Ieri

Mi è stato chiesto di mettere qui il testo degli articoli per il Mattino, perché sul sito del giornale risulterebbero poco leggibili (ma in realtà basta cliccarci sopra). Ecco quello di ieri:

Nel comunicato che comparve su un giornale libanese una settimana dopo i fatti, si poteva leggere: “Le Olimpiadi destano l’interesse e l’attenzione della gente più di ogni altro evento. Dal punto di vista della mera propaganda, la scelta dei Giochi Olimpici è stata coronata dal successo al cento per cento. E’ stato come dipingere il nome della Palestina su una montagna visibile dai quattro angoli della Terra”. Per dipingere a caratteri di sangue il nome della Palestina, ci volle, quella volta, la morte di undici membri della squadra israeliana, di cinque fedayn e di un poliziotto tedesco. All’alba del 5 settembre di 35 anni fa, uomini di Settembre nero fecero irruzione nel Villaggio Olimpico di Monaco, uccidendo due atleti che avevano opposto resistenza e sequestrando altri nove. Il concorso di equitazione, quella mattina, si svolse regolarmente. Il programma olimpico proseguì ancora nel pomeriggio, quando già la notizia si era diffusa ovunque. Nella notte, fallite le trattative, la polizia tedesca entrò in azione e fu il massacro. Fu il primo atto terroristico dall’impatto enorme e immediato in tutto il mondo, i cui tempi e modi furono scanditi dalle richieste del commando e dai piani della polizia, ma anche dalla presenza delle televisioni e dall’eco mediatica dell’azione.
Fra poco meno di un anno, l’8/8 del 2008, alle otto di sera, il palcoscenico delle Olimpiadi, le cui luci si vedono “dai quattro angoli della Terra”, tornerà ad illuminarsi. Questa volta sarà a Pechino. La scelta della sede è stata accompagnata da molte polemiche, che l’avvicinarsi dell’appuntamento non può che accrescere. In Cina non vengono rispettati i diritti umani, e non si sono ancora visti in misura significativa i progressi che il governo cinese aveva promesso al momento dell’assegnazione dei Giochi. Ma vale al riguardo una considerazione di buon senso: se i Giochi non si tenessero a Pechino, non si potrebbe chiedere al Comitato Olimpico di fare pressione perché migliori la situazione dei diritti umani e civili nel Paese. L’attenzione con cui – come ha dichiarato Angela Merkel – il mondo guarda alla Cina in occasione delle Olimpiadi, semplicemente non vi sarebbe, se non si desse l’occasione. Anche i mille dissidenti che di recente hanno firmato un appello per la democrazia cercano di sfruttare una “finestra di opportunità” che non si sarebbe mai aperta, senza la competizione olimpica. E poiché non esiste una teoria unanimemente condivisa del cambiamento storico, è difficile sapere se i miglioramenti che l’Occidente si attende sia più facile che si producano con un atteggiamento di ferma e dura intransigenza, che si spinga ad esempio fino a minacciare il boicottaggio dei Giochi, o con uno spirito più aperto, collaborativo e dialogante. Quel che è certo, è che ben difficilmente il primo atteggiamento riesce ad essere coerente sino in fondo. La Cina non è un piccolo Paese, che possa essere spinto ai margini dell’economia e della politica mondiale. Appare perciò poco sensato chiedere allo sport di starsene alla larga, mentre tutto il resto del mondo commercia e tratta con la Cina.
Naturalmente, è sempre possibile fare le anime belle, e illudersi che le manifestazioni sportive non abbiano anche un impatto politico. La strage di Monaco di 35 anni fa sta lì a ricordarci funestamente il contrario. Quando c’è un palcoscenico, è naturale che la politica ci salga su, a volte con mezzi assai cruenti. Accade persino che lo allestisca a bella posta, il palcoscenico, come fece Nerone: inventandosi i giochi di Neronia, e prendendosi anche lo sfizio di vincere in sei diverse discipline (ben difficilmente al cospetto di giurie imparziali). Quanto ai gerarchi cinesi, loro per fortuna non si sono qualificati per le gare. Faranno però la loro parte. Vorranno presentare al mondo un Paese dal volto amico, sorridente ed efficiente. Vorranno stupire con i risultati del mirabolante progresso economico. Ma gli occidentali ben difficilmente aiuteranno la cause delle riforme politiche e delle libertà individuali voltandosi dall’altra parte, o addirittura non andando a Pechino. È più probabile che l’infittirsi di relazioni sportive, culturali, sociali con il Paese della Grande Muraglia sia più efficace, nel determinare l’apertura di spazi politici democratici in quel Paese, di tenaci dichiarazioni di principio. O almeno c’è da sperarlo. E da lavorarci su.

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