Severino e Spinoza

Non avevo visto l’articolo scritto da Severino per il Corriere della Sera, in occasione del Meridiano Mondadori, curato da Filippo Mignini e Omero Proietti, con tutte le opere di Baruch Spinoza. Lo trovo grazie a Millepiani. Dopo avere presentato la figura, Severino viene a quella che giudica la cosa essenziale, "radicalmente più decisiva del modo in cui Spinoza «dimostra » l’esistenza di Dio — e più decisiva di ogni altra «dimostrazione» di tale esistenza, proposta lungo la storia del pensiero occidentale". Questo punto emerge fin dalle prime battute dell’Ethica, nelle definizioni che aprono la prima parte dell’opera ed è precisamente la distinzione tra "ciò che esiste necessariamente, cioè non è mai inesistente, ed è Dio, l’Eterno, [e] ciò che invece non esiste necessariamente, nel senso che non è sempre esistente ed è l’insieme delle «cose prodotte da Dio», esistenti nel Tempo".

Ora, non v’è chi non sappia che Spinoza comincia proprio da una distinzione simile: di là la sostanza, di qua i modi. E se io ardissi contestarla, mi si potrebbero addurre montagne di testi che si riconducono a questa distinzione. Dunque niente contestazione. Tuttavia cosa accade, quando questa distinzione diviene più decisiva di tutto quello che Spinoza avrebbe detto sul fondamento di questa presunta evidenza? Che di tutto il resto non occorre più far parola, perché tutto dipende, per Severino, da quella distinzione. Dal punto di vista teoretico, Spinoza non serve più (e infatti, giunto al punto decisivo, di Spinoza l’articolo non parla più. E così di Spinoza Severino finisce col ricordare il profilo biografico e le tracce intellettuali lasciate in eredità al romanticismo, e nient’altro, perché nient’altro resta).

Paradossalmente (ma non troppo), Severino filosofo teoretico è interessato alla lettera di Spinoza proprio al modo di uno storico. Come uno storico, non come un filosofo, va a caccia dell’evidenza che è la follia dell’Occidente (che le cose divengano), dopodiché abbandona l’oggetto della ricerca per aggredire da filosofo quell’evidenza (questa aggressione è peraltro una robustissima riflessione filosofica, che ha tutta la mia ammirazione). Ma l’oggetto della ricerca non gli serve più a nulla, e dunque in philosophicis non gli è mai davvero servito.

Si parva licet, per me è molto diverso. Per me non significa un bel nulla che Spinoza cominci da quella distinzione. Anzi: non è vero che quella distinzione è decisiva in Spinoza, ed è vero invece che si tratta di mettere in discussione quella distinzione. E’ vero invece che vi sono luoghi di Spinoza a partire dai quali quella distinzione viene in questione. Dico forse meglio, o almeno più nettamente: non è vero che tra la sostanza e i modi la relazione posta da Spinoza sia una relazione di distinzione (con tutto che Spinoza distingue eccome!). La relazione che vede Severino è poi una distinzione logico-concettuale (sostanza e modo non sono distinti nel senso che stiano in luoghi diversi), ma c’è modo leggendo Spinoza di domandarsi: come si formano, da dove vengono le distinzioni logico-concettuali? Siamo sicuri che debbano avere l’ultima parola? A partire da simili domande, la lettura di Spinoza non finisce prima ancora di cominciare, anche se naturalmente lo storico inorridisce, perché non si tratterà più di attenersi superstiziosamente a ciò che è scritto. Questo però è per me ciò a cui, senza vestire per un tratto i panni dello storico e senza mischiare i mestieri, il filosofo teoretico deve mirare.

6 risposte a “Severino e Spinoza

  1. La mia personalissima suggestione è che in Spinoza la stessa idea di dio sia una imperfetta costruzione umana – che dio sia perdipiù inutile alla struttura rigidamente causalistica che il filosofo propone.

  2. Penso che ciò che ritieni una superficiale liquidazione di Spinoza basata su una sorta di feticismo letteralistico da parte di Severino, sia in realtà dovuta a banalissimi motivi di spazio.

    Ma ciò che Severino non ha potuto approfondire nell’articolo lo ha, come saprai meglio di me, affrontato adeguatamente nei suoi libri.

  3. No, io ho preso l’articolo ad esempio. (Naturalmente anche un blog hai suoi spazi!). Capita però a Severino, a mio modesto avviso, quel che capita anche a molti grandi filosofi. Ad esempio (è un esempio non mio) leggere Aristotele attraverso Heidegger è grandiosamente produttivo; leggere Hegel molto meno. Severino che legge gli antichi, o Nietzsche, a me pare di grande utilità, ma molto meno mi riesce utile in letture come quella di Spinoza (per quel che conosco), e in generale tutte le volte in ci si tratta solo di mostrare che il pensatore in questione condivide la medesima follia dell’Occidente intero.

  4. Prendo atto della tua precisazione, e comunque ritengo che ogni interpretazione (ma dubito che Severino acconsentirebbe all’uso di questa parola) di filosofi risulti inevitabilmente selettiva e, per così dire, ingiusta. E questo quanto più la tesi di cui l’interprete cerca conferma nei testi altrui s’impernia essenzialmente su un solo fondamentale concetto. Che è, appunto, ciò che accade con Severino, e con la sua idée fixe circa il “peccato originale” della metafisica.

    emilio (mio anche il commento n. 2).

  5. emilio non è emilio/millepiani – come si diceva una volta…per la precisione 😉

    emilio/millepiani

  6. ricordo che Spinoza dice che il pensiero e l’estensione sono solo due degli attributi divini con la quale possiamo conoscere Dio e che la distinzione tra sostanza e modi è puramente logica: infatti, non appena la consideriamo non-logica, spinoza introduce i concetti di modi infiniti immediati e modi infiniti mediati per giustificare i modi finiti.
    Ritengo che Dio sia solo un’etichetta per “sostanza” e che nulla inficia alla costruzione logica dell’architettura spinoziana.
    G+

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