Archivi del giorno: luglio 20, 2008

Dilemmi etici e neuroetici

"Mi innamoro di una persona che [a mia insaputa] prende il Prozac e scopro [un bel giorno] che, senza Prozac, ha un cattivo carattere. Non lo amo più? Chi ho amato?" (L. Boella, Neuroetica, Cortina, Milano 2008, p. 8).

Varianti: mi innamoro di una persona, dopo qualche tempo scoprò che è in realtà, sotto molti aspetti, tutt’altra da quella che io pensavo che fosse; mi innamoro di una persona, che dopo un certo tempo diventa (sotto taluni aspetti, non tutti) un’altra; mi innamoro di una persona, che a seguito di un incidente diventa un’altra sotto taluni aspetti (o sotto ogni aspetto); mi innamoro di una persona, scopro che a sua insaputa le somministrano il Prozac, e che senza Prozac è un’altra persona (ed è una persona migliore/ ed è una persona peggiore).

Secondo il mio modesto avviso, la semplice presenza delle varianti indicate, mostra che il dilemma proposta dal libro è un falso dilemma, oppure è un dilemma reale, non diversamente dagli altri proposti.

Neuroni furbacchioni (scritto per finta)

Anche il più spiritualista degli uomini è disponibile, di questi tempi, a concedere che l’attività mentale lascia tracce nel cervello: mi pare difficile che si spinga sino a sostenere che nulla nel cervello accada, mentre si pensa, si immagina, si percepisce. Comprendere ad esempio la differenza tra un certo comportamento e l’esecuzione di un certo comportamento ‘per finta’  rientra tra quelle cose che noi facciamo, e di cui dunque è lecito attendersi che vi sia traccia nel cervello. Uno scienziato, Pinco Pallo, è riuscito a determinare quali neuroni scaricano quando comprendiamo che un certo comportamento viene eseguito per finta, ed è riuscito a stabilire che quegli stessi neuroni, detti neuroni furbacchioni, non si attivano quando il comportamento non viene tenuto per finta, ma sul serio. Ne viene che i neuroni in questione si attivano dunque perché comprendono la finta? Oppure è meglio dire che noi chiamiamo comprensione l’attivazione dei neuroni furbacchioni?
Quel che accade nel cervello quando comprendiamo è ciò che chiamiamo comprensione? Evidentemente no (almeno: non finora). Quel che accade nel cervello è allora un altro modo (per esempio: un modo più preciso, un modo più potente, un modo più definito) di descrivere quel che chiamiamo comprensione, e abbiamo chiamato finora così ignorando l’esistenza dei neuroni deputati allo scopo? Ma avere scoperto il comportamento dei neuroni furbacchioni rende davvero più perspicuo cosa significhi comprendere, o è piuttosto il primo passo sulla strada di quel che si potrà fare per sapere, poniamo, se Tizio ha compreso che è una simulazione quella a cui si è sottoposto, e magari spingere un giorno il cervello a fare quel che gli chiediamo di fare (per esempio: comprendere le finte) non a parole, ma a forza di scariche elettriche? Resta che devo avere già idea di cosa sia compendere, per andare a cercare quali sono i neuroni che fanno il lavoro per me. Sicché cos’è comprendere non me lo possono insegnare i neuroni, né ora né mai .

P.S. avevo scritto "…o è soltanto il primo passo…". Ma immagino che molti, se avessi scritto così, avrebbero commentato: "e ti par poco"?

PP.SS. I più materialisti, spaventati dall’ultima proposizione del post, possono riformularla, in maniera un po’ più complicata, così: sicché la dimensione in cui si muove la comprensione del mondo che precede necessariamente qualunque spiegazione non può essere a sua volta spiegata: non perché sia in mente Dei, ma proprio perché non è in mente, essendo piuttosto la mente a stare in essa.