Archivi del giorno: Maggio 31, 2007

L'undicesimo piano

Siete di quelli che leggono a letto, prima di addormentarsi? Beh, se passate da New York, fate un salto al Library Hotel, dove le stanze, zeppe di libri, sono numerate in base al sistema di classificazione Dewey. E, mi raccomando, prenotate una stanza all’undicesimo piano!

(In francese, se ne parla qui).

La verità: un esempio

"Dal punto di vista dei filosofi che lavorano nella tradizione inaugurata da Frege, vale a dire i filosofi analitici, è un errore concentrarsi sulla comprensione in questo senso più ampio [in quel senso in cui è compreso come oggetto di comprensione tutto ciò che può essere capito e che pertanto ha significato]. Un dipinto o un componimento musicale colpisce la nostra sensibilità. Può cambiare i nostri atteggiamenti, spesso anche profondamente, o arricchire le nostre emozioni, può perfino portarci a riconoscere come vera una proposizione che avevamo inzialmente scartato, ma di per sé non comunica conoscenza. La conoscenza consiste nell’appresione della verità delle proposizioni, e le proposizioni possono essere comunicate soltanto mediante un linguaggio" (M. Dummett, La natura e il futuro della filosofia, Il Melangolo 2001, p. 21)

Esempio. Cosa significa danzare? Danzare è un’attività abbastanza ampia e dai contorni alquanto indeterminati, e dentro ci stanno un mucchio di cose che non è facile ricondurre a un denominatore comune. Ma poniamo che sia possibile. Vi saranno dunque delle proposizioni vere in cui si dirà che danzare è questo o quello. Poi vedo quel certo quadro di Matisse. Si tratta solo di sensibilità e di emozioni? Oppure posso ridefinire che cosa sia danzare a partire da quel quadro? Perché debbo escludere per principio che un quadro possa dire la verità del danzare, di modo che le proposizioni vere che formerò a partire da quel quadro saranno altre e diverse? Perché devo stabilire per principio che al più sarà un esempio, un caso tra gli altri (o forse nemmeno quello)? E’ chiaro che il quadro non mi darà un denominatore comune, ma non mi è chiara la ragione per cui l’unico modo di dire la verità del danzare è mettersi in cerca del denominatore comune (e questa ricerca, poi, da cosa sarà guidata, visto che viene avviata prima ancora di sapere cosa è danzare?). Perché devo considerare che non sia conoscenza quella che il quadro mi offre? Mi pare chiaro che il quadro non sia una proposizione, ma le proposizioni non cascano dalle nuvole: perché non possono cascare dai quadri (posto pure che la verità debba accadere in forma proposizionale)? Mi pare anche probabile che il quadro mi dirà qualcosa circa il senso e l’essenza del danzare, e dunque si tratterà della verità nel senso in cui per esempio si parla di un vero uomo, cioè di un uomo che sia all’altezza del suo concetto (e non semplicemente della verità minimale, di appartenente alla specie umana), ma perché dovrei escludere a priori che a questa via appartenga qualche verità? Perché escludere a priori che le due vie si intersechino da qualche parte? Forse perché questa verità del danzare sarebbe contestabile, indimostrabile? Ma allora non si tratta di verità, bensì al più di certezza, di conoscenza certa e dimostrata (secondo determinate regole). (E’ peraltro difficile da dimostrare che la verità è quella cosa che deve essere dimostrabile. Si può forse assumere, non dimostrare). Ma allora perché, invece di farne una questione che concerne la verità, la conoscenza o l’arte, invece di dire che è un errore occuparsi di quadri (come fa l’ermeneutica) quando si ha di mirà la verità e la conoscenza della verità, non dire semplicemente che ci si limita a questo o a quello?

Il teorema di Boeckenfoerde

"Il teorema di Boeckenfoerde. L’ultimo numero di Reset, mensile diretto da Giancarlo Bosetti, mette a tema il«famoso» teorema di Boeckenfoerde, teologo tedesco. Esposto nel 1966 e che suona così: «Lo stato liberale è incapace di autogiustificarsi sulla base dei suoi presupposti etici». E perciò ne consegue che avrebbe bisogno di un’altra fondazione, più forte e davvero cogente. E su questo Reset sviluppa il confronto a più voci".

In attesa di leggere su Reset il confronto, leggo l’articolo di Bruno Gravagnuolo. Ora Gravagnuolo cosa obietta? Che quel teorema va bene per ogni cosa: non c’è nulla che si autofondi (salvo Dio), sicché non si capisce perché questa sarebbe un’obiezione contro la democrazia.

Poiché manca l’autofondazione assoluta, non resta che un criterio di fondazione "empirico, storico", che è ciò a cui la democrazia si affida. E al dialogo, anche, che "incorpora procedure e principi laici. In altri termini, la democrazia si autofonda, basta a se stessa, anche quando trascina dentro di sé pregresse eredità religiose" .

L’ultimo passo non è chiarissimo: siccome niente basta a se stesso (niente si autofonda in senso assoluto), la democrazia basta a se stessa (si autofonda come può). Ma così sembra quasi che tutti i regimi siano pari (almeno sotto il profilo considerato): tutti in difetto di autofondazione, tutti chiamati a fondarsi in base a propri principi e proprie procedure.  

Perché allora non fare altri due passi? Il primo: specificare che la ‘superiorità’ delle istituzioni liberal-democratiche sta proprio nei suoi presupposti etici, in ciò che essa presuppone dal punto di vista etico, e che ingloba nei suoi principi e nelle sue procedure. Il secondo (filosoficamente più rilevante): ma siamo poi sicuri che è tutto in ordine nella richiesta di ‘autofondazione’? Siamo sicuri che è una richiesta sensata? Non è che possiamo liberarcene, e liberarcene nel senso non che la soddisfiamo, ma che la respingiamo?