Archivi del mese: dicembre 2007

Auguri

Questo blog resta chiuso ancora per un bel pezzo, e il suo autore non ha molta voglia di riprenderlo. Magari l’anno prossimo.

Auguri

Chiusura per un po'

Statemi bene

Dai all'ateo una chance

Grazie a Luca Sofri, mi sono guardato lo spettacolare "bilancio del culto dell’ateismo" redatto da Francesco Agnoli. E mentre mi leggevo la valanga di morti di cui s’è reso responsabile l’ateismo – denominatore comune, secondo Agnoli, e causa prima di tutte le turpitudini figlie della Rivoluzione francese -, mentre così leggevo e mi domandavo, assunto l’abito storico di Agnoli, di chi o cosa fosse figlia la Rivoluzione francese, e conseguentemente anche di chi nipote e bisnipote, mi sono ricordato che dopotutto la divisa del direttore del giornale è l’ateismo devoto: e allora, mi son detto? Come la mettiamo? Ma l’ateismo devoto – mi son subito risposto – è quella spece di ateismo il quale, di fronte a un simile bilancio, pensa che l’unica è fare finta che Dio ci sia. E quindi tutto torna.

Solo che c’è un’altra specie di ateismo, al quale è difficile mettere in conto tutti i morti messi da Agnoli sul conto di quanti hanno preteso di sostituirsi a Dio, perché un simile ateismo non nega solo la guida divina, ma nega pure che nella guida ci si debba sostituire a Lui. Di questa variante Agnoli non dice nulla, e non capisco perché.
Eppure è ben incarnata dalla democrazia (che però non saprei ben dire di chi è figlia, escluso che si tratti della Rivoluzione francese, e incerto come sono tra Donoso Cortes e Louis de Bonald).

Nozze gay

D’Alema al Corriere è sembrato ieri in piena svolta religiosa, se non clericale. E s’è attirato un bel po’ di critiche. Oggi sull’Unità tutto viene prestamente ridimensionato, per fortuna.

Io però: mi va bene il PACS il DICO il CUS ma, pace con chi s’offende, resto favorevole alle "nozze gay".

Contributi alla ricerca

Qui a destra il banner sul libro che dovete acquistare l’avete visto, neh?

Recensioni super-ontiche

Emanuele Severino recensisce i Contributi alla filosofia di Martin Heidegger, apparsi finalmente (ma non era un’impresa facile) in italiano, grazie alla cura di Franco Volpi (quanto alla traduzione: il volume che un amico troppo generoso mi ha regalato, risulta tradotto dalla sola Alessandra Iadicicco, ma è un incredibile errore dell’editore, Adelphi, che dovrà correggere le ulteriori tirature, perché a tradurre sono stati tutti e due, Volpi e Iadicicco).

Per Severino, il punto è: vi sono verità eterne, sì o no (verità, principi, enti)? Lui dice di sì, Heidegger dice di no, e quindi va rubricato sotto l’etichetta: "follia estrema". Ciononostante, e in attesa delle determinazioni del mio heideggerologo di fiducia (che ci sta scrivendo un libro sopra), a proposito della citazione di Essere e Tempo nell’articolo di Severino ("Che ci siano verità eterne potrà essere concesso come dimostrato solo se sarà fornita la prova che l’Esserci era è e sarà per tutta l’eternità"), osserverei quanto segue:

Severino scrive su un giornale, capisco dunque che della parola Esserci debba offrire una traduzione per il volgo, e che quindi dica: l’Esserci è l’uomo. Ma poiché Heidegger scrive "Esserci" proprio perché non vuol scrivere "uomo", e poiché la struttura d’essere di questo benedetto Esserci è di essere-nel-mondo, e poiché infine si tratta per Severino della domanda se vi sia qualcosa di eterno oppure no, sarebbe stato meglio sostituire "Esserci" con "mondo", e chiedere che si dia la prova che "il mondo [e con mondo non si intende il pianeta Terra, ma qualcosa come il tutto, posto che anche questa parola possa essere usata così impunemente] era è e sarà per tutta l’eternità". Messa così, si può anche concedere ad Heidegger che certo egli non era in dubbio circa la possibilità di fornire la prova in questione, e che doveva considerare abbastanza insensato domandare se il mondo, cioè il tutto, cioè quella cosa che precede immemorabilmente la domanda sulla sua durata o sulla sua eternità, e quindi anche – purtroppo per lui – il domandare di Severino, sia eterno oppure no.

Se infatti il mondo precede (en philosophe direi: il mondo è la precedenza), ciò non vuol dire ancora che non proviene dal nulla (o che finisce nel nulla). Dire che il mondo precede non significa affatto dire che è eterno, e non significa affatto autorizzare l’interpretazione in senso cronologico o logico di questa precedenza. (E anzi, se fosse eterno nel senso di ‘non  proveniente dal nulla’, lo spazio di pensabilità dentro il quale verrebbe fatto cadere il mondo con la domanda, la possibilità alla quale sarebbe esposto potendo/non potendo provenire dal nulla, precederebbe il mondo).

Se si è capito sin qui, si capirà perché Heidegger, interrogato sulla cosa, disse che per lui Severino era un super-ontico, che era una presa di sitanza non da poco per il pensatore della differenza ontologica. (Definizione grossolana e scherzosa di super-ontico: uno che pensa che intorno all’essere, alla verità e al mondo si possa, e si debba, rispondere con un sì o con un no).

Buone notizie dal mondo della ricerca

Buone notizie dal mondo della ricerca. Non mi riferisco certo all’articolo che il Corriere dedica ai ricercatori, che sono anzi sottopagati e precari, ma allo studio sulla tombola condotto dal Consiglio nazionale delle ricerche, di cui, sempre oggi, il Corriere dà conto. Mi scuso se oltre al link metto questa volta anche il titolo dell’articolo, ma occorre dare ad esso il giusto rilievo:

Gli scienziati studiano la tombola: per vincere bisogna avere 6 cartelle.

Come spesso accade quando la notizia è forte, il titolo tuttavia forza un po’ il contenuto dell’articolo di Lorenzo Salvia (che purtroppo non conosco, ma che desidero ardentemente conoscere). Il quale infatti scrive, più prudentemente: "Con le sei cartelle in fila e nessun numero ripetuto due volte le possibilità di fare tombola sono le stesse: 50% per il tabellone, 50% per le cartelle". Straordinario.

Allo studio di Roberto Natalini e Ennio Peres (che a questo punto immagino già candidati al Premio Fields), il Corriere dedica giustamente una pagina intera, e mette anche una simpatica intervista al rettore dell’Università di Napoli Federico II, Guido Trombetti, che si complimenta con i ricercatori del Cnr ("Bravi, un ottimo lavoro").

(Dov’è la notizia? Ma mi pare chiaro: è stato finalmente individuato, al di là di ogni ragionevole dubbio, il livello più basso al quale può giungere la ricerca scientifica, quello nel quale "il consiglio della nonna e il Consiglio nazionale delle ricerche dicono la stessa cosa").

Compra e fai comprare

(Disponibile quiadinolfi fronte[1])

 

"Perché fare storia della filosofia, se la filosofia è morta? La ricerca filosofica si trova in una singolare impasse. Rinsecchisce la sua vena speculativa, cresce a dismisura la cura storiografica. Ma cresce anche la domanda di filosofia, che priva di respiro teoretico o di rigore filologico rimane però allo stato di mera suggestione. Questo libro tenta di coniugare di nuovo storia e teoresi. Da un lato si ritaglia oggetti storiografici precisi: i margini del razionalismo seicentesco e i dilemmi della ragione e della fede (Pascal, Fenelon, Spinoza), ma anche gli esercizi della dialettica (Hegel, Merleau-Ponty). Dall’altro, investe con vigorosi sondaggi teoretici un’area più ampia, che lambisce anche il ‘900 (Merleau-Ponty) e territori solitamente meno esplorati (la fotografìa, il cinema)".
P.S. I più devoti tra di voi noteranno con disappunto che la quarta di copertina qui presentata differisce da quella presente sul sito. Colpa mia, naturalmente, e dei tempi di consegna del libro. 

Divi: a ciascuno il suo (per la proliferazione relativistica dei sistemi valoriali)

V.: – Ma delle quarantenni o cinquantenni belle e intelligenti sanno ben distinguere tra un divo e un uomo -.

B.: – Quando dico ‘divo’, può anche essere un divo della filosofia, se la donna in questione è filosofa. Ognuno ha il proprio sistema professional-erotico o spettacolare di riferimento -.

(Lo psicanalista Sergio Benvenuto intervistato su la Repubblica delle donne di questa settimana da Patrizia Valduga, che però non deve avere un alto concetto dei professori di filosofia, visti i versi: "Perché anche il piacere è come un peso/ e la mente che è qui mi va anche via?/ Su, spiegamelo tu. "Per chi mi hai preso?/ Per un docente di filosofia?")

Racchiuso nella parola racchiuso

L’articolo di Pierluigi Battista comincia così:

"Davvero non si capisce un tono tanto rancoroso e indispettito per una notizia che, ragionevolmente, dovrebbe rallegrare un po’ tutti. Se c’è il minimo dubbio (eccome se c’è) che in un embrione sia racchiusa una vita umana…".

Interrompo qui la citazione. Non mi importa la notizia che dovrebbe rallegrare, né se sia vero che i toni siano rancorosi e indispettiti. Mi interessa l’espressione: in un embrione c’è il dubbio che sia racchiusa una vita umana. Domanderei a Battista se sia in grado di spiegarmi per bene cosa significa qui racchiudere. Se nel rispondermi mostrasse di considerare la mia domanda solo una questione di parole, lascerei perdere il resto dell’articolo, per non assumere toni rancorosi o indispettiti. (La mia tesi è infatti: le parole sono importanti).

P.S. In verità la notizia mi importa, e ancor più importano i toni. Dopo Galli della Loggia, anche Battista se la prende con i toni di Carlo Flamigni (e Rita Bernardini), e non dedica nessuna attenzione agli argomenti addotti. Mi pare giusto quindi sollecitare una sua riflessione sulle parole che adopera.

Poi basta

(E con quest’ultimo intervento sull’enciclica di Papa Benedetto XVI, possiamo chiudere la questione)
Spe salvi facti sumus, dice Paolo ai Romani, e di lì comincia il Papa nella sua seconda lettera enciclica, per disegnare la vera fisionomia della speranza cristiana. Che non è soltanto una mera credenza soggettiva, ma è una ben più sostanziale trasformazione dell’intera vita del credente. Che non va coltivata soltanto nella sfera individuale e privata, ma ha necessariamente una dimensione pubblica e comunitaria. Che non può essere sostituita con le aspettative schiuse in età moderne dai progressi scientifici e tecnologici o dai progetti di palingenesi politica, perché tutti sono destinati a fallire. Che non può infine essere cancellata, perché si radica in un insopprimibile desiderio di bene e di felicità che alberga nel cuore di ogni uomo.
La formulazione più drastica di ciò che in queste proporzioni prende forma si trova in un testo di Jacob taubes, La teologia politica di San Paolo, che conviene citare (continua in Benedetto XVI e lo scandalo del Paradiso)

Cosa ci aspetta

"Cosa ci aspetta? Su un piano esistenziale, sembra essere questa la domanda fondamentale alla quale risponde la seconda enciclica di Papa Benedetto XVI, Spe salvi: cosa dobbiamo aspettarci dal futuro? In cosa o in chi dobbiamo riporre la nostra fiducia? La lettera enciclica del Papa si propone anzitutto di riguadagnare al cristianesimo un orizzonte di risposta a questa domanda. Il nucleo del messaggio cristiano sta infatti nella speranza, ed il primo fuoco teologico della lettera sta nell’interpretazione delle parole con cui Paolo definisce la fede: “sostanza delle cose che si sperano, prova delle cose che non si vedono”. Di queste parole Benedetto XVI propone un’interpretazione molto precisa: la speranza non è una mera convinzione soggettiva, ma una ben più sostanziosa forma di vita. Chi spera è un’altra persona rispetto a chi dispera. La speranza non si limita dunque ad informarci su quel che potrà o non potrà accaderci, ma ci trasforma fin d’ora e subito, nella misura in cui ne siamo toccati.
L’altro, potente fuoco teologico sta verso la fine della Spe salvi, là dove il Papa si sofferma sui luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza: la preghiera, la sofferenza, cui la speranza conferisce un senso, e infine il Giudizio, che nell’ultima ora ristabilirà per tutti la giustizia. Qui, dice il Papa, in questo “sguardo in avanti”, sta l’importanza del cristianesimo per il tempo presente: nella capacità di additare un punto che sta oltre tutto ciò che l’uomo può fare o patire nel corso della storia. Sta così oltre, questo punto, che il Papa può persino pensare di dare ragione allo Ivan de I fratelli Karamazovdi Dostoevskij, per il quale in verità nessuna giustizia finale può risarcire la vittima innocente dell’ingiustizia. Benché il Papa voglia rendergliela, Ivan in realtà non voleva affatto giustizia per quella vittima: voleva anzi che l’ingiustizia restasse come tale invendicata, perché la riparazione finale non attenuasse neppure nella consolazione del giusto, o nella punizione del malvagio, lo scandalo insuperabile del male.
Poi c’è il terreno di confronto che il Papa stabilisce con la storia del mondo. Come in molti altri interventi, l’eminente preoccupazione del Pontefice perché la fede non venga confinata in uno spazio meramente privato lo porta a rivendicare la dimensione publica e comunitaria della fede, e insieme a prendere di petto le grandi questioni politiche del nostro tempo. La chiave d’interpretazione fornita in questa circostanza è la seguente: la modernità ha preteso di sostituirsi alla fede-speranza cristiana, ma né i progressi scientifici e tecnologici, né le rivoluzioni politiche hanno potuto dare all’uomo quanto promesso. La critica del progresso, che il Papa viene formulando in questa enciclica in coerenza con le linee principali del suo pontificato, è anzitutto una critica dell’«idea» di progresso: una critica cioè dell’idea che, ovunque vada a parare, ci si possa attendere dal corso storico la soddisfazione del più profondo bisogno di bene e di felicità iscritto nel cuore dell’uomo. E come nella modernità la fede nel progresso ha reso gli uomini insensibili alla prospettiva del Giudizio finale, così oggi lo sbiadire di questa fede secolare rende più potente e vivido il riaffiorare del tema apocalittico della vita eterna.
Il punto vero è dunque che la fiducia nel futuro sta effettivamente sbiadendo. Paradossalmente (ma non poi troppo), ci aspettiamo sempre meno dal futuro, via via che aumenta la nostra capacità di intervenire tecnicamente e politicamente nel mondo. Forse per questo chi, come il cristiano, ha in cuor suo una speranza per ciò che è oltre ogni futuro umanamente realizzabile, vede in questo brusco accorciamento del tempo storico un motivo per riproporre una riflessione sui novissimi: morte, giudizio, inferno, paradiso. Sta naturalmente agli storici e ai filosofi discutere su quanto sia fondata la lettura della modernità declinante nei termini proposti di una fallimentare secolarizzazione della speranza: la faccenda è controversa e il dibattito aperto. Controversa è per esempio l’idea che la modernità mantenga intatta la speranza cristiana, salvo declinarla sul piano di una filosofia immanente della storia; discutibile è l’idea che avere appreso l’impossibilità di realizzare il paradiso in terra , posto che di questo si sia trattato, debba significare sperare (o tornare a sperare con più forza di prima) in un paradiso ultraterreno, piuttosto che, assai più sobriamente, imparare la lezione della storia e rinunciare al paradiso. Se è vero infatti che grandi disastri ha combinato l’uomo quando ha creduto di poter fare a meno di Dio, non risulta che contando su di esso non ne abbia combinati altrettanti: il difetto, forse, sta dunque nel manico, e cioè nell’idea che non ci si debba accontentare di nulla meno che del tutto.
Ma visto che la Chiesa ha deciso con Benedetto XVI di tornare ad accollarsi le speranze deluse del mondo, c’è davvero da augurarsi che almeno non si lasci prendere la mano come gli artisti di cui parla l’enciclica, quando ricorda che, un tempo, negli edifici cristiani si rappresentava sul lato orientale la speranza nel Risorto, e sul lato occidentale la si ricapitolava nel Giudizio finale: solo che gli artisti trovavano di loro maggior gusto calcare la mano sull’aspetto minaccioso e lugubre della fine dei tempi.
Questa potrebbe infatti tornare ad essere la partita, in attesa dell’ultimo giorno: per sperare nel paradisiaco mondo al di là della morte tenere fin d’ora nitidamente presenti le poco tranquillizzanti fiamme dell’inferno. Maggiore speranza è infatti maggiore timore, e non è detto che l’uomo moderno, per quanto disilluso, trovi ragionevole pagare il prezzo" (Il Mattino).
P.S. Tenetevi pronti, perché poi vi arriva l’articolo proposto per Left Wing.

Nietzsche a Bogotà

Siccome il traduttore è forse il più grande traduttore dallo spagnolo vivente, e sicuramente il più grande traduttore dallo spagnolo della Valle dell’Irno, non posso non fare la giusta pubblicità a Nietzsche a Bogotà (che poi è quel galantuomo di Gomez Davila)

La speranza. La paura

Su Il Mattino (disponibile dopo le 18), la mia riflessione sull’enciclica di Papa Benedetto XVI, molto rispettosa ma con finale cripto-spinoziano.

Capriola

“La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana” (§ 38)
Nell’enciclica Spe salvi, Papa Benedetto XVI non intende certo che non bisogna alleviare la sofferenza. Ma mi domando: quale società è più umana, quella che riesce ad accettare i sofferenti o quella che elimina la sofferenza? Nell’enciclica non si formula una domanda simile, ma (§ 37) 1. si esclude che sia possibile eliminare la sofferenza; 2. si esclude che la vita abbia ancora un senso quando fosse eliminata la sofferenza.
In questo modo, sono compiuti tutti i passi per rendere irragionevole, incomprensibile e irrapresentabile la speranza cristiana di una vita (eterna) in cui non vi sia sofferenza, e che sia nell’amore piena di tutto il senso che si può sperare. Naturalmente, non v’è nulla di male nel rendere irragionevole la speranza cristiana. Se non fosse che Papa Benedetto XVI tiene più di ogni altra cosa a rendere ragionevole quella speranza.
Prendiamo la cosa da un’altra parte. Vi sono molti modi di accettare la sofferenza. L’enciclica deve però escludere che vi siano modi che rendano accettabile la sofferenza senza ricorrere alla speranza cristiana. Ma questa esclusione è possibile solo se si considera la sofferenza umanamente inaccettabile. Il che di nuovo significa che è umanamente incomprensibile come possa essere accettata la sofferenza. Per accettare la sofferenza – per morire in croce – non può bastare (per un cristiano) tutta la ragione del mondo. Di nuovo siamo risospinti ben oltre le possibilità di comprensione della ragione.
Resta la capriola: ciò che chiamo ragionevole è tale perché aderisce intimamente all’irragionevolezza umana. Il che può andare, ma non è granché in linea con i presupposti filosofici e teologici che il Papa sposa nella sua enciclica.