rigorosa dello statuto filosofico nel XX secolo, e poichè Roberta De Monticelli rappresenta una delle punte massime di questa interrogazione, mi domando in pubblico come sia possibile scrivere quello che lei ha scritto.

    Le cinque pagine che ho letto sono niente altro che un velenoso, costruito, testo teatrale-cinematografico che non ha nulla di filosofico, attingendo a categorie come quelle di ‘diprezzo’, che in nessuna maniera mettono in questione i testi di Heidegger.
    L’unica volta che ho avuto la fortuna di parlare con Hans Sanner, depositario del fondo Jaspers, la cosa più importante che ho conservato è stata una frase semplice: “Lui (Jaspers) non voleva abbattere Heidegger; ne conosceva i risvolti biografici su molti nomi importanti della filosofia del novecento. L’unica cosa che Jaspers continuava a pensare era come separare questi incroci biografici – compreso il suo – dalla filosofia di Heidegger.”

    Poichè per me tutta la storia della fenomenologia nel novecento è di un’importanza assoluta, direi, oggi, che il testo di Roberta De Monticelli su Heidegger che ho letto – e che ha l’ardire di intitolarsi “Contro Heidegger” – è tra i peggiori doni che si possano fare alla fenomenologia. Almeno per ciò che riguarda il suo futuro.”

    http://www.millepiani.net/archives/2007/03/15/sul_biografismo_husserl_heidegger_la_fenomenologia_e_lermeneutica.html

    emilio/millepiani

  5. utente anonimo

    Saner, con una enne sola.

  6. io avrò messo una enne in più, tu una firma in meno.

    emilio/millepiani

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