Novecento senza aborto

L’articolo sul Mattino richiede qualche supplemento, per la discussione avviata con Ffdes e con SchwarzWelf (nei commenti).
A Ffdes.
Sì, io considero normale (e civile) dare fiducia alle persone, e supporre in generale che comprendano quel che comprendo io. Almeno fino a prova contraria. Dunque supporrò che se io ritengo un certo caso omicidio (che a quel che so è un reato molto grave, il più grave, un reato sul quale non si può sorvolare: in generale, non mi risulta che dinanzi a morti violente la prima mossa dell’autorità sia quella di condurre accertamenti sullo spirito del tempo: può essere l’ultima, non la prima), se io ritengo un certo caso omicidio, ci sarà un omicida. Prima di rinunciare a trovare un omicida, di solito, ce ne corre. (SchwarzWelf, peraltro, magistero alla mano, mi pare concordi). (Corollario polemico: la polizia farebbe di conseguenza bene a entrare di più negli ospedali).
Ffdes non mi dice nulla circa la stima che io gli chiedo: quante donne sanno che abortendo mettono termine a una vita umana? Io sarei portato a ritenere tutte, quasi tutte, la maggioranza, Ffdes no, forse pensa un piccolo, piccolissimo numero: non so. Se un piccolo numero, vorrei che scrivesse magari sul suo blog: c’è un piccolo numero di donne assassine, là fuori. Vorrei che anche Ferrara facesse la sua stima, e scrivesse sul giornale: la maggioranza delle donne non sa di commettere un omicidio (che già questo è abbastanza offensivo); ma sicuramente (è un fatto statistico) ce ne sono alcune che lo sanno: quelle sono assassine (e questo è coerente). Converrebbe individuarle, per non gettare un sospetto morale su tutte le altre… Vorrei perciò che si auspicasse fortemente la condanna penale per le (poche) assassine: continuo a non capire perché, fosse anche una su mille a abortire sapendo che è una vita umana, ecc., quest’assassina non debba essere assicurata alla giustizia. Perché si consideri un dramma e uno scandalo senza pari l’aborto, e non anche che delle assassine vadano sistematicamente impunite.
Poiché il termine omicidio che viene qui usato è lo stesso che viene usato in altri casi di morte violente che non riguardano feti – e la ragione, a quel che il mondo ignaro apprende, è precisamente che si tratta della stessa cosa – vorrei che si dicesse chiaramente, quando si fa la somma degli aborti degli ultimi trent’anni, che va ridimensionato, al confronto, il nazismo. Idealmente: se qualcuno mi facesse scegliere: avresti voluto un Novecento senza aborti o senza nazismo, io, stupidamente, direi senza nazismo. Se guardo al numero dei morti dovrei dire invece: senza aborto.
(Se si trova urtante o provocatorio il confronto, mi scuso: ma è che io trovo urtante tutta questa faccenda).
(Faccio notare che Ffdes parla di vita umana. Almeno finora. Non so se con vita umana intenda persona umana. Che la vita umana sia sempre, in ogni stadio biologico della sua esistenza, vita umana personale, attende dimostrazione; poiché l’argomento della Thomson portato nell’articolo vale anche per individui umani adulti che tutti considerano persone, non ho discusso questo punto, né intendo discuterlo qui. La correzione della metafisica delle partorienti, perché adeguino il loro registro di comprensione del feto che hanno in grembo alle esigenze del personalismo, non è affar mio. Certo, chi difende la vita appellandosi all’evidenza non ha, credo, evidenze empiriche a conforto della personalità dell’embrione; tuttavia, nella misura in cui ritenesse di averle –  ad esempio: per un feto di otto mesi – non potrebbe non trovare evidente anche per altri quel che è a lui evidente, sennò che razza di evidenza sarebbe?, e perciò non potrebbe non trovare assassina chi ciononostante abortisce. Se c’è lì un’evidenza, è facile, non dico necessario ma almeno facile, che molti comprendano la cosa esattamente negli stessi termini in cui la comprendo io).
Ffdes conclude con efficace retorica: chi comprende che è vita umana quella che interrompe, è in guai seri con sé. D’accordo, però devi auspicare – auspicare perlomeno – che sia in guai seri con la giustizia penale. Se poi scendi in politica e vuoi essere coerente, devi formulare pubblicamente l’auspicio. E proporti di stendere le relative distinzioni giuridiche. Quando Ferrara lo farà, ne guadagnerà in coerenza e credibilità.
A Schwarzwelf
Io non discuto nell’articolo, come ho detto sopra, la questione della dignità personale dell’embrione o del feto. Credo di avere spiegato perché: trovo che l’argomento della Thomson valga anche là dove nessuno dubita che di persone si tratti. Il caso del violinista famoso immaginato dalla Thomson, che un bel mattino io trovo attaccato non si sa perché ai miei reni, è appunto immaginato per saltare a pié pari la discussione sulla personalità dell’embrione (il che ovviamente non significa che sia pacifico che l’embrione sia persona né che non lo sia – però ti chiedo: qual genere di certezza attribuisci all’affermazione che l’embrione è persona? È una certezza che ritieni fondata sul dato biologico? Ritieni quindi che la biologia sia decisiva per stabilire le condizioni necessarie e sufficienti per decidere se un individuo sia persona oppure no? E se ora ti proponessi il caso immaginario di mia figlia, che ad un esame clinico è risultato possedere una dote biologica aliena? Mi autorizzeresti a sopprimerla?).
Ciò detto, confesso che mi infastidirebbe un po’ che qualcuno ritenesse che io sia anestetizzato, dal momento che non riconosco la personalità dell’embrione. Dotato come sono di smisurata autostima, mi verrebbe peraltro naturale di pensare che sono abbastanza imbecilli le persone (no, non le persone: facciamo i Magisteri) che mi considerassero anestetizzato. Così, per par condicio.
Ma torno all’argomento della Thomson. Che non è affatto ingenuo, ma stilizza il caso della gravidanza indesiderata. Se non si ritiene che esistano gravidanze indesiderate, cioè non volute, l’argomento della Thomson non funziona, mi rendo conto, ma non capisco perché il fatto che io sappia di poter rimaner incinta nel corso di un rapporto sessuale debba significare che dunque la gravidanza me la sono voluta. (Poiché apprezzo molto il tono non polemico, e mi scuso per un paio di battute polemiche, offro in cambio la rinuncia a tirare in ballo la questione contraccettiva).
E poi, posto pure che l’argomento si attagli solo a rarissimi casi (ad esempio: lo stupro) voglio sapere dai difensori e paladini della vita se in tali casi considererebbero moralmente lecita la decisione della donna. Se la considerano lecita, vorrei capire su qual fondamento la considerano tale.
Non vorrei, infine, apparir troppo leggero. L’ho scritto nell’articolo: sapere qual genere di responsabilità si esercita, avendo il diritto di esercitarla, non diminuisce affatto la responsabilità; casomai, l’aumenta. Di personale aggiungo che ho tre figli, e per nessuno dei tre io e mia moglie (più lei che io, naturalmente) abbiamo fatto ricorso all’amniocentesi: non avremmo mai e poi mai fatto seguire l’aborto ad un eventuale esito infausto. (Così  stiamo tranquilli che troppo anestetizzato non sono).

21 risposte a “Novecento senza aborto

  1. Se la Thompson ha ragione io quando vedo un gruppo di pedofili che si ripassano un bambino come fosse un calumet della pace posso fregarmene altamente, allora…

  2. Raramente ho letto un rilievo così poco pertinente. Mi meraviglio che l’anonimo non evidenzi, visto che c’è, il nesso fra l’argomento della Thomson e il cannibalismo, così come fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima.

  3. Mi sembra un grande passo avanti che si parli della responsabilità del concepimento.

    L’esempio della Thompson tiene infatti solo nel caso di stupro.

    Il rapporto sessuale può causare il concepimento. E di questa potenzialità siamo a conoscenza: ne siamo quindi responsabili.

    Del violinista siamo invece irresponsabili. Io probabilmente vorrei salvare anche il violinista, ma non è questo il punto.

    bebop – violinista

  4. L’impertinenza è il mio forte. Comunque sarà che sono stupido e che a certe cose non ci arrivo (o non ci voglio arrivare – e in tal caso non sarei più stupido), ma se la mia osservazione è fuori luogo la risposta è poco convincente. In fondo si limita a dire che a certe cose non ci arrivo (o non ci voglio arrivare). Ragion per cui dico quello a cui arrivo e poi vediamo qual’è la tappa ulteriore che non ho raggiunto: la Thomson dice che la vita di un uomo non è, di per sè, qualcosa che possa vincolarmi a un certo tipo di azioni. Non dice che bisogna stare a guardare le circostanze singole in cui impattiamo questo “qualcosa” per poi determinarsi all’azione, ma facciamo finta che l’abbia detto. Come principio generale di “discrezione” (guicciardinianamente) oserei dire che è pressoché ineccepibile. Se uno ha un coltello da cucina in mano e si avvicina con aria minacciosa non basta il fatto che sia una vita umana per impedirmi di malmenarlo e, nella peggiore delle ipotesi, ucciderlo. Ora, però, il caso specifico di cui si parla è la salvaguardia di una persona che ha bisogno di aiuto. E’ fuori discussione che sia un bambino in preda a una banda di pedofili che un nascituro sono in condizione di non farcela da soli. Come il “violinista” dell’argomento della Thomson. In tutti e tre i casi la loro vita dipende da come noi ci regoleremo per aiutarli. Dunque un primo punto di contatto c’è – e invece degli asparagi potremmo già cominciare a parlare dell’estensione corporea e l’immortalità dell’anima. La nostra brava filosofa dice che non basta neanche che la sopravvivenza del violinista dipenda da noi per avere diritto al nostro aiuto. Dunque, conclude, perché mai si dovrebbe obbligare una madre a partorire quando non lo vuole, visto che se non volessimo potremo toglierci di mezzo anche il violinista? Vita umana l’una, vita umana l’altra. Magari si potrebbe dire che il violinista potrebbe essere un estraneo mentre il figlio sicuramente non lo è, ma francamente non so quanto regga come argomento (e non lo so davvero). Quello che so, però, è che quando si è detto tutto questo davvero non trovo ragioni per dire che un bambino messo in pericolo da un branco di pedofili va difeso. In fondo è “solo” una vita umana che ha bisogno di aiuto: come quella del violinista e quella del nascituro. Perché fare un’eccezione alla non-regola? E allora dico pure: lo Stato è ingordo e tiranno se mi avverte che, di fronte ad un incidente stradale, un mio eventuale disinteresse può costarmi una denuncia per omissione di soccorso? (senza chiamare in causa, ovviamente, questioni etiche personali). Potrei aggiungere altri punti di contatto: il violinista come il nascituro come il bambino violentato come l’incidente stradale sono cose con cui non sono voluto venire in contatto. Individualisticamente non avrei responsabilità. Eppure mi pare chiaro che se un uomo muore dissanguato nella sua macchina la responsabilità potrebbe essere (anche, non solo) mia.

    Mi scuso moltissimo per la prolissità e per la violenza verbale quasi “icastica” del primo commento, ma sono un “pasionario” pieno di dubbi e, dunque, magari qualche parolina di troppo ci scappa. Spero di essermi almeno un pò avvicinato non dico all’anima, ma quantomeno alla ghiandola pineale e di non essere rimasto fermo agli asparagi. Ma capisco che potrei aver di nuovo sbagliato tutto. Di nuovo? Vabbè, ci siamo capiti.

    P.s. tra le altre cose la Thomson scriveva, in “A Defense of Abortion”, che se lei fosse in fin di vita e l’unica sua possibilità di salvezza fosse il contatto della mano di Henry Fonda sulla sua fronte non avrebbe comunque diritto a quel contatto. Questo fa capire due cose: 1) La Thomson è una fan di Henry Fonda; 2) non sono nemmeno le singole situazioni in cui entriamo in contatto con la vita di un uomo a stabilire come dobbiamo comportarci nei suoi confronti. Così, magari, Bernardo Gui aveva pure qualche ragione a fare quello che faceva…

  5. In breve, ora capisco un po’ meglio io. E allora: non è che neghi un dovere morale di aiutare il bambino. Ma nemmeno la Thomson ritiene che sia privo di merito morale chi decidesse di aiutare il violinista, tenendoselo attaccato ai reni. Quel che vedo, ed è la differenza che mi pare renda poco calzante i casi messi insieme, è che né nell’aiuto da prestare al banbino aggredito né nel soccorso stradale viene chiesto di prestare aiuto attraverso una soggezione, e/O limitazione, e/o danno della propria salute

  6. Rieccomi.
    Pur non volendo entrare, per ora, nel merito della questione relativa alla personalità dell’essere umano allo stato embrionale del proprio sviluppo, ritengo esservi una differenza sostanziale tra il caso del violinista e quello della gestazione del proprio figlio: che è appunto quella che passa tra qualcuno presente a ragione di un proprio atto, quello generativo, e qualcun altro presente non si sa bene perché. Se la persona conosce gli effetti di un rapporto sessuale, pur non desiderando una discendenza, deve altresì sapere che alla procreazione tale atto è intrinsecamente ordinato, pur non essendo sicuro quell’esito, così che non possa poi dire, onestamente, che la gravidanza non l’avesse voluta. Non l’avrà intenzionata, ma essa era nell’orizzonte delle possibilità di quell’atto, e ciò non poteva essere negletto. Questo esclude si possa dire che si sia “trovata” incinta, ha agito in modo tale da trovarsi incinta, pur non volendolo prima facie, se vogliamo, ma senz’altro consapevole del fatto che la gravidanza fosse una possibile conseguenza.
    Non troverei polemico, a questo punto, si aprisse la questione contraccettiva, ma mi parrebbe sgarbato porla ora da parte mia, a seguito della tua offerta distensiva.
    L’aver provocato consapevolmente alla vita un essere umano, pur non desiderando farlo, pone la questione della sua soppressione in termini un po’ diversi da quelli prefigurati dalla Thomson per il violinista. L’utilizzo, ma credo sarebbe più proprio parlare di fruizione, dato che non viene consumata la madre dalla gestazione del figlio, del corpo materno da parte della vita portata in grembo è la conseguenza diretta, ancorché magari non desiderata, di una propria scelta, così da non potersi dire che ci si trovi addosso qualcuno, a noi estraneo, che pretenda di usare l’organismo per sopravvivere. Non solo non vi è estraneità biologica tra quel qualcuno e il proprio figlio, ma neppure vi è un’estraneità morale, se così si può dire, tra questi e la madre, essendo il figlio la conseguenza diretta di una libera scelta.
    Sulla certezza che attribuisco alla personalità dell’embrione umano devo articolare la risposta. Il problema dell’essere persona ha una genesi filosofica, prima che biologica, così che la risposta debba essere su entrambi i piani, se ambisce ad essere, non già esaustiva, che temo non lo potrà mai essere, ma quanto meno il più adeguata possibile. È chiaro che, se si sposa una concezione di persona funzionalista, tale per cui persona è solo chi possa esprimere compiutamente le proprie facoltà razionali, allora l’embrione umano, ma neppure i dormienti e diverse altre “certe” persone, possano vantare titoli di appartenenza a detta categoria. Se, invece, si considera la concezione sostanzialista, mi pare fosse quella boeziana “individua existentia rationalis naturae, dove è la natura razionale il discrimine di appartenenza, allora la biologia può dare validi strumenti, oggi, per riconoscere l’embrione umano persona. Se non ricordo male il Comitato Nazionale per la Bioetica nel ’95, nel documento “statuto ontologico dell’embrione”, il comitato presieduto dal Prof. Agazzi era composto da membri di diversa estrazione culturale, quella cattolica era minoritaria, sposò questa linea interpretativa. Biologicamente, infatti, si notava che l’embrione umano avesse in sé attivamente tutto quanto gli fosse necessario per il suo successivo sviluppo, ove gliene si fosse concesso il tempo, e condividesse dunque quella natura razionale, che avrebbe espresso nella sua crescita. Ad onor del vero devo aggiungere che in detta sede, una volta convenuti all’unanimità sulla predicabilità dello status di persona a favore dell’embrione umano, ci si è poi divisi in diverse posizioni quanto alla spendibilità di detta acquisizione. Per taluni la personalità costituiva argomento vincolante ai fini della sua tutela, per altri no, ma questa è un’altra questione.
    Il punto è il riconoscimento della personalità di chi appare avere la “rationalis naturae”. Sotto questo profilo, la scoperta di un tratto biologicamente alieno, non pregiudica la personalità di chi ne fosse il portatore, al massimo ne pregiudicherebbe la “purezza” di specie. La definizione boeziana, ad esempio, si attaglia eminentemente a Dio, prima ancora di considerarLo vero uomo in Cristo.
    A suo tempo vi fu una polemica tra Amnesty International e la Chiesa sulla questione della possibilità dell’aborto a seguito di stupro, e il card. Bertone ribadì la non ammissibilità della soppressione del figlio neppure in quel caso, limite, dicendo che l’aggiunta di violenza ad altra violenza non fosse una via accettabile.
    Usando l’immagine dell’anestesia non volevo darti del citrullo, ma solo rilevare la ricaduta di un certo zeitgeist, del tutto inteso a stordire la coscienza, per lo più ingannandola attraverso l’uso distorto del linguaggio.

    Complimenti per la famiglia e la disponibilità completa con la quale vi siete messi in attesa dei vostri figli.

    Cordialità

  7. SchwarzWelf, la tua replica non chiarisce granché il punto. La posizione della Chiesa cattolica sul frutto dello stupro è nota, tu dovresti spiegare perché razionalmente e moralmente accettabile non solo per il nascituro ma anche per la madre, nella misura in cui è caso che si approssima alla fattispecie immaginaria della Thomson. Per quanto riguarda gli altri casi di gravidanza indesiderata ma ugualmente casata, nei tuoi termini, dovresti spiegare per quale ragione in quei casi l’aborto dovrebbe essere distinto – moralmente e quindi giuridicamente – dall’omicidio colposo.

    Return

  8. Provo a rispondere, Return. La fattispecie immaginaria della Thomson, come cercavo di chiarire, evidentemente non in modo efficace, è speciosa. Lei fonda il proprio argomento, per come l’ho letto qui riportato, sul “trovarsi” qualcuno addosso, che necessita dell’organismo di un altro per sopravvivere. Non è questo il caso del rapporto madre figlio, laddove il figlio non è un qualcuno, ma è il frutto di un atto liberamente compiuto. Sopprimere il figlio, che si è deliberatamente chiamato in vita, mi pare, non richieda ulteriori chiarificazioni razionali circa la qualità immorale dell’atto. Diversamente giro a te la domanda: come può la soppressione del proprio figlio essere un atto moralmente ammissibile?

    Sono in difficoltà, lo ammetto, a definire un atto abortivo, dunque consapevole, dunque intenzionale, quale omicidio colposo. Quali elementi sarebbero a favore di una non volontà di nuocere? Sinceramente non ne vedo. L’atto abortivo è e resta quello che è: tra le altre cose la soppressione del proprio figlio.

    Cercavo, però, di non adoperare le categorie dell’omicidio, assassinio e consimili, per non esacerbare i termini della discussione, e non dar l’impressione di voler offendere alcuno, cosa che, ribadisco, non è mia intenzione di fare, ma, se insisti a farne una questione linguistica, non ho problemi logici ad affermare ciò che per me è un’evidenza: l’aborto è un omicidio. Solo che, detto questo, di norma si lanciano i reciproci anatemi e si chiude ogni spiraglio di confronto, il che non mi pare questo progresso, neppure in ordine al conseguibile obiettivo di approfondire la comprensione delle reciproche ragioni.

    Saluti

  9. Schwarz deve esserci un problema di comunicazione, perché io il tuo intervento l’avevo letto e compreso. Mi pare che tu continui a non comprendere il mio (nostro) quando reiteri la distinzione fra il violinista e il concepito sulla base del libero concepimento. Io ti ho detto: assumiamo in via ipotetica che una donna sia sempre, almeno in parte, responsabile della sua gravidanza eccetto che nel caso dello stupro. Nel caso dello stupro, cosa distingue la situazione del feto (e della donna) da quella del violinista?
    Nel caso dell’errore, è improprio dire che il feto è “deliberatamente chiamato in vita”: piuttosto, è inavvertitamente o negligentemente chiamato in vita. E’ vero che un omicidio è sempre un omicidio (e un’assassina è sempre un’assassina, no, non ti è concesso nicchiare, sempre per rispetto di quel precetto di igiene linguistica a cui rispetto si richiama l’avversario dialettico), ma è anche vero che è equo distinguere fra la responsabilità di una libera scelta e la responsabilità per negligenza in una libera scelta, così come è diversa la responsabilità di chi volontariamente spara al vicino di casa da quella di chi ubriaco lo investe con la macchina.
    In ogni caso, se non accetti questa distinzione – è lecito – la mia domanda sarà riformulata così: l’aborto è moralmente equivalente ad un omicidio volontario? E se ritieni questo, quale argomento ti è possibile portare a favore della legge 194?

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    PS. “Sopprimere il figlio” è moralmente un omicidio se e solo se il figlio è essere umano/persona, il che, lungi dall’esser dato, è precisamente ciò intorno a cui verte l’intera discussione.

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  10. Sulla questione dell’embrione-persona (che io non sollevo deliberatamente) risponderei come SchwarzWelf, in buona sostanza. Ma ripeto, ora la questione non mi interessa granché.
    Sulla questione della fiducia, invece, mi pare che continuiamo a non capirci. Io non dico che chi pensa, diversamente da me, che l’embrione non è vita umana e conseguentemente l’aborto non è – moralmente – omicidio non capisca quel che dico, né viceversa non dico di non capire io ciò che dice lui. Tutti capiamo tutto. Però non vediamo la verità di ciò che l’altro dice, e ciò perché il nostro “vedere la verità” è impastato – su questioni simili – con molto altro che non è la pura logica, la dimostrazione, il prendere atto di un fatto. (Direi anche: il “fatto” embrione è inafferrabile senza un’ermeneutica dell’embrione).
    Quanto al resto: io conosco personalmente due donne, alle quali ho voluto e voglio molto bene, che hanno abortito e che mi dicono e si dicono che quel che hanno eliminato non è vita umana. Conosco altresì molte altre persone che, discutendo con me in merito alla questione, mi dicono di non vedere l’umanità dell’embrione. Non saprei dire, su un piano statistico, quante siano le persone che condividono questa opinione e quante siano le persone che non considerano l’aborto un omicidio per via di quell’opinione. E’ un dato di fatto che ne esistano e credo – estrapolando dalla mia esperienza – che ne esistano molte. Tutto qui. (Poi ci si potrebbe chiedere che relazione intercorra, su questi temi angoscianti, tra ciò che diciamo di pensare, ciò che pensiamo di pensare e ciò che pensiamo o crediamo o sentiamo effettivamente, ma questa è un’altra questione).
    Infine: perché, mi chiede AP, non denuncio le donne abortiste che sanno di commettere un omicidio? Moralmente e culturalmente, le denuncio eccome: dico che sono omicide, lo scrivo sul mio blog, ho partecipato a manifestazioni e ho firmato documenti, l’ho sostenuto in dibattiti pubblici, lo dico a chi me lo chiede. Dal punto di vista giuridico le cose, giustamente, cambiano: se anche esistesse (oggi in Italia non esiste) una legge che ne consentisse la denuncia, non sarei contento. Perché il problema non è giuridico: è culturale (e questa mi pare la parte migliore di ciò che dice Ferrara, al netto di ogni sua possibile cattiva coscienza). Capisco che non potrebbero esistere strumenti giuridici efficaci per discriminare e, ovviamente, non vorrei che in Italia si tornasse a una situazione di illegalità dell’aborto (come era prima della 194). Non lo vorrei perché, in alcuni casi, ritengo l’aborto sul crinale della giustificabilità, e perché prendo atto del fatto che, con qualche buona ragione, nella nostra civiltà l’aborto rientra in una serie di casi in cui – per ragioni di “civilizzazione” – l’omicidio è depenalizzato, simile in questo (benché non nelle ragioni che lo rendono tale) ai soliti esempi della guerra o della legittima difesa o della pena di morte.

  11. Eh sì, non avevo capito, Return, prendessi il caso limite dello stupro ad esempio. Per restare nel paragone direi che il violinista si attacca volontariamente ai reni della donna, decidendo dunque d’interferire nelle funzioni organiche altrui, diversamente il figlio non ha scelto di venire al mondo, e di fruire conseguentemente dell’organismo materno. Condivide questa situazione con quella materna, se di stupro trattasi. Nessuno può negare che lo stupro sia una violenza inferta, ma non è altresì negabile che l’aborto di quanto lì concepito sia parimenti e ben più radicalmente violento. Passa la differenza tra il ferire e il sopprimere. Ribadisco comunque che di caso limite trattasi, non è di norma buona prassi affrontare la questione attraverso i casi estremi.

    Accolgo senz’altro la differenza tra i diversi gradi di intenzionalità nell’azione omicida, recepiti anche dall’ordinamento giuridico, che sanzione l’o. volontario differentemente da quello preterintenzionale così come da quello colposo, ma come scrissi, non credo si possa invocare questa fattispecie nel caso in oggetto. Si potrà dire che è stato preterintenzionale il concepimento, al massimo, ma l’eventuale decisione di abortire è volontaria in prima istanza, questo rende l’azione soppressiva pienamente consapevole e deliberata, tale da escludere qualsiasi attenuante.

    Come si diceva qualche commento prima, perché si dia la pienezza della volontarietà di un atto qualsiasi, a magior ragione per un atto così grave, occorre vi sia un’adeguata conoscenza della realtà in gioco, si parlava di Zeitgeist a proposito. Non so oggi quanta consapevolezza ci sia, tra chi pratica l’aborto, dell’identità dell’abortito, così come non sono affatto convinto, e t’assicuro che non sono provocatorio, della consapevolezza con la quale si hanno rapporti sessuali. Troppo spesso ho visto usare l’aborto come contraccettivo. Queste inconsapevolezze, o sfumate consapevolezze, accuratamente conculcate dal mileu culturale, forse meglio dire mediatico, obbligano a sfumare il giudizio di responsabilità a carico di coloro i quali si rendono protagonisti di aborti. Detto questo, per dovere di correttezza, confesso di non avere argomenti a favore di quella parte della legge 194 che prevede l’ammissibilità dell’aborto in casi che non siano strettamente terapeutici, anche perché in quei casi, più propriamente, l’aborto è un effetto indesiderato, non certo intenzionato, della prassi medica.

    Convengo assolutamente con te nel riconoscere che il punto di tutta la questione sia lo statuto ontologico dell’embrione umano. Diversamente da te, però, ritengo siano state date ottime ragioni per ritenere che il figlio sia un essere umano/persona, sin dal concepimento. Il fatto persistano nicchie di dissenso relativamente a ciò ha più a che vedere con le implicazioni politico-morali conseguenti che con l’osservazione scientifica, la quale è piuttosto concorde nell’affermare tanto l’appartenenza al genere umano degli embrioni fecondati, quanto (ma qui la scienza non basta, occorre sviluppare un ragionamento filosofico) la loro personalità. Il mio citare il documento del CNB, nell’intervento precedente, era inteso a mostrare questo consenso trasversale in ordine a questa questione.
    La stessa Warnock, direttrice del gruppo di ricerca che tentò di distinguere gli stadi di sviluppo della cellula embrionale, onde poter dire quando questa potesse dirsi pienamente umana e quando no, inventando la categoria del pre-embrione, dovette poi ricredersi, e spiegò, e questo va detto a suo onore, come fosse scientificamente inesatto porre delle distinzioni all’interno di un processo che in natura non ha alcuna soluzione di continuità. Non ha alcun fondamento biologico, e sarebbe del tutto arbitraria, una distinzione di fasi, che si volesse sostanziale, all’interno del processo di sviluppo embrionale innescato dalla fertilizzazione.

    Del resto, se l’embrione umano non fosse persona, o tanto meno umano, si aprirebbe la questione, invero abbastanza paradossale, di quando di umanizzerebbe/personalizzerebbe.

    Ciao

  12. Farfinta, scusa, io capisco che di queste cose non è giusto parlare con l’accetta, per carità. Ma l’uso pubblico della ragione ha delle esigenze, anche quando si pretende ardore incarnato e Missione (come l’ultimo Ferrara e il sempreverde Pannella). “Perché il problema non è giuridico: è culturale”: scusa, ma di fronte a una strage, mi pare argomento di piccolissimo momento. Anche la mafia è un problema culturale. Ma questo non ci porta a soprassedere sul carcere duro. “ovviamente, non vorrei che in Italia si tornasse a una situazione di illegalità dell’aborto”. E perché, scusa? Lo dice Bobbio nella sua celebre intervista che tutti citano: il fatto che sia impossibile prevenire i furti d’auto è un argomento a favore della loro depenalizzazione? Non sembra proprio. Dici che l’aborto clandestino è cosa bruttina. Beh sì, ma tutto sommato non così brutta se l’alternativa è quella che Ferrara denuncia: la legittimazione morale dell’omicidio. Intendiamoci, io ti capisco: una donna che abortisce non è proprio come Totò Riina (la Bonino forse è come Totò Riina). Ma è moralmente così diversa, nei tuoi termini, dal gregario mafioso, “anestetizzato” dalla “cultura” in cui è nato e cresciuto, che gli impone ogni tanto di far fuori qualcuno, di cui ovviamente non riconosce l’umanità? “Non lo vorrei perché, in alcuni casi, ritengo l’aborto sul crinale della giustificabilità” (puoi specificare?), “e perché prendo atto del fatto che, con qualche buona ragione, nella nostra civiltà l’aborto rientra in una serie di casi in cui – per ragioni di “civilizzazione” – l’omicidio è depenalizzato, simile in questo (benché non nelle ragioni che lo rendono tale) ai soliti esempi della guerra o della legittima difesa o della pena di morte.” Nella nostra civiltà il caso della guerra è di solito fatto rientrare nel caso più generale della legittima autodifesa, o, ultimamente, legittima difesa dei diritti umani di terzi incapaci di autodifendersi. Idem la pena di morte (ma sempre meno). Come pensi di associarvi la diversissima fattispecie dell’aborto?

    ciao,
    Return

  13. Se le cose stanno così mi sento autorizzato a credere due cose tra loro strettamente collegate: 1) la Thomson è parente del signor di Lapalisse; 2) La Thomson somiglia parecchio ai “draghi del potere” di Edoardo Bennato: se li guardi dall’alto ti accorgi che sono di cartone.

    Perché se aiuto il violinista a sopravvivere e in ciò ho un merito morale è lapalissiano dire che ho avuto la possibilità di non aiutarlo. Soffermarsi alle possibilità dell’azione mi pare che sia più un discutere intorno alle (discutere… descrivere!) condizioni di un discorso morale che non un discutere intorno ad un discorso morale. Ergo: trovo difficile che una volta detto che potrei negare il mio aiuto al violinista o al nascituro si sia data legittimità etica alla mia (neg)azione. Se incontrassi una vecchina che non riesce ad attraversare la strada per via del traffico infernale che regna incontrastato a Brave New World potrei aiutarla come potrei darle un calcio e mandarla sotto un tram, ma non perché posso sono ugualmente autorizzato (in senso morale) a fare entrambe le cose.

    Quanto, poi, al fatto che in certe situazioni non c’è soggezione e/o limitazione e/o danno per la propria salute avrei molte cose da dire. Socrate, tanto per buttarla lì, morì per le sue idee. Sacco e Vanzetti morirono per delle idee. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino morirono per l’idea della giustizia. Certo, mi si potrebbe replicare che l’impegno etico non può essere imposto per legge (anche perché, spesso, per essere dediti alla causa della giustizia bisogna essere dediti ad infrangere la legge), e dunque quest’argomento lasciamolo stare. Però il branco di pedofili non credo che se ne starebbe buono buono a guardarmi che metto in salvo il bambino e mi dirigo alla stazione dei carabinieri per denunciarli. Anche lì rischierei più di una semplice ramanzina…

  14. sono fuori sede. Vedo angosciato le righe che mi tocca leggere. Non sono sicuro di farcela.
    az par

  15. Mah, i casi limite in filosofia sono sempre assai utili, e questo non fa eccezione, perché se prevale comunque il diritto alla nascita del feto, questo getta una luce un po’ diversa sulla faccenda: non è più la responsabilità oggettiva della donna, chiamiamola così, a far pendere la bilancia dall’altra parte, ma il diritto assoluto del concepito. Non mi pare poco, perché in tal caso si chiarirebbe che hanno ragione le femministe a reclamare il possesso del loro corpo. Una posizione come questa quel possesso glielo nega, o almeno lo limita condividendolo con altri (Dio, la Natura, la Società…) che hanno fra l’altro l’ultima parola. Se la posizione della Chiesa è questa, non è una posizione liberale.

    “Si potrà dire che è stato preterintenzionale il concepimento, al massimo, ma l’eventuale decisione di abortire è volontaria in prima istanza, questo rende l’azione soppressiva pienamente consapevole e deliberata, tale da escludere qualsiasi attenuante.”

    Dici così e benché la cosa mi torni polemicamente comoda – estremizzi la tua/vostra posizione al punto che ben pochi potrebbero condividerla – mi pare che qualcosa non vada: è troppo schematica. Una donna copula senza alcun pensiero, concepisce e abortisce; un’altra prende ogni precauzione ma è tradita dal lattice, o anche dal suo partner (elemento mai troppo preso in considerazione) e poi abortisce. Una teoria soddisfacente dovrebbe permettermi di distinguere adeguatamente nel giudizio morale fra questi due casi. Negare qualsiasi differenza, come tu fai (“nessuna attenuante”) non convince e fa balenare scenari nigeriani.

    La questione dello status dell’embrione è certo spinosa. Capisco che in presenza di un criterio così solido come quello fornito dalla genetica ogni discussione su cosa è umano e cosa no possa sembrare pretestuoso. Esistono tuttavia critiche che certo conosci all’idea che lo zigote sia giù un individuo umano, la più nota delle quali è che esso nella maggioranza dei casi deperisce. Attenzione: deperisce, non muore. Per morte infatti, quella cosa che capita agli esseri umani, intendiamo la fine della vita dovuta al venir meno delle funzioni vitali. Uno zigote deperisce invece se e perché non possiede la capacità di sviluppare funzioni vitali: quel deperimento è più incapacità di nascere che incapacità di vivere, e in ogni caso è qualcosa di sensibilmente diverso dalla morte. In secondo luogo, e per di più, uno zigote può dare origine a più embrioni. Ma se l’individuo irripetibile che merita già l’attributo di persona è tale in forza del suo unico patrimonio genetico, due gemelli identici sono un unico individuo, e la stessa persona.
    Difficilmente qualcosa che non può morire ma può essere più individui può chiamarsi essere umano, in nessun caso lo chiamerei “persona”.

    Ma non è nemmeno questo il punto. E’ che sono convinto che quando noi attribuiamo o neghiamo umanità e personalità, lo facciamo a prescindere dal genoma, e abbiamo buone ragioni per farlo. Un essere perfettamente sano e senziente forse merita la morte (o meglio, meriterebbe la morte in un mondo perfetto) a prescindere dal suo apparato cromosomico. Diciamo che è un mostro e lo giudichiamo disumano senza chiedergli le analisi. Un individuo senza cervello in seguito a un incidente merita forse, dovendo scegliere – ma le risorse sono scarse per definizione – di essere trattato con meno riguardi rispetto a un essere con gravi difetti genetici ma cosciente. Se dovessi scegliere fra salvare un cane e un uomo clinicamente morto probabilmente sceglierei il cane: antepongo la capacità di provare paura e soffrire al punteggio genetico. Un visitatore alieno merita presunzione di umanità. E così via. La faccio breve: l’oggettività scientifica è certo un elemento fondamentale del ragionamento morale, ma non si presta granché ad essere l’unico: l’immaginazione gioca un ruolo assai più importante. Oggi diremmo “veritativo”. E non è detto che un’etica che si regge più sull’immaginazione (informata certo) che sull’oggettivazione debba essere meno rigorosa di un’etica ontologicamente fondata sul primato del genoma. In realtà è probabile il contrario, perché se seriamente presa, costringe a un esercizio di immedesimazione che un criterio oggettivo rende superfluo. A meno che quel che importa non sia tracciare un solco, cioè a prescindere o addirittura contro l’interesse dell’embrione affermare un principio oggettivo di autorità. Che è quello che credo stia avvenendo.

    Mi sono dilungato, chiedo scusa

    Return

  16. Rispondo comulativamente alle diverse sollecitazioni, senza ordine e il più brevemente possibile, come già in precedenza.
    1. La donna per la Thomson può interrompere la gravidanza finoa un minuto prima (posto che significhi qualcosa). Bene: prego di non continuare la discussione partendo dal fatto della legge.Quando Ferrara chiama omicidio l’aborto, non si preoccupa del fatto che nella legge non si parla di omicidio, e dubito che considererebbe un’obiezione il fatto che la legge, ecc. L’ho già scritto, ma vedo che questo punto non viene rispettato.
    2. “Alla procreazione un tale atto è intrinsecamente ordinato”: questa proposizione è molto opinabile, poiché che in natura ci siano atti ordinatiintrinsecamente è opinabile. Aggiungo che l’ambiguità dell’espressione “inrinsecamente ordinato”, tra il biologico e il morale, tra il descrittivo e il normativo, andrebbe eliminata. Non so a cosa sia intrinsecamente ordinata la mano, ma occorre che lo sappia, per disciplinare le cose che si possono fare con la mano?
    3. La madre viene ‘consumata’ dalla gestazione, come dimostrano i valori delle analisi cliniche.
    4. Non riprendo la discussione sulla personalità dell’embrione. Noto solo, senza fondamento biologico, persona è solo un certo modo di interpretare l’essere dell’umanità; con fondamento biologico, mia figlia aliena è tagliata fuori. Io difendo mia figlia e non ho paura di interpretare. La potrei fare molto più lunga, ma rinuncio. Chiedo solo di non confondere vita umana e persona umana, e di non usare l’espressione ‘umanità dell’embrione’ senza chiarire se si fa riferimento al’appartenenza biologica alla specie o ad altro.
    5. Ffdes dice che le donne sono omicide. Non l’avevo letto. Comunque, aspetto che lo dica Ferrara.
    6. Pare che l’argomento della Thomson sia non pertinente per via della via differente attraverso cui nel suo caso e in quello dell’aborto una vita venga a dipendere da me. Tutte le considerazioni su volontarietà/involontarietà sovrappongono al concepimento l’interpretazione dentro una certa tradizione morale. Tutte le richieste di bilanciare, di graduare, ecc. non tengono conto come dovrebbero del fatto che siamo di fronte a qualcosa di peggio che il nazismo
    7. Socrate morì per le sue idee. Chi glielo impose difficilmente viene salutato come un campione di moralità.
    az par

  17. (ringrazio return: non ovendo rispondere a lui l’ho letto purtroppo ancor più superficialmente,ma lo ringrazio)
    az par

  18. figurati

    A proposito dello zigote ho scritto “deperire, non morire”. Naturalmente lo zigote deperisce e poi perisce; il suo perire è distinto dal morire anche perché è esito di un deperimento e non di una malattia.

    Return

  19. risposta al commento anonimo n. 16

    se la domanda è “visto l’argomento della Thompson, qual è il fondamento su cui si sacrifica il diritto della donna” ?
    La risposta è: il bilanciamento col diritto del concepito a nascere (che in taluni casi può prevalere).

    Nei commenti ai post precedenti azioneparallela aveva detto che “l’argomento della Thompson non significa che la donna può fare quello che vuole”. Invece, è esattamente così, perché la Thompson nega che esistano situazioni che possano derogare alla scelta della donna sempre e comunque (ossia, nega che si possano configurare diritti per il concepito fino a che non sia nato).

    se la domanda è “ma se il concepito ha diritti allora l’aborto è equiparabile all’omicidio: come si fa a parlare di bilanciamento ?”
    La risposta è: non è necessario configurare il concepito come essere umano per ritenere che il “fatto” della sua esistenza fondi delle situazioni giuridiche meritevoli di tutela, per cui impostare la dicotomia tra omicidio/non omicidio è solo uno dei possibili modi di affrontare il problema, ma non l’unico e voler ridurre il dibattito a questa dicotomia è frutto di una scelta, non neutrale, che va motivata (ad esempio, la chiesa la motiva con la piena personalità dell’embrione fin dal concepimento e per questo dice che è omicidio; la Thompson nega ogni rilevanza al concepito e dice che si può fare quel che si vuole).

    Per dire, si può benissimo essere persuasi che invece si possa parlare di “essere umano” solo quando l’embrione ha raggiunto un sufficiente livello di sviluppo, per cui prima di tale momento non si possa parlare di omicidio, mentre dopo tale momento sì. Ad esempio, oggi non si può escludere la sopravvivenza del feto partorito prematuramante alla 22-23 settimana per cui sarebbe difficile negare che a tale momento siamo già di fronte ad una “persona” (ed un aborto in tali casi sia un omicidio) e senza cadere in contraddizione si può ritenere che invece l’interruzione della gravidanza prima della 12 settimana non sia un omicidio.

    Come la convizione personale (filosofica, religiosa, morale) che l’embrione sia essere umano perfetto (e che pertanto ogni aborto sia omicidio) non esclude affatto una azione politica che si limiti a limitare i casi di aborto (allo stesso modo in cui ad esempio il movimento filantropo evangelico, avversando la tratta degli schiavi, ha agito politicamente facendo introdurre una serie di limiti normativi che non negavano in radice la possibilità dello schiavismo, senza attaccarne la legittimità “politica” se non dopo aver creato una consapevolezza “culturale”).

  20. Un saluto a tutti, in primis.

    Noto, come spesso accade in confronti su questioni siffatte, un’irriducibilità sostanziale tra le reciproche tesi, e del resto non era mia intenzione, né speranza, il persuadere alcuno della bontà delle mie rispetto alle altre. La finalità con la quale ho inteso questo scambio, del quale questo sarà l’ultimo intervento da parte mia, per evitare inutili ripetizioni e le conseguenti frustrazioni e angoscie, è stata quella di un chiarimento-approfondimento delle ragioni portate a supporto delle diverse posizioni, finalità che ritengo conseguita, e per questo ringrazio voi tutti.

    Devo, dunque, alcune risposte a Return.

    I casi limite, in filosofia, valgono laddove è già stato quanto meno ipotizzato un modello di lavoro “normale”, così che il caso limite possa fungere da verifica/smentita di quello. Tu scrivi che prevalga “comunque” il diritto alla vita del figlio, ma quel comunque, a intendere che anche laddove la gravidanza non sia stata né voluta né intenzionata, non pregiudica l’argomento speso precedentemente, che era la qualità omicida dell’atto abortivo, comunque.
    Il diritto del concepito, non concepitosi da sé, ma provocato alla vita da altri, questo non può essere scordato, non è assoluto, come tu scrivi, ma è appunto relativo al consenso che trovi presso la madre, e la “natura” (intendo con ciò la buona sorte del suo sviluppo). Resta da valutarsi la natura morale dell’eventuale negazione di quel consenso, e per valutare ciò occorre sia chiaro esplicitare la natura di quell’atto, intrinsecamente omicida, ove sia riconosciuta la qualità umana del concepito chiaramente.
    È impossibile, oggettivamente, negare ciò che di fatto è sempre nelle possibilità della madre: l’aborto; quello che invece è possibile fare, è ragionare la natura e il valore di quell’atto.

    Lo stato, che, in caso di necessità, obbligasse alla leva obbligatoria, disporrebbe parimenti del corpo di coloro i quali venissero chiamati all’esercizio delle armi, ma non per questo si dice sia illiberale.
    Del resto la nozione stessa di “possesso del corpo” è scorretta, non si possiede un corpo, si è corpo, certo la dimensione corporea non esaurisce il proprio essere, ciò nondimeno il corpo non è un possesso, a meno di non voler condividere l’antropologia platonica, splendida per molti aspetti, ma inadeguata, a parer mio, nel suo radicale dualismo.

    La mia posizione, (che non si vuole misurare sul metro del consenso del resto, così che il fatto che pochi, come tu scrivi, potrebbero condividerla, non mi spaventa), era ed è fondata sulla distinzione di due situazioni tra loro realmente divise: il concepimento da un lato, l’aborto dall’altro.
    Se dobbiamo valutare l’atto abortivo, la disamina delle condizioni che hanno portato al concepimento, non rileva. Del resto aggiungere un torto ad un altro torto non ha mai costituito un argomento di legittimazione per l’azione immorale intenzionata. L’unica fattispecie invocabile, come scrissi, sarebbe quella delle cure inevitabilmente implicanti la perdita del figlio, nel qual caso non v’è alcuna intenzione abortiva, ancorché quell’epilogo si dovesse, suo malgrado, verificare.

    Alle critiche che tu muovi, sul piano scientifico, circa l’individualità umana dello zigote si è risposto ampiamente in sede biologica. La deperibilità è tratto comune a qualsiasi vivente, in questo lo zigote non fa altro che condividere la sorte di ogni diveniente. Ed è abbastanza forzato sostenere che esso deperisca nella maggioranza dei casi, ma, quand’anche fosse, il fenomeno “vita” è da sempre biologicamente una minoranza statistica, così che non costituisce un’obiezione, anzi semmai questo rilievo aggiunge elementi di continuità tra lo zigote e il genere di cui è espressione. La nascita non è un evento staccato dal processo di sviluppo dello zigote, più di quanto non lo sia il suo passaggio dallo stadio di morula a quello di blastocisti, così che il dire che lo zigote, ove deperisse, fosse più incapace di nascere, che di vivere, non consta. La nascita non è un evento mutante la sostanza dello “zigote”. Non c’è soluzione di continuità tra le fasi di sviluppo umano, questa è la lezione sostanziale della biologia a riguardo.
    Nel documento citato ormai giorni fa, elaborato dal CNB, si considerava esplicitamente la tua seconda obiezione, disinnescandola col notare che in natura il fenomeno di gemmazione non pregiudica l’individualità della matrice, donde per meiosi si replica l’omologo. E del resto in filosofia si distingue l’indivisibilità dall’individualità. L’indivisibilità è tale in rapporto ad altro, l’individualità lo è in rapporto al sé. L’embrione è individuo, non indivisibile. Il fatto possa dividersi, in rari casi, non ne pregiudica l’individualità, infatti è e resta in-dividuo in sé.
    Non ho scritto sia il patrimonio genetico a determinare la personalità dell’embrione, quello, semmai, dice della sua appartenenza al genere umano, condividendo con questo il numero cromosomico specifico.

    Per il resto convengo con te nel riconoscere la biologia non abbia l’unica né l’ultima parola nella definizione della “personalità”, e del resto lo affermavo anch’io nel ragionamento condotto in materia. Sarebbe esercizio utile quello di verificare i criteri da te proposti per sancire l’attribuzione della personalità. Quando parli di un eventuale perdita del cervello, ad esempio, evento che ti porterebbe a concludere verso un minor rispetto nei riguardi di chi si trovasse cerebroleso rispetto a chi fosse geneticamente compromesso, ma cosciente, esprimi un pregiudizio coscienzialista, che rientra in una concezione funzionalista di persona. Io parlavo di rationalis naturae, concetto volutamente ampio, onde non dover esaurire la natura della razionalità in alcune delle funzioni nelle quali questa si può manifestare, e non confondere l’epifenomeno con la realtà.

    L’affermazione dell’opinabilità circa l’esistenza di atti intrinsece ordinati in natura, è opinabile anch’essa. La biologia si muove tutta nel solco di un certo finalismo naturale, inteso in senso descrittivo, non vedo perché doverne squalificare il portato conoscitivo da questa ottenuto. Il paragone con la mano è improprio, io parlavo di un atto sessuale, non di un organo. Dire che l’atto sessuale sia ordinato alla procreazione, in senso descrittivo, insisto, è fare un’osservazione di ordine biologico, non morale, del tutto osservabile da chiunque.

    Secondo lo stesso criterio delle analisi cliniche, allora, la madre sarebbe consumata anche dalla respirazione propria. La scansione classica tra usare e fruire suonava così: frui est uti sine ledere substantiam; la sostanza “madre” non viene lesa dalla fruizione del figlio, ne vengono semmai “consumati” determinati accidenti. Non sto a parlare dei giovamenti di ordine clinico che la letteratura medica riconosce generalmente avvenire nella donna durante e dopo una gravidanza.

    Nella mia scansione l’appartenenza al genere umano è data dalla biologia, la predicabilità dell’essere personale, invece, movendo da quel sostrato si sviluppa su di un piano filosofico, non per questo meno cogente. Insisto: la “rationalis naturae” mette al riparo tua figlia da qualsiasi esclusione ad hominem.

    Più in generale, se, come si disse, è interesse di tutti promuovere una cultura il più possibile antiaborista, chiedo: in forza di cosa si dovrebbe dissuadere chi fosse intenzionato ad abortire, se non si riconosce al concepito alcuna dignità, o comunque non quella di persona umana? Pur mantenendo tutti le proprie opinioni in merito alla legittimità o meno dell’aborto, non pensate che l’unico argomento serio, e razionalmente discriminante, sia proprio il riconoscimento del chi viene abortito?

    È quanto meno difficile persuadere chicchessia a
    non abortire, partendo dal presupposto di negare al concepito la qualifica, spettantegli per dovere di verità, di persona umana. Perché mai una donna, che dovesse considerare la possibilità dell’aborto, dovrebbe astenersene, se le si dice che, tutto sommato, non fa nulla di male, non essendo suo figlio altro che un agglomerato di cellule?
    Questa della delegittimazione previa del concepito dal novero delle persone umane ritengo essere lo spirito di quello zeitgeist di cui si parlava. Con questa revoca, più di tutto, si incoraggia la non cura di ciò che è a tutti gli effetti il proprio figlio, inteso come non-persona, dunque come un sacrificabile sull’altare del proprio comodo/difficoltà etc.

    Si può dissentire quanto si vuole sulla valutazione della proibibilità ope legis dell’aborto, ma, se si dice, che, comunque sia, l’aborto è una piaga sociale dalla quale occorre auspicabilmente guarire, il negare al concepito la propria dignità di persona umana è precisamente ciò che occorre non fare. Se si fosse, invece, davvero convinti della sua non personalità, allora non si capisce perché si dovrebbe auspicare una riduzione degli aborti.

    Scusandomi per la lunghezza, saluto tutti, ringraziando ancora per la possibilità di confronto.

  21. Tante, troppe righe per illustrare perché sì, la donna stuprata che abortisce non ha attenuanti, semmai ha aggravanti quella non stuprata. Se dovessi proporre un criterio di umanità, proporrei questo: è umano chi avverte come disumana una simile conclusione.
    Il documento non disinnesca niente, ma come ho detto e come è agli atti si limita a proporre un’interpretazione (ripeto: parallela per la meiosi e la fusione di zigoti) per analogia. Interpretazione non accolta all’unanimità, come risulta dal passo che ho riportato. Mentre la conclusione finale e le raccomandazioni sono unanimi sulla base di criterio prudenziale, come ho detto. Al resto ho risposto di là. Ovviamente non ha senso dire che il negare personalità al concepito (fino a un certo giorno peraltro) significa automaticamente privarlo di ogni valore.

    Adieu

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