La verità: un esempio

"Dal punto di vista dei filosofi che lavorano nella tradizione inaugurata da Frege, vale a dire i filosofi analitici, è un errore concentrarsi sulla comprensione in questo senso più ampio [in quel senso in cui è compreso come oggetto di comprensione tutto ciò che può essere capito e che pertanto ha significato]. Un dipinto o un componimento musicale colpisce la nostra sensibilità. Può cambiare i nostri atteggiamenti, spesso anche profondamente, o arricchire le nostre emozioni, può perfino portarci a riconoscere come vera una proposizione che avevamo inzialmente scartato, ma di per sé non comunica conoscenza. La conoscenza consiste nell’appresione della verità delle proposizioni, e le proposizioni possono essere comunicate soltanto mediante un linguaggio" (M. Dummett, La natura e il futuro della filosofia, Il Melangolo 2001, p. 21)

Esempio. Cosa significa danzare? Danzare è un’attività abbastanza ampia e dai contorni alquanto indeterminati, e dentro ci stanno un mucchio di cose che non è facile ricondurre a un denominatore comune. Ma poniamo che sia possibile. Vi saranno dunque delle proposizioni vere in cui si dirà che danzare è questo o quello. Poi vedo quel certo quadro di Matisse. Si tratta solo di sensibilità e di emozioni? Oppure posso ridefinire che cosa sia danzare a partire da quel quadro? Perché debbo escludere per principio che un quadro possa dire la verità del danzare, di modo che le proposizioni vere che formerò a partire da quel quadro saranno altre e diverse? Perché devo stabilire per principio che al più sarà un esempio, un caso tra gli altri (o forse nemmeno quello)? E’ chiaro che il quadro non mi darà un denominatore comune, ma non mi è chiara la ragione per cui l’unico modo di dire la verità del danzare è mettersi in cerca del denominatore comune (e questa ricerca, poi, da cosa sarà guidata, visto che viene avviata prima ancora di sapere cosa è danzare?). Perché devo considerare che non sia conoscenza quella che il quadro mi offre? Mi pare chiaro che il quadro non sia una proposizione, ma le proposizioni non cascano dalle nuvole: perché non possono cascare dai quadri (posto pure che la verità debba accadere in forma proposizionale)? Mi pare anche probabile che il quadro mi dirà qualcosa circa il senso e l’essenza del danzare, e dunque si tratterà della verità nel senso in cui per esempio si parla di un vero uomo, cioè di un uomo che sia all’altezza del suo concetto (e non semplicemente della verità minimale, di appartenente alla specie umana), ma perché dovrei escludere a priori che a questa via appartenga qualche verità? Perché escludere a priori che le due vie si intersechino da qualche parte? Forse perché questa verità del danzare sarebbe contestabile, indimostrabile? Ma allora non si tratta di verità, bensì al più di certezza, di conoscenza certa e dimostrata (secondo determinate regole). (E’ peraltro difficile da dimostrare che la verità è quella cosa che deve essere dimostrabile. Si può forse assumere, non dimostrare). Ma allora perché, invece di farne una questione che concerne la verità, la conoscenza o l’arte, invece di dire che è un errore occuparsi di quadri (come fa l’ermeneutica) quando si ha di mirà la verità e la conoscenza della verità, non dire semplicemente che ci si limita a questo o a quello?

11 risposte a “La verità: un esempio

  1. utente anonimo

    parla della tradizione inaugurata da Frege. a te che ti Frega?

  2. una proposizione può essere vera o falsa, un quadro no. la citazione, per non essere contraddittoria, deve intendersi in questo senso: nel senso cioè che il quadro non “comunica conoscenza di vero/falso su di sè”, perchè invece si ammette che “comunica” qualcosa, tant’è che può “portarci a riconoscere come vera una proposizione che avevamo inizialmente scartato”. forse tu erroneamente intendendi: il quadro non “significa”, ma invece il quadro “qualcosa significa”, solo che a questa gente interessa solo ciò di cui si può predicare la verità, e quindi non i quadri. io sono istintivamente d’accordo, visto che considero il linguaggio scritto superiore a qualsiasi altra forma, e considero la verità superiore a qualsiasi altra chimera.

  3. Grosso modo sono d’accordo: è chiaro che difendevo e difendo un’idea di verità che è più ampia della vero/falsità. Tuttavia non escluderei neppure di considerare che se un quadro mi dice la verità sulla danza, altri quadri non me la dicono, e in questo senso sono (sarebbero) falsi.

  4. La questione non è tanto nella rappresentazione (immagino che Dummett sarebbe d’accordo nel riconoscere che la Gioconda è quantomeno una donna, che sia una immagine di una donna), quanto nella comprensione della sua specificità estetica. Immagino direbbe: che mi dice di più oltre al fatto che è una donna?
    Ecco, ha una visione ristretta del comprendere e del significare (fa un bel pezzo con Witt. poi nella ricerca furiosa di una teoria del significato e della comprensione lo abbandona, purtroppo)

  5. Ma infatti: non intendevo certo che Matisse si limita a rappresentare uomini che danzano, e che in questo consista la verità del quadro

  6. il fatto è che non solo il quadro non è vero nè falso, ma non lo è neanche il soggetto rappresentato. le ballerine che efefttivamente danzano non sono perciò “vere”… la frase può essere vera, non la cosa. se io ballo e tu dici “dhalgren balla” la frase magari è vera, ma non dice “la verità di dhalgren”: come oggetto, io sono e basta, o non sono. la “verità superiore” di cui parli… temo che sia un’idea superflua: come quella di certi antichi che distinguevano la luce del sole dalla luce della ragione, che ci permette di vedere la prima. ma esiste una sola luce, se pure esiste, e forse la verità superiore è solo l’insieme di numerose proposizioni. sembra troppo semplice, ma chi direbbe che una casa è fatta di atomi, o che lo è il mio pensiero? eppure non c’è nessun indizio ormai, neanche il più piccolo, che le cose vadano diversamente. è solo una questione di numero e complessità, e sistemi complessi possono persentare comportamenti stravaganti, come il fingersi una vera luce. sia chiaro che benchè la professo, io non apprezzo questa teoria: è la cosa più desolanete che esista, se esiste.

  7. Toglierei quel ‘superiore’, che non mi pare di avere usato, ma è un dettaglio.
    Sul resto, direi che tu affermi due cose: di ciò che i filosofi chiamano ‘la verità dell’essere’ non sappiamo che farcene; di ciòche i filosofi chiamano ‘la verità dell’essere’ non si vede traccia. La prima cosa mi trova concorde, e per questo nel post dicevo: caro Dummett non obietterei se tu dicessi che ti limiti a questo o a quello. La seconda no. E’ un po’ complicato spiegarmi (limite mio, beninteso, e mi scuso) perciò uso argomenti ‘polemici’, a titolo di esempio: 1. questa, che della verità dell’essere non c’è traccia, è la ‘verità del nostro tempo (ovviamente, che l’asserto ia indimostrabile non spaventa molto chi prende questa via); 2. e grazie che non trovi traccia: le tracce e i segni, son cose che istruiscono, che servono, orientano e indirizzano, e qui abbiamo messo in premessa che questa verità non serve granché; 3. dove hai dimostrato che gli oggetti, come tu dici, sono e basta e come non vedi che ‘sono e basta’ dentro una determinata comprensione dell’essere?
    (Ho scritto in fretta, spero in terminisufficientemente chiari)

  8. qualunque discorso sulla verità, è fatto di proposizioni, di cui si discute la verità. già questo doveva far venire il dubbio che la verità, anche intesa nel senso più ristretto, non è del tutto raggiungibile. così come ha determinato la fine di gran parte della filosofia, allo stesso tempo il linguaggio matematico ha dato vita a nuove forme di incertezza, ed ha espresso con un rigore e una comunicabilità mai vista prima l’antica idea per cui i sistemi di simboli, i linguaggi, non sono onnipotenti, anzi sono costituzionalmente incapaci di esprimere la verità, e tutta la verità. possiamo chiamare quest’area residuale “la verità della cosa”. ma se queste sono le sue caratteristiche, chiunque la trovi non può dirla (il linguaggio non può dirla). non è questione se serva o meno: potrebbe essere vitale. ma se la comprensione procede dal linguaggio… immaginiamo che la realtà sia linguaggio: attraverso le sue regole si esprimono tutte le mie caratteristiche, la mia essenza: il teorema di prima ci dice che questo linguaggio in effetti è limitato, che alcune delle proposizioni che mi formano saranno sbagliate, ed altre mancheranno, magari le migliori… quella differenza è la mia “verità”? ma di nuovo, come posso comprenderla… ne sono fatto, ma non posso dirla. tutto quello che mi resta è cercare un linguaggio più potente, fermo restando che una parte della verità sarà sempre nascosta, dentro: il dubbio che bisogna cercare di allontanare, perchè ti annichilisce, è che sia proprio quella parte l’unica che vale, e che ne sarai sempre separato.
    la ricerca di un linguaggio più potente ha dignità, ma non sta più nelle filosofie. il quadro, la musica, mi parlano di quelcosa che è, o che poteva essere: alludono misteriosamente alla parte che non si può dire e lo fanno bruciando i nessi, più in fretta dei teoremi, più in breve: le frasi del passato sono come i quadri. ma adesso che conosciamo la regola questi mezzi sono secondari e in un certo senso potremmo smetterla di tenerli per sacri: potremmo guardare un quadro senza emozione, vedere solo la sua materia e non più il segno che si esalta o ci dispera: certi ora dell’incompletezza, dell’errore. non abbiamo più bisogno della musica per intuire i limiti della conoscenza, perchè li sappiamo per formula. e infine, volendo continuare a vivere, uno può pensare che è un bene, che almeno così la sua “verità” nessuno la può toccare, deformare, nessuno può ridurla a uno scherzo o a un’idiozia: sta lì, dentro, nella struttura: sepolta. al riparo dagli umani, e anche da me.

  9. utente anonimo

    «La conoscenza consiste nell’appresione della verità delle proposizioni, e le proposizioni possono essere comunicate soltanto mediante un linguaggio»
    Credo che tutto il pro o contro Dummett si giochi nell’ambiguità di quel «UN»: un linguaggio, perchè non ce n’è un altri (per parafrasare un giovane filosofo), o un[o] dei molti linguaggi possibili? Per un lacaniano il tragico dell’esistenza (la sua alienazione insuperabile) è nella necessità di tradurre i significati nel significante linguistico (e nell’impossibilità di questa operazione); per un deleuziano, i significati si esprimono in una pluralità di significanti (verbali, figurali, filmici, funtivi matematici, ecc.). Da cui, per analogia, tante coppie alternative, a seconda: Zizek/Negri, Eco/Fabbri, Platone/Aristotele, Cartesio/Spinoza… Io personalment sono affascinato da Lacan, ma sto con Deleuze (e Spinoza, ça va sans dire)
    girolamo

  10. caro anonimo, la conoscenza non consiste affatto nell’apprensione della verita’ della proposizione. capisci bene cosa vuol dire “domani mangero’ fagioli col tonno” senza sapere se e’ vera. peraltro per Dummett non so
    o neanche le condizioni di verita’ a determinare il significato ma le condizioni di asseribilita’, in altre parole sapere quando e’ corretto usarlo.

  11. utente anonimo

    @stereotypi
    premesso che non sono anonimo (c’è la mia firma nel commento 8, mica “girolamo” è parte di un elenco che comincia con Deleuze e prosegue con Spinoza, ci mancherebbe…); e che la frase tra virgolette, su cui intervengo, è di Dummett:

    quello che sottolineavo è che, a fronte di una tradizione che ritiene che questioni come verità e conoscenza abbiano a che fare col linguaggio verbale (col significante linguistico, con una categorizzazione sintattico-grammaticale dell’essere, ecc.), ne esiste un’altra che non connsidera esclusivo l’ambito del linguaggio verbale. Un’interrogazione concernente non i tuoi spaghetti al tonno, ma “il senso della vita” o “la dignità dell’umano” può trovare risposte anche (e forse più di altri ambiti) in un dipinto di Bacon. Ma la dignità dell’umano che si esprime in Bacon non è “accertabile” o “verificabile” con i soli strumenti del linguaggio, perché il linguaggio pittorico non è una semplice traduzione del linguaggio logico-verbale. Se questa tradizione ha un fondamento (io credo di si), allora il problema non è solo quello della correttezza (che pure è fondamentale, su questo Dummett ha cose importanti da dire), ma anche quello della sua esclusività.

    girolamo

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