Archivi del giorno: dicembre 3, 2008

In regime di regime

Su Giornalettismo, Luigi Castaldi (Malvino) discute e critica l’articolo da me pubblicato su Il Mattino (Chi grida al regime che non c’è). Nell’articolo, io distinguo per semplicità due casi, quando il regime prende la strada maestra della soppressione delle libertà civili, e fa tutto quello che bisogna fare per sbarazzarsi anche solo di una parvenza di democrazia. Che non sia questo il caso, mi pare che dopo tutto lo pensi anche Malvino. Lui fa in verità l’esempio di una legge liberticida (il lodo Alfano), e immagino ritenga possa farne anche altri: io non entro nel merito, dico solo che vedo la differenza fra una legge liberticida del genere e le leggi liberticide del 1925. Il che non significa che la nostra democrazia goda di ottima salute (potrei aggiungere qualche argomento di rincalzo, ma per il momento evito: per brevità, e per venire al caso più interessante).
Che è il secondo, quello in cui il regime consente senza imbarazzi all’opposizione di opporsi più o meno verbalmente, essendo divenuta irrilevante ogni manifestazione di dissenso (e in particolare: essendo divenuto irrilevante lanciare il grido d’allarme). Curiosamente, Malvino argomenta per tre quarti del suo articolo come se io non avessi distinto il caso, per poi farla abbastanza facile quando arriva a quel che infine, secondo lui, io al riguardo "concederei". No, io non mi limito a concedere: distinguo espressamente questo caso dall’altro, e aggiungo pure che questo caso è ben più "raffinato" (intellettualmente parlando) dell’altro, perché tira in ballo lo svuotamento sostanziale degli istituti democratici, i quali rimangono formalmente in piedi, privi però di qualunque significato effettivo. A questo riguardo, Malvino manca tuttavia di citare il mio argomento principale (potrei quasi dire l’unico): che una roba del genere non si fa dalla sera alla mattina, non si fa in pochi mesi, non si fa dalle ultime elezioni ad oggi. Il riferimento alle ultime elezioni serve per prendere posizione sulla fase politica attuale, e per dire (implicitamente ma non troppo) che solo se si contesta almeno il carattere democratico delle ultime elezioni politiche generali si ha titolo per parlare di regime (e in tal caso per affermare che del regime è parte pure l’opposizione, che quella denuncia non ha elevato durante la campagna), non se ci si limita alla cronaca degli ultimi mesi. Che era precisamente il problema che io ponevo: se uno pensa che c’è il regime (in senso liberticida e antidemocratico), deve fare un’opposizione politica conseguente, e di sicuro non limitarsi a dire che c’è il regime. Altrimenti, è lecito pensare che gridare al regime è il modo per coprire l’insufficienza della propria azione politica (ma su questo punto, che era poi il mio punto, Malvino non mi pare si soffermi abbastanza).

C’è infine la questione del consenso. Io ho scritto, in buona sostanza, che se si afferma che il consenso è drogato, poi come si fa? Si sarebbe conseguenti, di nuovo, non partecipando alle elezioni. Si noti: io non ho detto che in democrazia non sia un problema capitale come si formi il consenso, e non capisco quindi perché Malvino consideri che per me la questione del conflitto di interessi sarebbe irrilevante (al massimo, aggiungerei – senza peraltro pretendere con ciò di sminuire il problema – che sulla formazione del consenso incidono anche altre cose, mica solo la tv). Ho detto solo che se l’espressione del consenso è drogata e inattendibile, allora si sia conseguenti, si denunci il carattere fittizio e ideologico degli istituti della democrazia formale, e si prendano altre vie. Quel che io penso è che per fortuna non siamo a questo punto (e non, per esempio, che il sistema radiotelevisivo non debba essere normato). Quel che più in generale io mi aspetto, è che se, pur lamentando tutte le insufficienze del caso, accetti il gioco democratico e competi elettoralmente, allora non sei molto credibile nel parlare – anzi: nel caratterizzare politicamente la tua opposizione come quella che denuncia il carattere antidemocratico del regime (e fittizio e illusorio delle elezioni). Ci vuole dell’altro, e troppo spesso si ha l’impressione che dell’altro non ci sia.