Archivi del mese: marzo 2008

Ladri di mozzarelle

Padre e figlio sono in trattoria. Il padre, Antonio, ordina una bottiglia intera di bianco, e al figliolo, Bruno, viene portata una mozzarella in carrozza, proprio come al ragazzo sussiegoso che, però, consuma al tavolo a fianco, su una tavola riccamente imbandita, un pasto ben più lauto. Ma il piccolo Bruno ha solo la sua mozzarella filante, e non sa neppure usare le posate per mangiarla con la stessa compostezza del giovin signore che lo squadra dall’alto in basso, con sufficienza. Il film, lo si ricorderà, è Ladri di biciclette, e da allora la mozzarella ne ha fatta di strada, divenendo addirittura il simbolo made in Italy di un certo modo di mangiar sano, semplice e al tempo stesso ricercato. Non si trova più solo in fumose e affollate trattorie dove improbabili complessini musicali suonano la tamurriata nera, come nel capolavoro di De Sica, ma in locali esclusivi e ristoranti alla moda. E persino nei nuovi mozzarella-bar.
Però sulla sua strada si è messo ora l’allarme diossina. Allarme o falso allarme? Nella confusione con cui si succedono le notizie, capita che nello stesso giorno la Francia prima blocchi poi dia il via libera alle mozzarelle campane, che la Ue confermi il giudizio soddisfacente sulle informazioni fornite e le analisi effettuate, che il Giappone, che aveva cautelativamente fermato i prodotti in dogana, ne consenta adesso l’importazione, e che solo la Corea mantenga lo stop, anche se l’Italia ha assicurato che nessuna mozzarella contenente diossina oltre i limiti di legge è stata messa in vendita all’estero. E sebbene il disastro ambientale che la regione sta patendo sia sotto gli occhi di tutti e nessuno deve illudersi di poter far finta di nulla, tuttavia non si vede perché ci si debba accollare anche il duro contraccolpo che all’immagine e all’economia già seriamente ammaccate della regione viene dall’eco ingigantita di ingiustificate psicosi di massa. Come se l’intera Campania fosse una specie di enorme discarica a cielo aperto, e contaminasse con i suoi prodotti il mondo intero.  Questo è, francamente, un po’ troppo. Di gocce che fanno traboccare il vaso non ce n’è affatto bisogno, perché il vaso trabocca già da un po’, e non di acqua tersa e limpida. Le regole, naturalmente, vanno rispettate, i caseifici che infrangono la legge vanno sequestrati, e l’intero comparto va sostenuto nella capacità di ammodernarsi e di rispettare gli standard internazionali di sicurezza alimentare; ma proprio perciò bisognerebbe anche assicurare gli allevatori, che quegli standard già osservano (e sono la stragrande maggioranza), che in nessun modo toccherà anche a loro di pagare indiscriminatamente le nefaste conseguenze di monnezzopoli. Ricondurre la vicenda dei caseifici sequestrati alle sue corrette dimensioni, assicurando che mai la salute dei cittadini è stata messa a rischio, e che il comparto bufalino campano non è una terra di nessuno priva di controlli e soffocata dalla spazzatura è dunque indispensabile, per rispetto della verità e anche per la cura dell’interesse pubblico.
Il piccolo Bruno, nel film, prendeva la mozzarella con le mani, senza neppure averle lavate: non osservava purtroppo nessuna particolare misura di igiene. L’allora giovane sottosegretario Andreotti trovava che Zavattini e De Sica e tutti gli altri autori della grande stagione del cinema neorealista italiano dovessero lavare in famiglia i panni sporchi, invece di mostrarli pubblicamente sullo schermo, con pregiudizio dell’immagine del Paese. Nessuno oggi dice questo, anzi: in tutta la triste vicenda dei rifiuti, che è ancora lungi dall’essere risolta, questo giornale ha avuto parole di grande chiarezza e nessun compiacente silenzio. Questo però non vuol dire che, oltre ai panni sporchi che bisogna lavare in pubblico, ci sia da sporcare anche l’intera immagine di una città, di una regione e di un’economia che cerca faticosamente di trovare una via per il suo rilancio.
 (Sul Mattino di ieri)

La proposizione perfetta/8

"A un tizio, che volesse fare obiezioni alle proposizioni indubbie, si potrebbe dire semplicemente: – Ah, insensato! -. Dunque, non rispondergli, ma fargli una ramanzina".
(Le altre proposizioni perfette sono reperibili a partire da qui)

Il test definitivo per fare chiarezza sul proprio posizionamento politico

Test scientificamente impeccabile. (A differenza della volta scorsa, questa volta non ho avuto sorprese).

Serie

Ad esempio:

Barack Obama ti ha insegnato un trucco per ricordare le tabelline; Barack Obama ha pianto di nascosto quando è nato tuo figlio; Barack Obama ha fatto quel viaggio in Australia che sognavi da una vita. Quando è tornato ti ha detto che non era niente di che; Barack Obama ti ha mandato una cartolina con su scritto "vacanza stupenda, manchi solo tu!"; Barack Obama, con te, può essere se stesso.

Gli stessi che curano da anni la celebrata serie del cattivissimo Chuck Norris, sotto lo slogan "Yes, he can" si sono messi a fare la serie del buonissimo Barack.

Nel regno incontrastato (un post apocalittico)

"Ma per noi, figli adottivi di Napoli, la vera cuccagna è la celebre mozzarella fatta col latte prelibato delle bufale nere dalle lunghe corna a "S", candida come neve, sfera vergine ed elastica, giusto un po’ spugnosa per stuzzicare il dente. Verniciato dal latticello in cui è inzuppato, questo astro nella via lattea dei fromaggi, questo millefoglie a forma di lucida palla, ad ogni colpo di coltello, ad ogni aggressione della forchetta, distilla il suo succo fortificante. Incoronata da foglioline di basilico, irrorata da un filino d’olio d’oliva e innaffiata da uno spruzzo di pepe, accompagnata da un bel pomodoro rubicondo o incorniciata da un’aureola di pomodorini non più grossi d’una biglia ma saporitissimi: la mozzarella è il più ricco rosone della nostra chiesa culinaria. Puoi pure gustarla "in carrozza", cioè appiattita e leggermente rosolata alla griglia (sicché assume la forma della ruota dorata di una carrozza barocca); e sulla pizza, tagliata a fettine, forma i petali della classica margherita".
(J. N, Schifano, Neapocalisse, p. 50)
(Grazie al Venerabile per la citazione. Io non mi spingo a tanto nella difesa della mozzarella, ma la difendo ugualmente, sul Mattino di oggi. Sappiate, peraltro, che la migliore al mondo la fanno indiscuibilmente qua, nel "regno incontrastato delle bufale. Il manto nero come la pece, le corna affile, gli zoccoli alt e piatti, questi bovini misterosi, dotati di una forza straordinaria, si muovevano imponent nelle acque immobili")

E ora chi glielo dice a Boselli che non voto PS?

iosonoqui

La religione non salva

(Ecco, qui sotto, l’attesissima noterella all’articolo di Mancuso. Chiedo all’autore la cortesia di considerare che trattasi di nota di commento su un blog, e che dunque ha la scioltezza che simili testi richiedono, anche quando sono colpevolmente lunghi. Il curatore del sito mi ha poi chiesto nei commenti di discutere di là, dve il testo di Mancuso è stato pubblicato. Lo farò, ma vista la lunghezza della nota mi pare sensato metterla anche qui)
Un po’ di faticose premesse (del che farei volentieri a meno, ma non voglio urtare la suscettibilità di nessuno): Mancuso scrive “perché sono cristiano”. Non: “perché sono cattolico” (e neppure “perché sono cristiano nel senso in cui si è cristiani nel 2007”,o “nel senso in cui il cristianesimo è definito qui o là, da Tizio da Caio o dalla Tradizione tutta"), sicché non comincerei col dire se sia o non sia vero cristianesimo, e se il cristianesimo sia o non sia un’altra cosa – col che non voglio neppure dire che una tale questione non sia importante, non abbia senso, storico e teologico, e non possa essere magari un punto di conclusione: dico solo che non comincerei così. Poiché peraltro non parlo a partire da una comunione nella fede, e chiunque può insegnare a me quale sia il vero cristianesimo (il vero cattolicesimo, la vera religione) mi soffermo solo sul tenore degli argomenti. Prima di farlo, farei osservare a chi si ritrae considerando che il cristianesimo è un’altra cosa:
che se il cristianesimo si è dovuto definire anche ‘contro’ pelagianesimo, arianesimo e un mucchio di altre cose, deve voler dire che pelagianesimo, arianesimo e queste molte altre cose sorgono su un terreno comune, sul quale ci si definisce e distingue. Non vedo quale utilità vi sia a considerare certe partite chiuse per sempre, e a non riconoscere peraltro l’ovvio: che Mancuso sa bene – mi pare – che il suo cristianesimo non è quello di Paolo o di Agostino. Lo sa così bene che lo scrive, nel libro (così come scrive e rende espliciti nel libro i suoi dissensi su diversi punti, anche teologicamente molto rilevanti): obiettarlo non è perciò molto utile;
che ritraendosi in questo modo riesce difficile dialogare con chi non ha analoghe preoccupazioni di aderenza al vero cristianesimo, o con chi considera che questa ricerca sulla verità del cristianesimo possa e debba svolgersi anche al di fuori (non necessariamente contro) il dettato della Chiesa.
Ciascuno può dire sia che il suo cristianesimo è diverso da quello di Mancuso ed è più vero perché più fedele, sia che il cristianesimo della Chiesa cattolica è diverso da quello di Mancuso ed è più vero perché è quello della Chiesa cattolica. Nessuna delle due posizioni è disprezzabile, in sé e per sé: solo che non contiene, formalmente parlando, un argomento (il che non è necessariamente un male sotto ogni possibile punto di vista).
Ciò premesso, e chiarito dunque che io non discuto di tutto ciò (benché sia molto interessato a conoscere, in particolare, la replica di Mancuso alle osservazioni che gli ha rivolto sull’Ossevatore romano mons. Bruno Forte), vengo a questo testo.
Anzi: non ancora.
La ragione per cui mi ha colpito sta infatti già nel libro (di cui ho parlato su Left Wing). Mi pare che nel libro Mancuso conduca il tentativo di rendere plausibili (ragionevoli, comprensibili, e soprattutto compatibili con le scoperte della scienza moderna) una serie di asserti tradizionali, che appartengano o no al nucleo dogmatico della fede, ma dai quali tuttavia pare a lui che dipenda il significato autentico dell’esperienza cristiana. Se io ad esempio credo che risorgerò, cosa propriamente credo? Se Mancuso si propone di rispondere a questa domanda, obiettargli che la sua risposta non è in linea con la dogmatica, o con il nucleo vero della religione cristiana (cattolica), si può fare, naturalmente, e ha la sua importanza, ma non è una risposta alla domanda, a meno di non esplicitare quel nucleo (e l’intellegibilità in questione). Altra cosa è obiettare che non c’è risposta a questa domanda. Ma proprio qui sta la preoccupazione di Mancuso, il quale forse potrebbe rispondere (o almeno: io rispondo): d’accordo, ma allora quanto è estesa l’area di ciò che va creduto senza che sia perciò intellegibile? Non si starà cioè estendendo un po’ troppo, con l’avanzare della scienza? E, dopotutto, la fede non cerca l’intelletto? E cosa, oggi, trova? Altro esempio, su un punto sul quale Mancuso molto si esercita, nel libro: il peccato originale. A me ha sempre molto interessato (in negativo) la posizione di Pascal: è una roba incomprensibile; ma senza, l’uomo è ancora più incomprensibile. Qui non si dà ‘spiegazione’ del peccato originale, ma si accetta perché quella tal cosa consente di ‘spiegare’ quel’altra (l’uomo). A me interessa ora questo: non se sia cristiano chi nega il peccato originale (è abbastanza evidente che in Agostino ci sia eccome, e se Agostino è il cristianesimo, chi lo nega non è cristiano, ma così è troppo facile), ma se sia vero, e come mi possa essere reso comprensibile il dictum di Pascal, e se sia vera l’antropologia che essa fonda (o meglio, su cui è fondato). Mancuso dice che no – mi pare –, che per comprendere le più autentiche esperienze spirituali dell’uomo e avere un ‘corretto’ rapporto con Dio non c’è affatto bisogno (ed anzi è forse dannoso) pensare che l’uomo stia nell’eredita del peccato. Obiettare a Mancuso su questo punto non può consistere allora nel citare Agostino, ma nel sostenere con argomenti l’antropologia 8e l’etica, e l’ontologia) ‘concorrente’.
Io qui mi limito a una domanda (se Mancuso può rispondere, sono particolarmente lieto): perché nel libro lo sforzo di rendere plausibile l’esistenza dell’anima e il suo destino dopo la morte viene condotto solo (quasi solo) nei confronti della scienza. A mio giudizio, c’è lì molta poca filosofia della natura, e molta scienza della natura (forse troppa): con la conseguenza che certe proposizioni cardine (per Mancuso), che l’anima ad esempio è "una forma di energia", non potendo essere prese letteralmente (l’energia di cui parlano gli scienziati è misurabile, quella in cui consisterebbe l’anima no, almeno non ancora), si risolvono in mere metafore. E non vedo quale vantaggio vi sia nel sostituire una metafora ad un’altra. Sono metafore in cui è scoperta l’impossibilità di prenderle alla lettera, e dunque al più sono ausilii dell’immaginazione, non della ragione. Non sono metafore assolute e irriducibili: lo scienziato che legge quelle parole, domanda infatti cosa significhino, e non può trovare che ad esse sia stato dato un significato per lui valido, secondo i criteri del suo sapere. E allora, per rintuzzare queste obiezioni, ci vorrebbe casomai un po’ di filosofia – salvo il fatto che la filosofia ha a sua volta, e di molto, modificato (o anche solo messo in questione) il senso di parole come ‘anima’, (o ‘verità’, o qualunque altra cosa: è il lato che Ratzinger, quando critica la razionalità scientifica troppo ristretta, troppo angusta, dimentica sempre di considerare).
 
Ciò detto, vengo a questo testo (ci vengo davvero).
Mancuso nega che l’evento accaduto a Gesù abbia valore salvifico per noi. E’, da questo punto di vista, un segno dimostrativo – suppongo al modo dei miracoli, che Gesù compiva: nessuno pensa che la verità del cristianesimo dipenda dalla verità dei miracoli compiuti da Gesù. Sicché è legittima la domanda: ma cosa, nella vita o nella morte di Gesù, ha valore salvifico per noi? Mancuso dice che l’eventuale ritrovamento delle ossa di Gesù non modificherebbe la sua fede, Ma la sua fede sarebbe modificata se qualcuno dimostrasse irrefutabilmente la non esistenza storica di Gesù? Dopotutto, è una verità di fatto, che Gesù sia esistito: il che significa che è possibile che non sia vero che Gesù è esistito. Se si scoprisse che è stata tutta una gigantesca montatura, cosa nella verità del cristianesimo a cui Mancuso tiene sarebbe compromesso (a parte la mascalzonaggine dei testimoni che hanno così spudoratamente mentito, architettando la bufala, ma che non rientra – se non ho capito male – nei contenuti di fede da cui dipende la salvezza secondo Mancuso)?
Mancuso afferma di essere discepolo di Gesù per le sue parole, non perché è risorto. Quindi: se anche non fosse risorto. Se anche non fosse esistito. A meno che non ritiene che solo Gesù, in quanto Figlio unigenito del Padre, ha potuto dire quelle parole. Ma non credo che pensi questo, perché non v’è nulla – mi pare – nel suo libro, che fondi la necessità che a dire/rivelare quelle parole (la verità di quelle parole) fosse la seconda persona della Trinità, in quel tale anno, a quella tale ora.
Il significato delle parole di Gesù è eterno, universale. Che siano state pronunciate o meno. Dunque il fatto che siano state pronunciate è irrilevante. Io capisco che un cristiano si ritragga e dica: questo non è cristianesimo, qui non c’è incarnazione, non c’è Dio nella storia, ecc. ecc.; la mia domanda è però un’altra (ed è qui proposta in maniera necessariamente sintetica): ha qualche interesse per Mancuso lo sforzo critico, genealogico, decostruttivo, che la filosofia ha compiuto per revocare in questione quest’idea intemporale della verità (l’idea intemporale, e l’intemporalità dell’idea)?
(En passant, mi colpisce molto il fatto che Mancuso scriva polemicamente: non è così, Gesù non è un agnello “destinato” ad essere immolato ancor prima di essere nato. D’accordo, direi: ma vi sono teologie che hanno pensato l’economia di questo piano della salvezza con modalità diverse da quelle della fredda necessità: perché non le prende in alcuna considerazione?).
 
Altra domanda: se a Mancuso non importa, nel senso che non è nel centro della sua fede viva, la resurrezione dell’uomo Gesù, perché gli importa rendere comunque la cosa plausibile dal punto di vista della scienza? Perché gli importa la risposta alla domanda: “Che fine ha fatto il cadavere di Gesù?” Non sarebbe molto più ragionevole dire che non è risorto, visto che non c’è al momento nessun spiegazione scientificamente accettabile della scomparsa completa del cadavere? Quella resurrezione è un segno. Ma senza quel segno, nulla nell’essenziale cambia, per lui. Perché non dovrebbe allora giungere il tempo di rinunciare a quel segno? Perché i tempi non potrebbero essere maturi? Perché non potremmo avere raggiunto la piena maturità spirituale? Lui però scrive che per il cristiano non c’è altra via che immaginare che sia stato assorbito in una dimensione dell’essere “di cui non abbiamo idea”. Se non ne abbiamo idea, non abbiamo idea neppure di cosa significhi qui assorbimento. E dunque. L’altra via, invece, c’è (ci sarebbe): dirsi cristiano perché si crede nelle parole di Gesù, e lasciar perdere la resurrezione del corpo. Naturalmente, non sto minimamente dicendo che questo sia il vero cristianesimo: dico solo che non capisco perché Mancuso difenda quel ‘segno’, quando mostra che può benissimo farne a meno, ed anzi facendone a meno toglie al suo discorso un impaccio (nel libro, tale mi sembra appunto l’evento pasquale: un impaccio. È l’unico punto, mi pare dica Mancuso, su cui ci vuole un atto di fede ‘cieco’, o quasi. Il resto si può aggiornare e rendere plausibile, questo no).
 
Mancuso conclude infine con le parole: “Non è il cristianesimo a salvare gli uomini, come non li salva nessun altra religione. Non è la religione che salva gli uomini, gli uomini non si salvano perché sono religiosi”. Ai miei occhi, il valore spirituale di queste parole è immenso. Solo per queste parole, Mancuso avrà la mia simpatia sempre (qui non sto argomentando, mi rendo conto). Vorrei però che avesse anche quella dei cristiani! E cioè: perché non lasciare ai cristiani (mi si consenta la leggerezza di questo modo di esprimersi) la loro fede ‘storica’? E perché non cercare (essendo cristiani) di pensare magari non che Gesù è venuto ‘inutilmente’, ma che è venuto a mostrare utilmente l’inutilità di ogni venuta? Perché, più in generale, non pensare, da cristiani, a come la verità di quelle parole possa stare insieme con la verità teologica di Gesù, morto e risorto per noi, che invece Mancuso finisce col vanificare (mi pare)? Mancuso mi sembra escluda che quella verità e questa possano stare insieme; all’opposto, la Chiesa mi pare escluda (con qualche tenerezza per gli uomini qua e là), che questa verità e quella possano stare insieme. C’è qualcuno che si candida a provare invece che possono stare insieme?
(Dico fra i cristiani, per raccogliere l’esigenza posta con quelle parole da Mancuso ai cristiani, invece di obiettare che è pelagianesimo, che è arianesimo, che è un qualunque -esimo già condannato dalla Chiesa ufficiale? Per la mia piccola parte, ho detto invece quale problema ho: la filosofia)

Resurrezione

"Si dice che la risurrezione costituisce la vittoria sulla morte. Ma in che senso? Qui da noi, su questa terra, la morte non è vinta, anzi. Di là, nel regno dell’eterno, Dio non aveva bisogno di vincerla, perché lì egli regna da sempre e per sempre, lì c’è solo lui e il suo regno". E dunque? "Il valore di quell’evento (in sé unico) è solo dimostrativo: è il segno della possibilità reale di una vita personale oltre la morte. Se però quel segno non fosse avvenuto, non cambierebbe nulla da un punto di vista ontologico e assiologico".

Vito Mancuso sulla Resurrezione di Gesù e la salvezza degli uomini. (Più tardi, se ho tempo, una noterella di commento).

E io che in gioventù mi vantavo di non averci mai messo piede

"Blogs are like gym memberships – it’s not creating them that’s important, it’s keeping them up".

(La raggelante considerazione si trova qui)

Left Wing

Il nuovo numero di Left Wing ha molte cose interessanti: due articoli su obamismi vari, in particolare, che dicono cose che di solito non trovate sui giornali, e un articolo sul caso Moro, la cui prima caratteristica, dal punto di vista della storia nazionale,è la necessità che sia appunto un caso, possibilmente irrisolto.

Un punto di vista abbastanza precisamente opposto a quello di Francesco Cundari è quello del Ministero dell’Informazione di Radio Cafoscari. Io la penso senza molti dubbi come Francesco, però segnalo lo stesso questa singolare necessità di una sacra rappresentazione dell’affaire, che mi sembra valere meno come ricostruzione storica che come ricostruzione di certi costumi di noi italiani. (Tra i pregi dell’articolo di Left Wing, metto anche l’avere ricordato quanto recitino in una rappresentazione anche coloro che di solito credono di riservarsi per sé solo il ruolo di quelli che assistono, e magari fustigano).

Zero gradi centigradi

Grazie a Malvino, leggo che secondo Francesco D’Agostino (Quel tranello rende plausibile l’eutanasia), “l’au­tonomia, per essere esercitata nella sua pienez­za, richiede serenità di giudizio, fermezza d’ani­mo, ridottissima emotività, informazione com­piuta in merito al contesto in cui si deve assumere la decisione”. L’unico modo per tenere in piedi queste parole per un tempo superiore a quello della loro lettura è attribuire all’inciso "nella sua pienezza" questo significato estensivo: "in quei casi in cui la posta in gioco è talmente alta che bisogna essere sicuri che ogni decisione venga presa in maniera completamente autonoma". Uno di quei casi sarebbe appunto l’eutanasia.

Ma anche così non funziona. Suponiamo infatti di essere novelli sposi, e di voler avere un figlio. Ne va della vita di una persona: il caso mi pare rilevante.  Mi pare proprio uno di quei casi straordinari. Ora, ignoro quale esperienza abbia Francesco D’Agostino al riguardo, ma a me è sempre risultato molto difficile, nei momenti decisivi, mantenere serenità di giudizio, fermezza d’animo, e soprattutto ridottissima emotività.  Di autonomia ce n’era davvero pochina, in quei casi lì. Sicché è difficile qualificare come "autentica e affidabile" la mia volontà di avere figli. Avrei dovuto affidare a qualche superiorie autorità eticamente qualificata la mia decisione di far figli: non è un bel risultato.

(E per il resto – ed è in verità il punto rilevante – quest’idea che l’autonomia richieda la temperatura di zero gradi centigradi delle emozioni, che si è completamente autonomi solo quando le emozioni sono azzerate, cioè quando non si è più esseri umani, è veramente deprimente).

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Sul’ultimo numero di Reset, che è una gran bella rivista, compare, grazie a lui, un mio articolo. Di bello, oltre alla rivista, Reset ha anche questo sito.

(Di bello, il fascicolo attualmente in edicola della rivista ha molte cose. L’articolo in questione ha per titolo: "Esiste un terzo regno tra scienza e fede?", comincia con Ratzinger e finisce con Musil).

Eccesso di nuovismo

Ieri, su Il Mattino:

Vi sono parole e concetti ai quali non è facile prendere le misure. Una di queste parole è “ripetizione”. Siamo in campagna elettorale e i contendenti mettono ogni sforzo nel non dare, neanche per sbaglio, l’impressione di ripetersi. La ripetizione, infatti, pare sia una brutta cosa: le persone anziane, che dimenticano quel che hanno detto, si ripetono continuamente. A scuola, insegnanti e professori debbono ripetere quel che hanno già spiegato agli studenti meno in gamba, i quali finisce che vanno – come si dice – a ripetizione. A casa, non c’è genitore che non abbia sbottato almeno una volta con i propri figli: “Quante volte ti devo ripetere?”, e non c’è figlio che non trovi proprio per questo noioso e superato il proprio genitore. Non si ascolta volentieri chi si ripete continuamente, e non ci si vanta di dire sempre le stesse cose.
Così si cerca sempre di dire cose nuove. Bisogna essere assolutamente moderni, diceva Rimbaud, e sotto elezioni ce la si mette davvero tutta per apparire moderni, nuovi, in sintonia con i tempi, pronti al cambiamento. Ad ogni giorno la sua novità, da una parte e dall’altra: un giorno saranno dunque le candidature e i capilista, un altro una proposta shock contro la pedofilia, poi toccherà agli stipendi dei parlamentari, domani chissà. Una variante di questo schema sono le trovate, la novità come diversivo e come spettacolo: un giorno sono le vallette, un altro il suggerimento di sposare un ricco signore, un altro ancora la salute e la forma fisica. L’effetto-annuncio e l’effetto-intrattenimento come continuazione della politica con altri mezzi.
Ma si dirà: non è forse un progresso rispetto alle precedenti tornate, quando a dare il tono alla campagna elettorale era da un lato Berlusconi, il quale ripeteva sino alla petulanza che c’era da battere i comunisti e salvare la libertà, e dall’altro lato il centrosinistra, che con pari insistenza ripeteva che c’era da scongiurare il conflitto d’interesse e salvare così la democrazia? Argomenti e parole d’ordine praticamente scomparse. Un progresso, indubbiamente: ora i due schieramenti sono costretti a definirsi non per reciproca contrapposizione, ma in termini propositivi, in base ai programmi che presentano al giudizio degli elettori. Con quegli slogan, però, è scomparsa anche la ripetizione. E non è un bel segno che non vi sia nulla più da ripetere, nulla cioè che valga la pena di essere ripetuto. La ripetizione è, infatti, la forma in cui l’esperienza si rapprende, si fissa e si tramanda: Kierkegaard ne faceva la base della vita etica. Ripetere significa infatti confermare una scelta, e mantenersi fedele ad essa. Significa mantenere una bussola per affrontare il proprio tempo, e non esserne sballottati. Significa il contrario dell’improvvisazione estemporanea, della battuta ad effetto, della reazione immediata e di corto respiro. In politica, però, la ripetizione è possibile solo là, dove esiste una solida cultura di riferimento e ci si può permettere di dire le stesse cose perché le stesse cose si radicano in orientamenti di fondo, principi che informano di volta in volta le politiche, e scelte che non vengono riconsiderate in base ai sondaggi della settimana. Non si tratta, insomma, dei provvedimenti dei primi 100 giorni, come se gli altri giorni dell’anno si andasse tutti in vacanza, o del primo disegno di legge da presentare in Consiglio dei Ministri, come se poi non restasse che l’ordinaria amministrazione.
Quelli che temono che in questo modo la politica diventerebbe noiosa ignorano la dialettica delle umane cose, per cui è al contrario la continua e ossessiva ansia di novità a ingenerare fastidio e insofferenza, a suscitare l’impressione del già visto e del già sentito, e a diminuire ulteriormente la credibilità delle rispettive proposte politiche. Tutti si dicono contenti, a destra a sinistra e al centro, perché finalmente la politica prende a misurarsi sulle cose concrete da fare; pochi hanno idea del perché la politica sia chiamata a farle. Ma le cose da fare sono molte, e se ne può tirare fuori una nuova al giorno; le idee, invece, sono poche, e bisognerebbe avere il coraggio di ripeterle fino alla noia.

Per una rivalutazione del governo Prodi, e Cesare Damiano presidente

"Oggi, se vuoi stare sui giornali e in televisione, devi fare il ministro dei beni culturali, perché se fai il ministro del lavoro non ti conosce nessuno".

(Sempre quel vecchio operaista di Tronti. Se però uno tiene conto che Prodi s’è trovato tra Rutelli e Veltroni…, viene da pensare che se a Veltroni andrà male toccherà a Giovanna Melandri. Finalmente una donna! E viene da pensare anche che la fine della prima Repubblica si poteva prevedere anche in base a questa sequenza finale: Carlo Vizzini, Vincenza Bono Parrino, Ferdnando Facchiano)

Slogan

"Tutto il potere ai Soviet" è stata un’utopia.
Non vorrei che diventasse realtà “tutto il potere ai gazebo”.

(Non condivido molte cose di questo intervento di Mario Tronti, però la battuta non è malaccio. Tenuto conto che è del giugno 2007, aveva persino aspetti premonitori)