Il testo

“Quarant’anni da parlamentare più cinque in Europa mi sembrano sufficienti”, ha detto ieri Veltroni, ed è difficile non convenire. La lunga e importante storia politica di De Mita non deve terminare con la mancata ricandidatura al Parlamento italiano, ma, come tutte le storie, deve terminare. E l’uomo, che ha sempre difeso un’idea nobile e alta della politica, fa torto alla sua stessa idea quando, reagendo rabbiosamente alle decisioni prese dal partito, dichiara: “io, l’ultimo comizio lo farò quando muoio”, poiché anche questo è un modo di mescolare l’anagrafe con la politica. Sarebbe stato più convincente e più utile impegnarsi in una riflessione sul progressivo mutamento del panorama politico italiano negli ultimi anni, che De Mita ha vissuto quasi sempre sotto il segno delle “accelerazioni negative”, dei mancati “ragionamenti” che avrebbero dovuto volta a volta consigliare un altro passo: più prudente, più misurato, più meditato. Non che non avesse, spesso, ragione, poiché l’ansia del nuovo per il nuovo non è sempre foriera di buoni risultati, ma di certo il passo che il Partito Democratico ha impresso oggi alla politica sta nettamente sotto il segno di un’accelerazione positiva, di cui beneficia l’intero arco delle forze politiche e la democrazia nel suo insieme. La sfida che il PD ha lanciato prende però il significato e riceve credibilità dal cambiamento che sarà in grado di realizzare: nei metodi, nei programmi, negli uomini. Quel che si vede già è una nuova, profonda riorganizzazione dello spazio politico: la ricomposizione di aree politiche frammentate secondo linee di divisione non più giustificate da ragioni politiche o programmatiche, e, finalmente, l’erosione di piccole rendite di posizione con forte potere di interdizione, sia a livello locale che a livello nazionale. L’immobilismo politico ne era la più naturale e più deleteria delle conseguenze. Quel che si deve vedere ora, già in sede di composizione delle liste, è un forte tasso di cambiamento, specialmente in quelle regioni dove il ceto politico non ha dato miglior prova di sé. Non si tratta di opporre ai vizi inveterati della politica le virtù rivoluzionarie e immacolate della società civile, ma di una sorta di ordinaria manutenzione della cosa pubblica, delle misure di profilassi delle quali un sistema politico funzionante deve sapersi dotare, anzitutto grazie all’esercizio democratico del voto: si tratta cioè del naturale rapporto politico che occorre si stabilisca o ristabilisca fra l’azione, più spesso l’inazione, i suoi risultati e le relative responsabilità. Dalla necessità di robuste misure di profilassi non è peraltro immune nessuna delle forze politiche in campo. Non perché vi siano, in tutti i partiti, parlamentari in carica da parecchie legislature, ma perché in tutti i partiti sono inceppati i meccanismi di formazione della classe dirigente e, naturalmente, anche quelli della sua sostituzione. Il fatto che il partito democratico abbia imboccato con decisione la strada del cambiamento deve dunque fare da detonatore perché la stessa esigenza si propaghi per tutto il campo politico.
Quel che, infine, si dovrà vedere dopo le elezioni, è una migliore qualità dell’azione politica e amministrativa. Un buon criterio per individuarla si trova nell’allocuzione di quel celebre capo di governo, che ebbe a dire ai suoi sudditi, lasciando anche lui la sua carica:
“Addio dunque, signori miei […] nudo mi trovo e nudo son nato; non ho perduto né guadagnato.. Voglio dire che son venuto al governo senza un soldo e senza un soldo me ne vo: tutto il contrario di come sono soliti andarsene i governatori”. Chissà: forse non è bello pensare soltanto che chi lascia il governo lo lascia senza un soldo, ma anche che ha potuto andarvi non avendone nemmeno uno. Nell’ondata antipolitica che (a volte giustamente) si solleva, si sente solo reclamare la seconda cosa, e non anche la prima. Costruire una politica nuova, che è ancora una politica, significa invece costruire anzitutto la prima cosa, che è la più difficile. Lo diceva Sancio Panza, in quell’immortale capolavoro che è il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes.

6 risposte a “Il testo

  1. In teoria è vero quello che si afferma nell’articolo, però se fossi un intellettuale della Magna Grecia caro Walter mi incazzerei se solo qualche mese fa avessi contribuito a salvare O’ Governatore e a far eleggere il segretario del PD in Campania e ora per tutta risposta non mi candidi nemmeno! Se si fosse fatto il discorso di un posto di riguardo nel PD, da padre nobile, forse lo smacco sarebbe stato più lieve.

  2. caro ciriaco, se proprio non te la senti di mettere le pantofole,ti informo che
    ci sono tanti LAVORI (chissà se conosci il significato?)che non hai mai fatto e che tanto potrebbero arricchirti (questa volta l’animo) in una sorta di catarsi che sarebbe quantomeno necessaria al tuo spirito..
    dalla miniera all’ospizio,
    dal call center alla macchina da scrivere, dalla catena di montaggio alla biblioteca,sono tanti i posti in cui puoi andare.
    ma credimi,TANTI!
    tcp

  3. insisti sulla “prima” perchè ci hai fatto un pensierino? 😉
    tcp
    ps max disponibilità:autista(patente K),bodyguard (secondo dan full contact,ex allievo di putin), portaborse/zaini e valigie..effettuo anche traslochi,svuoto cantine e solai (grtuitamente se la merce è recuperabile!).

  4. Che gli si conceda pure l’onore delle armi, ma da qui ad attribuire all’ex maestro di Mastella (!) “un’idea nobile e alta della politica” ce ne passa…

  5. Un articolo degno di Hegel.

    ilvegliodicreta

  6. Caro Massimo,
    non mi sembra che si possa così facilmente sostenere di fronte alle “accelerazioni negative” tipiche dell’”uomo che ha sempre difeso un’idea nobile e alta della politica” le ragioni della “accelerazione positiva” impressa alla politica dal nascente PD. La politica è forse sostenuta da conflitti che in fondo mostrano tutta la loro naturale relatività. E comunque le “accelerazioni negative” non mi sembrano debbano appartenere ad un’idea nobile (ammessa che esista) semmai è questa che dovrebbe dirsi ed essere “accelerazione positiva”. E poi: sarà mai tanto positiva quella accelerazione che semplifica (riorganizza?, ricompone?) il quadro politico, ecc. ? Sarà davvero riorganizzato e ricomposto? Oppure resta in sostanza il medesimo? L’accelerazione alla ricomposizione non è in molti casi neutrale, o per lo meno da intendersi come un “positivo” nel senso ideale (sarà …) o di fatto. L’accelerazione alla ricomposizione spesso è di parte ed è azione di forza (o di corrispettiva debolezza) di una parte. Immobilismo politico? Forse qualcosa di simile ad una “ordinaria manutenzione della cosa pubblica”? L’anagrafe e la politica; in fondo è vero quello che dice il filosofo della Magna Grecia quando afferma: “io, l’ultimo comizio lo farò quando muoio”. L’anagrafe appartiene alla politica! Appartiene alle generazioni. Dovrebbe non solo essere espressione delle generazioni ma anche tutelare le generazioni. Ma in fondo questa politica (come la nostra vita?!) è solo “degenerata”.
    Antonio Mastantuoni

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