Archivi del giorno: settembre 1, 2008

Con soli 24 giorni di ritardo

Metto qui l’articolo sui giochi olimpici apparso su Il mattino l’8 agosto, non perché sia imprescindibile o perché non sfugga al giudizio dei posteri, ma per ricominciare blandamente con il blog, e abituarmi poco a poco all’idea di dover mettere invece cose nuove:

“Les jeux sont faits”, dice il croupier, prima di lanciare la pallina. I massimi dirigenti dello sport olimpico non si diranno in queste ore qualcosa del genere, ma anche se sulle piste, in pedana o a bordo vasca non sono ancora scesi gli atleti, i giochi sono effettivamente stati fatti, e la pallina ha preso a girare. Siamo ai blocchi di partenza, al fischio d’inizio: nessun campione ha già raccolto la sua dose di applausi, nessun record è stato già stabilito, nessuna medaglia assegnata. I giochi, però, quelli veri, sono stati fatti. Sono stati fatti, più precisamente, al momento in cui si è decisa l’assegnazione delle Olimpiadi alla Cina, al paese al quale giustamente l’Occidente chiede con forza il rispetto dei diritti umani e delle fondamentali libertà di cui i cittadini godono negli Stati democratici. Ad alcuni la decisione sarà parsa una scommessa, ma sarebbe fuori luogo considerarla un puro azzardo. Si è trattato di una scelta; e con tutto il rispetto per le fatiche degli atleti e i loro lunghi anni di allenamento, con tutta l’ammirazione per il loro agonismo e la loro ambizione, si è trattata di una scelta politica. Non saprei infatti quale altro aggettivo scegliere, e di sicuro non direi che la decisione presa rispondeva a un problema soltanto logistico, relativo alla localizzazione di un rilevante evento sportivo. Che si tratti infatti di un evento sportivo, e del più rilevante, è indubbio, ma né la logica dell’evento né quella dello sport sono estranee alla politica. Non dico soltanto che la mole di investimenti richiamati dall’organizzazione delle Olimpiadi attira un’attenzione e muove interessi che vanno di gran lunga al di là dell’ordinato svolgersi delle competizioni; dico proprio che nella natura spettacolare di simili eventi, e nel significato che ha ormai assunto lo sport a livello mondiale, vi è un plusvalore, la cui origine e la cui destinazione non sono meramente sportive. Ed è facile capirlo: lo sport è uno dei pochi giacimenti naturali dell’agire umano da cui ancora si estrae la risorsa altamente diseconomica ma politicamente indispensabile della gloria, e lo spettacolo è la più potente macchina di moltiplicazione della gloria. Agli inizi del ‘900 Robert Musil strabiliava di fronte all’uso degli aggettivi di certi cronisti, che riuscivano a trovare ‘geniale’ persino un imbattibile cavallo da corsa: in realtà, si trattava proprio del trasferimento della gloria, di cui in età romantica si ricoprivano poeti ed artisti ‘nazionali’, e che nel secolo in cui sono state reinventate le Olimpiadi ha preso ad illustrare invece le imprese sportive. I vincitori (i recordman, i campioni) divengono perciò delle celebrità, in un tempo in cui, per un principio del tutto democratico, chiunque vuole divenire una celebrità, e in cui perciò anche i politici inclinano fatalmente verso un tale status. Persino il Dalai Lama (che peraltro non ha mancato di formulare i migliori auguri per la riuscita dei Giochi) ne è da tempo investito.
Appellarsi dunque alla separazione tra politica e sport per dirsi contrari al boicottaggio della cerimonia inaugurale ha lo stesso valore che affermare che le decisioni di volta in volta prese dal governo mondiale dello sport rispondono a valutazioni strettamente tecniche, funzionali al miglior andamento delle gare e alla loro eco esclusivamente sportiva: quasi un controsenso. Proprio perché hanno un’eco, le imprese e i giochi non restano solo negli almanacchi dello sport. Ma proprio perciò, proprio per il carattere politico della decisione di tenere le Olimpiadi in Cina, non si comprenderebbe ora, da parte degli Stati che ai Giochi partecipano, il gesto di boicottarne lo svolgimento. La scelta di Pechino è stata compiuta per l’alto valore simbolico, quindi politico, della celebrazione del rito olimpico, ed il suo significato è un’apertura di credito nei confronti della Cina: il realistico riconoscimento della sua crescente importanza negli equilibri del mondo, ma anche l’auspicio che gli standard della vita sociale, civile e politica del Paese asiatico si avvicinino a quelli delle democrazie liberali dell’Occidente. I giochi sono stati fatti, e si è deciso di puntare sulla possibilità di favorire l’evoluzione della Cina attraverso la sua piena partecipazione agli istituti, agli organismi, ma anche ai riti e ai miti dell’Occidente: parlare alla Cina perché divenga come vorremmo che fosse, invece di aspettare che lo divenga per virtù sua propria, prima di parlare con essa.
Altra cosa sono i comportamenti individuali dei singoli atleti, che sarebbe alquanto contraddittorio pretendere di irreggimentare, mentre si chiede alla Cina di usare meno i reggimenti. Delle due l’una, peraltro: o la difesa dei diritti umani discende dalla loro universalità e trascende quindi gli spazi statuali, e allora non è chiaro perché si chieda che se ne facciano carico i portabandiera degli Stati nazionali, oppure si confida ancora nel significato delle rappresentanze degli Stati, e allora bisogna anche comprendere la logica realistica e prudente degli Stati, alla quale appartengono forme diverse di pressione, di cura degli interessi, e di esercizio di diplomazia.
Ma i giochi ormai sono fatti, anche se non le gare. Non resta che formulare i migliori auguri agli azzurri, e augurarsi pure che la mole di informazione, di conoscenza (e, perché no?, di spettacoli) apra la Cina non solo agli scambi economici con il resto del mondo, ma anche al difficile gusto della libertà. Fra venti giorni, si farà un bilancio.