Archivi del giorno: marzo 18, 2008

Per una rivalutazione del governo Prodi, e Cesare Damiano presidente

"Oggi, se vuoi stare sui giornali e in televisione, devi fare il ministro dei beni culturali, perché se fai il ministro del lavoro non ti conosce nessuno".

(Sempre quel vecchio operaista di Tronti. Se però uno tiene conto che Prodi s’è trovato tra Rutelli e Veltroni…, viene da pensare che se a Veltroni andrà male toccherà a Giovanna Melandri. Finalmente una donna! E viene da pensare anche che la fine della prima Repubblica si poteva prevedere anche in base a questa sequenza finale: Carlo Vizzini, Vincenza Bono Parrino, Ferdnando Facchiano)

Slogan

"Tutto il potere ai Soviet" è stata un’utopia.
Non vorrei che diventasse realtà “tutto il potere ai gazebo”.

(Non condivido molte cose di questo intervento di Mario Tronti, però la battuta non è malaccio. Tenuto conto che è del giugno 2007, aveva persino aspetti premonitori)

Agamben

L’intervista di Agamben apparsa ieri sul Manifesto è molto interessante. Segnalo un paio di cose.

La prima. Agamben sostiene che la politica è, oggi, governamentalità. Si pone cioè il problema del governo, della mediazione, della gestione razionale di uomini e cose, con conseguente primato del diritto e dell’economia su di essa. E conseguente deperimento della tradizione democratica, che riposa sul principio che "la politica è possibile se vi è da qualche parte un conflitto che non può essere mediato e governato". Come la democrazia riposi su questo principio, non è chiaro. Agamben dice che "si ha democrazia quando il sistema giuridico-politico si mantiene in relazione dialettica con un’esteriorità, che non può essere semplicemente esclusa". Tuttavia io capirei bene se dicesse "si ha politica", ma sarei più esigente su ciò che si deve intendere per "democrazia". L’esteriorità del potere costituente rispetto al potere costituito non mi pare di per sé sinonimo di democrazia. Che se poi qualcuno obiettasse ad Agamben: ma l’esteriorità c’è, il conflitto non mediabile c’è, è il terrorismo, la risposta sarebbe, a quel che leggo: no, il terrorismo è piuttosto la negazione dell’esteriorità e la dislocazione del conflitto (però dove? All’esterno… Voglio dire: i concetti formali con i quali Agamben ha definito la democrazia qui evidentemente non bastano).

La seconda. La seconda è solo la citazione della domanda che il giornale rivolge al filosofo: La sinistra, politicamente rappresentata di fatto dal solo Bertinotti, come può rispondere sul piano strategico a quello che lei chiama il problema della governamentalità? A quali riserve culturali ‘buone’ dovrebbe attingere?
Ora, leggetevi la risposta e ditemi voi quanto sia pertinente.

(Altre cose segnalerei: la risposta finale sulla Chiesa cattolica, ad esempio, che non mi riesce di condividere in nessun modo, ma anche l’idea – centrale, in Agamben – che oggi si applichino ai cittadini gli stessi standard di sicurezza un tempo applicati ai criminali recidivi. A me pare una semplificazione veramente eccessiva, se con ciò si vuole intendere che la mia condizione esistenziale non è nello spazio pubblico messa meglio di quanto lo fosse un tempo quella del criminale recidivo).