Archivi del giorno: giugno 28, 2008

Curiositas et acedia

Bisognava titolarlo come sopra. In mancanza, Voyeurismo e rispetto:

Io qualche idea ce l’avrei. Intercettare per esempio quel che possono dirsi al telefono due giovanotti dopo una serata di calcetto: battute salaci, commenti grevi, giudizi gratuiti su Tizio o Caio. Poi passerei a intercettare i condomini al termine di una riunione condominiale: reati di ingiuria e calunnia a go go. Gli amici dopo la palestra, le signore dopo la messa in piega dal parrucchiere (o viceversa: gli amici dal parrucchiere e le signore in palestra, fa lo stesso), le coppie dopo una serata al circolo sociale, i suoceri dopo un pranzo domenicale: tutto dovrebbe essere intercettato, per squarciare la tela ipocrita dell’educazione e delle buone maniere, e mostrare il fondo sordido della natura umana. Il contrario di Dorian Gray: nessuna identità nascosta in soffitta, e tutte le turpitudini in piazza. Quindi, per il principio per cui tutto ciò che riguarda un uomo pubblico deve essere universalmente noto, terrei sotto costante intercettazione, vita natural durante, tutti gli uomini politici presenti in Parlamento, in modo che un flusso costante di pettegolezzi, malevolenze, dicerie, millanterie, alimenti ininterrottamente l’opinione pubblica, affinché la democrazia, che ha in odio il segreto, elevi finalmente invidia e risentimento a fondamentali virtù civiche.
È la curiositas, diceva Tommaso d’Aquino, che la considerava una malattia grave. La malattia dell’evagatio mentis: quando la testa è vuota e svagata, e non sapendo riempirsi da sé va in cerca di qualunque cosa possa riempirla, senza troppa spremitura di meningi. Se la testa si riempie di parole che stuzzicano l’orecchio, si chiama verbositas; se si riempie di immagini che stuzzicano la prurigine dell’occhio, si chiama appunto curiositas. L’una e l’altra forma sono figlie dell’acedia, cioè dell’accidia, uno dei più imperdonabili peccati spirituali, secondo gli antichi Padri della Chiesa. In età moderna, nella forma nobile della sete di sapere, la curiositas è stata ampiamente riabilitata, anche se una sempre più flebile traccia dell’educazione secondo i costumi dei Padri rimane tuttora, ogni volta che un genitore dice seccato al proprio figliolo qualcosa tipo: “cosa vuoi sapere tu, che sei ancora piccolo?”. Siccome però in democrazia nessun cittadino (per fortuna) vuole essere trattato come un minore, ma vuole sapere “di tutto e di più” (non è forse questo l’imperativo del nostro tempo, oltre che la pubblicità dell’abbonamento Rai?), allora è tutto uno svelare gli amori delle star, le ignominie dei ricchi, e i segreti inconfessabili dei potenti.
E sta bene. Anzi sta male. Molto male. E non perché l’umana gente, cioè l’opinione pubblica, debba starsene contenta al quia, come dice l’immortale verso del Poeta, quasi che le faccende private dei politici debbano ricevere la stessa protezione dei più alti misteri teologici. Ma perché non è conoscendo le predilezioni per giovani e speranzose attrici del Presidente del Consiglio che il paese migliorerà; non è neppure scoprendo l’acqua calda, che cioè i dirigenti Rai ricevono ogni genere di segnalazioni (addirittura!), o calpestando reputazioni e generalizzando il sospetto su ogni pubblico personaggio, e concorso, e istituzione (come se poi il privato fosse immune dalle umane miserie), che la qualità della vita democratica avrà beneficio. Perderà anzi una serie di garanzie fondamentali a tutela dei diritti dei cittadini e a protezione delle loro stesse vite, come comprende chiunque abbia qualche familiarità con quella cosa che tutti invocano e che si chiama liberalismo: che resta infatti della reputazione di una persona, quando finisce sui giornali per essere stata bollata, nella comunicazione sbrigativa di una telefonata, come pazza o esaurita?
Ma c’è ancora qualcos’altro, che anche i più fervidi sostenitori delle virtù democratiche dello sbugiardamento pubblico dovrebbero considerare. Quello che, per l’appunto, insegnava Tommaso, con la storia della curiosità figlia della triste accidia. Basta osservare l’intero ritratto di famiglia, e ricordare i nomi delle altre figliole sue sorelle: la malizia, il rancore, la pusillanimità, la disperazione, il torpore spirituale. Tutto quello che insomma senza troppo cultura teologica chiameremmo pigrizia, e in cui, con un minimo di consapevolezza critica in più, riconosciamo la più umiliante frustrazione del desiderio politico. Il quale deve contentarsi di origliare le parole degli altri e di spiarli, fregandosi le mani, dal buco della serratura, non avendo più la forza di un’autentica passione civile.