Link (e buchi)

Sull’onda delle tesi di Benjamin sulla povertà dell’esperienza, a causa della bancarotta del passato, e di quelle di Koselleck sullo stiracchiamento del presente, a causa della futurizzazione del tempo storico via scienza e tecnica, ieri Esposito spiegava: in mezzo si forma un buco, il presente si azzera e fa riemergere l’arcaico, che torna però come uno spettro inquietante (e questo è Derrida). Esposito parlava per esempio di ritorno della religione in un mondo secolarizzato, o di ritorno della sovranità nel tempo della globalizzazione e del governo biopolitico della vita.
A me è invece più modestamente venuto in mente questo bell’articolo di Nicola Lagioia, a proposito dell’ultimo romanzo di Michele Mari, e di come gli scrittori italiani sentano oggi nuovamente la necessità di narrare l’Italia: non in presa diretta, come nel dopoguerra e fino agli anni ’70, ma dovendo ritrovarla dopo la profonda rimozione degli anni ’80 (emblematicamente:dopo Il nome della rosa). Lagioia scrive: "molta letteratura paranoide-complottista delle ultime stagioni ha forse nell’ansia del recupero la sua ragione più sincera – in molti casi purtroppo l’unica", e a me tornano le parole di ieri: ritorno ossessivo del tantasma.
(Mi piace anche la domanda finale di Lagioia, ma non saprei rispondere. Forse nel proprio tempo non si sbuca mai. Forse,  perché non ci sono cunicoli da scavare).

5 risposte a “Link (e buchi)

  1. L’articolo di Lagioia è bello, in effetti, benché la parte finale non mi veda granché d’accordo (sarebbe interessante sapere che cosa ne pensi Mari circa il “rischio di cristallizzazione”). Tu hai letto qualcosa di Mari? Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensi (di Mari in sé, e di quel che ne dice Lagioia nel finale).

  2. Ffdes, tra parentesi: tu fai domande ma non rispondi alle domande (via mail). Di Mari non ho letto nulla (pur avendo acquistato), di Lagioia sì, ed è per questo che ero finito sul suo articolo.

  3. Non ho risposto in quanto preso dalla ripresa del tango. Vedo che riesco a fare.

  4. di mari ho letto quasi tutto e questo verderame mi sembra un’amplificazione di “euridice aveva un cane”. non capisco neanch’io cosa intenda il giornalista nel finale: certo è che nei romanzi (e soprattutto nei dialoghi) Mari a volte diventa lezioso, mentre i suoi racconti sono tra le poche cose condivisibili che ho letto, di recente, tra gli italiani.

  5. Le pagine culturali del Manifesto sono sempre così spocchiose.. mi immagino sempre l’operaio che prova a leggerle: io non credo si deprima, anzi, molto probabilmente inorgoglisce. Meno capisce e più inorgoglisce. Sicuramente lo rassicurano.

    Tipo l’immotivato sollievo si prova a pensare che anche Einstein credeva a qualcosa.

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