Archivi del giorno: luglio 1, 2008

Socrate e il tampax

Io so che se mi intercettano, e in specie: se mi hanno intercettato in questi ultimi giorni, la quantità di spiegazioni che dovrei a Tizio e a Caio (spero non a magistrati) sarebbe enorme. Ciò detto, replico brevemente a Malvino, che a proposito dell’articolo qui sotto postato mi obietta sostanzialmente di avere fatto una distinzione tra curiositas e curiositas: edificante l’una, indecente l’altra.

L’obiezione, fin qui, non è degna di particolare nota, perché suppongo – anzi: so per certo che Malvino, come me e come tutti, è curioso di questo e non di quello, e distingue benissimo quel che vale la pena sapere da quel che non vale la pena sapere, sicché si autoconfuta da solo.

Ma poi Malvino aggiunge: "Si pone la necessità di un’autorità (se non morale, culturale; se non culturale, politica) che scoraggi i sudditi dalla curiositas spiritualmente deleteria". E qui non mi è chiaro a quale punto del mio articolo si riferisca, visto che l’articolo non suggerisce l’urgenza di una svolta autoritaria nel paese. Capisco bene, però, perché usi la parola autorità, e perché poi la parola sudditi (che peraltro va esattamente nel verso opposto a quanto scrivo, nell’ultima parte dell’articolo), ma non capisco a quale punto del mio articolo si riferisca per giustificarne passabilmente l’uso.
A mio avviso, c’è sotto (ma non troppo sotto) una bella, e sofistica, quaternio terminorum, perché il termine viene preso nell’accezione larga – per cui è un’autorità (in senso morale, e spirituale) anche l’amico di cui si seguono i consigli, o il docente che invita a vedere un film piuttosto che un altro, o lo stesso Malvino che di libri me ne ha consigliati e regalati in passato (e spero in futuro) -, ma è un’autorità anche il pubblico ufficiale che impone il rispetto di un divieto di legge. E scambiando o sovrapponendo i due termini, l’obiezione di Malvino fila che è una bellezza.

Che Malvino non si preoccupi di sottilizzare troppo, nonostante le note, a me pare peraltro evidente da ciò: che avanza dubbi su quel che è opinione mia e su quel che è opinione di Tommaso, e non posso credere che non abbia saputo distinguere. Sarebbe bastato fare attenzione al ‘per fortuna’, posto fra parentesi (e anche senza quello, si capiva benissimo);
che trascura di considerare l’unico passaggio che dedico all’aspetto non dico legale, ma di legittimità costituzionale della faccenda (del quale naturalmente si può discutere, ma non è una discussione di quest’aspetto il post di Malvino, ed è comunque sorprendente che un liberale come lui sorvoli così velocemente sul tema delle garanzie);
che, soprattutto, trascura di considerare tutta la coda dell’articolo, che è poi la sua vera ratio (anche se Malvino sospetta, bontà sua, che sia altra). E cioè, se dovessi dirla persino nel più diretto dei modi: che non c’è motivo di supporre che la classe politica democristiana che governava il paese trenta, quaranta, o cinquant’anni fa fosse moralmente migliore di quella attuale, e tuttavia il motivo principale per cui veniva combattuta non era di ordine morale, ma politico (non importa ora quanto fondato, il motivo). Il che peraltro, aggiungo en passant, non obbligava a condividerne o ad apprezzarne la moralità.

Infine, sul tema delle garanzie. Al gentile commentatore malviniano che si chiede se io ponga sullo stesso piano le telefonate tra amici che si fanno i fatti loro, e le telefonate tra Berlusconi e Saccà, pur dovendo fare qualche precisazione, vado al sodo e scelgo il lato a lui più indigesto della faccenda e rispondo (da liberale, credevo) di sì. C’è un piano sul quale stanno sia le une che le altre, ed è per esempio il rispetto delle persone che funzionari pubblici non sono, e che sono sputtanate comunque dalle telefonate. Lui pensa evidentemente che il diritto dell’opinione pubblica di sapere cosa dice in privato il Presidente del Consiglio giustifichi lo sputtanamento di chiunque, io no. Per fare un esempio: nell’esercizio delle mie funzioni di docente, sono, a quanto pare, un pubblico funzionario. Bene, trovo che sarebbe veramente preoccupante se per questo gli studenti, venuti in possesso del contenuto di mie telefonate private in cui sparo giudizi su questo e su quello (e magari rivelo pure questioni di corna tra colleghi, che stuzzicano sempre la curiositas), trovo veramente preoccupante, dicevo, se le potessero mettere liberamente sul giornalino dell’università, o sul Corriere della sera.
E a tal proposito, preferisco infine che lui pensi che l’opinione che io ho di lui sia quella che emerge da queste righe, e non quella che mi potrebbe scappare al telefono con Malvino. (Si scherza, eh).
p.s. Lo rassicuro, infine, su un punto secondario: il mio gioudizio politico su Mastella è lo stesso, e non ha avuto bisogno delle ultime vicende per formarsi, né quelle vicende lo hanno mutato.

Cento porte, cento strade

Se viveste in un castello che ha cento porte, e sapeste che dietro tutte quelle porte può esserci un nemico mortale, vi impegnereste a sbarrare la prima porta, anche se non aveste, sul momento, idea di come sbarrare le altre novantanove? Fate però che sbarrare la prima delle 100 porte non significhi dedicare ogni grammo della vostra esistenza all’impresa, e che io non vi stia cadendo di rinchiudervi in uno spazio angusto e inospitale, ma al contrario di renderlo il più possibile ospitale, e il meno possibile esposto all’irruzione della morte.

Però forse avete ancora dei dubbi. Forse voi pensereste che comunque non ne vale la pena. Ma avreste nulla in contrario se altri, che vivono nei loro castelli, provvedessero a sbarrare la loro porta: è così riprovevole?
No, non lo è. Ma può apparire vano, dal momento che la morte può sorprendervi da ognuna delle altre 99 porte. Il che è vero. Ma è vano come vana è, a cospetto della morte, ogni altra impresa umana. E bisogna sapere che quando si usa quest’argomento per trovare insensata l’impresa di chiudere almeno una porta, si usa un argomento che rende insensata, in genere, ogni impresa umana che non sia una meditazione sulla morte. (In realtà, è vana pure quella meditazione, e per gli stessi motivi. E qui c’è il lato politico della faccenda, perché non sono gli stessi, gli uomini che, nella considerazione della universale vanità dell’esistenza, meditano sulla morte, e gli uomini che invece meditano sulla vita – ma questa è un’altra storia).

Ciò detto e meditato, la porta è il tumore al seno, e le altre 99 porte sono gli altri tumori, e le altre infinite disgrazie e malattie che possono sorprenderci nel corso della nostra vita, senza che l’avere sbarrato la possibilità (percentualmente, a quanto leggo, bassa) di una contrazione della malattia per eredità genetica grazie alla selezione preimpianto impedisca al nuovo nato di ammalarsi e morire di chissà cosa.

Ma la selezione preimpianto non è senza costi, si obietta: si sopprimono embrioni. Il che, allo stato, è vero, ma significa che il punto è sempre lì, cosa mai sia un embrione. Solo che porte e castello stanno in quest’articolo di Marina Corradi, che in premessa mette da parte la domanda sull’embrione, nel tentativo di proporre argomenti che a suo dire sconsiglierebbero la selezione preimpianto per l’insensatezza della cosa. Il che, come s’è visto, non è, se non a prezzo di rendere insensata ogni cosa, compreso scrivere articoli sull’argomento.

(C’è un altro modo di considerare insensato l’atteggiamento dei genitori inglesi che hanno seguito la strada criticata dalla Corradi, a cui l’articolista accenna, ed è quello di ricondurre l’intera faccenda ad una sorta di fissazione un po’ paranoica: ho sconfitto quel timore, ho sconfitto il tumore. Ma non v’è ragione di supporre che i genitori inglesi non sappiano che hanno solo ridotto le possibilità che il loro figlio o la loro figlia contragga quel tumore. E se io fossi di fronte a cento strade, ognuna delle quali contenesse potenziali pericoli ma una più delle altre, credo proprio che, senza pensare di avere evitato ogni pericolo, e senza sentirmi paranoico, eviterei senz’altro la strada che mi risulta essere la più pericolosa).