La politica ai tempi della biopolitica

Su Europa, comincia oggi una serie di "interviste sulla politica ai tempi della biopolitica con alcuni tra i più importanti filosofi italiani". Il primo a essere intervistato è Roberto Esposito. Un punto della sua intervista, in particolare, mi fa difficoltà, quando dice che "il problema centrale [della politica] non è più tanto quello della ripartizione delle risorse e della giustizia sociale", ragione per cui le classiche distinzioni destra/sinistra non funzionano più. "Le questioni che riguardano l’inizio e la fine della vita o la salute sono in gran parte trasversali ai concetti di destra e sinistra".

Io invece penso che questa trasversalità è forse il segno che non sono ancora divenute (non dico concettualmente, ma empiricamente) così centrali come Esposito ritiene. Ed è possibile che diventino centrali (anche se ciò non vuol dire che destra e sinistra rimarranno immutate) quando porteranno sempre più con sé "questioni di ripartizione delle risorse e della giustizia sociale" (ad esempio: io ho i soldi per acquistare un rene, e tu no; io ho i soldi per mangiare cibi certificati, e tu no; e così via). 

2 risposte a “La politica ai tempi della biopolitica

  1. Ecco il testo dal sito di Europa:

    Professor Esposito, la politica oggi tende a occuparsi sempre di più della vita. È un processo inevitabile?
    Sì, è inevitabile. La questione della vita biologica, dei singoli e delle popolazioni, è di fatto al centro di tutte le decisioni politiche più importanti. Questo non significa che non siano in gioco altri problemi, ma anche questi problemi in realtà si riferiscono in ultima analisi a questioni attinenti la vita biologica e il corpo dei cittadini. In Italia i temi che hanno coinvolto di più l’opinione pubblica sono tutti biopolitici: divieto di fumo, droga, sicurezza stradale, immigrazione, fecondazione artificiale, aborto, eutanasia.
    Il modello della cura medica è diventato la forma stessa della vita politica.
    Una conseguenza solo del progresso scientificotecnologico?
    Certo, ma ci sono altri fattori.
    Da un lato il progresso tecnologico è penetrato dentro la stessa natura umana.
    Dall’altro nella modernità sono entrate in crisi le istituzioni che in una fase precedente avevano rappresentato una sorta di filtro tra potere e vita: l’idea di stato, di nazione, i partiti stessi.
    Senza queste camere di compensazione, politica, etica e vita sono entrati in cortocircuito.
    Se ci pensiamo, anche la questione vergognosa dei rifiuti in Campania tocca questioni legate al corpo, all’ambiente, alla salute: la spazzatura stessa è fatta in gran parte di residui organici. Per non parlare della politica estera: oggi tutte le guerre sono dichiarate in nome della difesa della vita delle popolazioni che poi ne vengono coinvolte. La guerra di conquista non esiste più.
    Lei parla di cortocircuito. L’irruzione della biopolitica fa sballare anche i paradigmi di destra e di sinistra?
    In parte sì perché se il problema centrale non è più tanto quello della ripartizione delle risorse e della giustizia sociale, le questioni che riguardano l’inizio e la fine della vita o la salute sono in gran parte trasversali ai concetti di destra e sinistra.
    È possibile per la politica occuparsi della vita senza poterla definire?
    No, non è possibile senza quanto meno presupporne una definizione. Detto questo, la vita umana è quanto di meno definibile ci sia: è qualcosa di sfuggente, è comune a tutti ma diversa in ogni singolo uomo. Ma una qualche idea ci dev’essere. Per definizione di vita non si deve intendere, però, presupporre una “normalità” della vita, un dover essere dall’esterno, ma una conoscenza delle dinamiche complesse e in continua metamorfosi dei processi fondamentali del vivente. La vita in un certo senso è sempre al di là di se stessa, è qualcosa che si supera, si trascende. Non va immaginata in senso deterministico, ma come un continuo mutamento.
    La norma fondamentale della vita è quelle di cambiare le sue norme.
    È di sinistra pensare che il progresso scientifico-tecnologico migliori la vita delle persone? Ed è davvero così?
    È uno schema che non funziona sempre.
    Il nazismo, per esempio, tendeva a utilizzare la scienza come eugenetica, cioè per mutare la vita in una certa direzione e dall’alto.
    In generale l’idea di progresso è più legata alla tradizione di sinistra perché la destra più classica è tendenzialmente conservatrice.
    Ma bisogna distinguere tra destra cattolica e destra liberale, due tradizioni molto diverse.
    Il nazismo ha mostrato che la biopolitica alla sua massima potenza si trasforma nel suo contrario, in tànatopolitica, in politica di morte. Esiste un rapporto tra scientismo e stato etico?
    I rischi dello stato etico sono ovvi: quello di imporre una norma a ciò che, come la vita, non ha norme. Io però non credo che oggi le democrazie occidentali siano di fronte al rischio di uno stato etico. Siamo piuttosto di fronte ad altri due rischi: il primo è quello di un liberalismo talmente estremo da ritenere che ciascuno individuo è l’assoluto proprietario del proprio cropo. Già nei classici del liberalismo, da John Locke in poi, si dice che è individuo colui che è proprietario del proprio corpo.
    Questa definizione, che ha in sé anche un elemento addirittura rivoluzionario rispetto al vecchio assolutismo, contiene però l’idea che il corpo sia una proprietà. Ma allora, se il corpo è mia proprietà, posso venderlo o distruggerlo.
    Il discorso che andrebbe fatto è che io non ho un corpo ma sono un corpo, cioè sono un tutt’uno con il mio corpo.
    Solo in questo caso il mio corpo non ha un proprietario.
    L’altro rischio viene da un certo fondamentalismo cattolico per il quale anche il corpo è di proprietà di qualcuno, cioè di Dio.
    C’è chi, invece di corpo, parla di persona…
    L’ultimo mio libro è una decostruzione del concetto di persona, un concetto figlio da un lato del cristianesimo e dall’altro del sistema giuridico romano che si basa sull’idea che esiste una separazione tra un ente razionale, spirituale, morale (appunto, la persona) e una parte che è animale-biologica, cioè il corpo.
    L’idea di persona in se stessa non congiunge ma divide. Non solo. Ma ci sono esseri viventi che “non sono persone”, per esempio gli schiavi dell’antica Roma. E ancora, per una certa bioetica liberale il pazzo o il malato terminale non è una persona a tutti gli effetti.
    Nel dibattito americano si insiste sul termine pro-choice. La crisi della modernità ha investito anche il concetto di libertà o è ancora “spendibile” politicamente?
    Il concetto ha vissuto una grande mutazione.
    Nell’antica Grecia libertà significava partecipare alla vita pubblica: si era liberi ma insieme.
    Oggi per libertà intendiamo sempre di più l’autodifesa dell’individuo rispetto agli altri. La libertà è sicurezza della persona e dei suoi beni. Se la libertà si asciuga nella semplice autoconservazione e autodifesa di me stesso diventa un concetto puramente difensivo, meno spendibile politicamente di concetti come uguaglianza e giustizia.

  2. Faccio notare che è una bella silloge di tautologie, inevitabili dato il carattere tautologico e non interessante del principio stesso della biopolitica: ogni uomo ha un corpo, e tutte le costrizioni costringono il corpo!

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