La democrazia americana

Da dove vengono fuori, i presidenti degli Stati Uniti d’America? L’ultimo di essi Barack Hussein Obama, viene da un padre keniota e da una madre emigrata dal Kansas alle Hawaii, e poi trasferitasi in Indonesia. Ma in realtà viene da più lontano ancora. Viene dalle stive di una baleniera, che sfidava il grande Oceano un secolo e mezzo fa circa, e di cui si racconta nel cap. 34 del «libro malvagio» di Hermann Melville, Moby Dick.
È mezzogiorno. Il capitano Achab scende in coperta. Solo dopo che si è spenta l’eco profonda dei suoi passi e tutto, di sotto, è silenzio, scende anche il primo ufficiale; poi è la volta del secondo, poi il terzo. Al tavolo, il pasto viene consumato secondo le regole del più inflessibile cerimoniale: prima viene servito il capitano; dopo di lui tocca al primo ufficiale; poi il secondo, poi il terzo. Così ogni volta, a ogni portata. Alla fine del pranzo avviene il contrario: prima lascia la cabina il terzo ufficiale; poi il secondo, poi il primo. Infine Achab, libero di sedere ancora a tavola o di far ritorno sul ponte. Solo a quel punto, la tovaglia di tela viene ripulita e tocca finalmente ai tre ramponieri.
E la scena muta.. Scrive Melville: «La completa, spensierata mancanza di remore, la disinvoltura e la democrazia fin eccessiva di quei compagni di grado inferiore, i ramponieri, era in strano contrasto con la soggezione a mala pena tollerabile e gli indicibili e invisibili dispotismi propri della mensa del capitano".
Eccola la democrazia americana, illustrata meglio di quanto non possano fare le poesie di Whitman o le analisi politiche di Tocqueville, le canzoni di Springsteen o i western di John Ford. Meglio anche dei discorsi del Presidente Lincoln, che appena eletto Obama ha voluto ricordare. Eccola sedersi a tavola e mangiare senza particolari etichette, dopo che la vecchia e aristocratica Europa – così come doveva apparire a un americano dell’800 – ha lasciato la cabina: una ciurma di uomini privi di soggezioni, schietti e spicci nei modi, liberi da vincoli artificiosi, insofferenti verso ogni forma di subordinazione, empirici e pragmatici, sicuri del fatto loro, aperti e fiduciosi in se stessi, che mangiano tanto rumorosamente quanto silenzioso era stato il pasto degli ufficiali.
Su quella ciurma una dignità democratica senza fine si irradia da Dio stesso, «il grande e solo Dio centro e circonferenza di ogni democrazia»: sono ancora parole di Melville, ma si potrebbero trovare nei discorsi di Obama, carichi come sono di uno senso religioso, che pure suona lontanissimo da ogni forma di bigottismo o di clericalismo di stampo europeo. In quelle parole si confondono concretezza e idealismo, in una mistura caratteristica della più americana di tutte le filosofie, il pragmatismo. Il suo fondatore, Peirce, gran filosofo ma pessimo inventore di parole, forgiò neologismi come agapismo e agapasticismo (da agape, l’amore cristiano), pur di insufflare uno spirito religioso nella storia, nella politica e nel cosmo intero.
Quelle parole, quei discorsi parlano di un’America «creata dalle genti di tutte le nazioni. Non puoi versare una sola goccia di sangue americano senza versare quello del mondo intero»: di nuovo è una citazione di Melville, e di nuovo sembra di risentire le parole con le quali Obama ha ringraziato gli americani, tutti: «vecchi e giovani, ricchi e poveri, democratici, repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, gay, eterosessuali, disabili e non disabili». Ha ringraziato l’America, «il Paese dove tutto è possibile», e l’entusiasmo e la fiducia che il giovane Presidente nero è in grado di suscitare è tale, che nessuno avverte il senso potenzialmente minaccioso che, sotto altre longitudini, quelle stesse parole avrebbero.
Come del resto quelle di Melville: cosa vuol dire infatti che per versare una goccia di sangue americano occorre versare quelle del mondo intero? Non è per amore del paradosso che va notata la cosa, ma per misurare tuta la distanza che separa lo spirito americano da quello europeo, e che inutilmente i leader nostrani cercano di accorciare. Se un leader italiano dicesse che nel nostro paese tutto è possibile, noi non ne trarremmo affatto motivo di speranza; e se un leader tedesco dicesse che non si può versare sangue tedesco senza versare il sangue del mondo intero, nessuno dormirebbe sonni tranquilli.
Il fatto è che le democrazie europee non hanno la rude franchezza di una democrazia di ramponieri: non mostrano, senza snaturarsi come democrazie, un volto aggressivo o addirittura imperiale, come a volte è accaduto all’America, ma non riescono neppure a inventare nuove, storiche uguaglianze senza bagnarle nel sangue di una rivoluzione.
Nel suo libro, Melville fa dire alla voce narrante, Ismael, che una baleniera è stata il suo college di Yale o la sua Harvard; Barack Obama, che ad Harvard ha avuto una borsa, potrebbe ben dire, per converso, che quella è stata la sua baleniera, l’inizio del suo straordinario viaggio nella democrazia americana.. E che da lì è partito per conquistare non la Balena, ma, almeno, la Casa Bianca. Non è la nostra casa, ma non è poco.

7 risposte a “La democrazia americana

  1. Bel pezzo, Massimo, gran bel pezzo.

  2. utente anonimo

    Si bel pezzo ! ora però vorrei capire cosa voleva dire quello che disse “cambiare tutto per non cambiare nulla” e poi tutte le armi pensanti prodotte da Bush dove le metterà Obama? ora che l’America deve risanare l’economia sociale malata ed accettare di mangiare i frutti dei propri prodotti invece di venderli a noi .
    Ormai lo sappiamo che le cose buone le fanno a casa loro e quelle meno buone nel resto del mondo!

  3. utente anonimo

    Pezzo strepitoso, caro Massimo, davvero di grande classe.
    Il Venerabile

  4. Per quanto poi anche Achab e i suoi ufficiali siano molto americani, per altri aspetti.

  5. utente anonimo

    Cazzarola, Massimo! Oltretutto il corto circuito Pequod-America-Pragmatismo è uno dei miei tormentoni, felice di aver trovato sintonia 🙂

  6. Davvero bella riflessione! E mi piacerebbe che con Obama si realizzasse anche questa variazione della frase di Melville: “Non puoi versare una sola goccia di sangue nel mondo intero senza versare quello americano”. Mi auguro di aver reso bene il senso della mia speranza.

  7. è piaciuto davvero molto anche a me. complimenti. ciao. Mario Del Pero

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